E come accoglieva Angela la prosa di mio figlio? Tranquillamente, con
una gravità che era per me una rivelazione sempre nuova.
Lo dissi una volta a Evangelina, ed Evangelina trovò che avevo ragione:
«le fanciulle sono sempre mature per l'amore».
Forse perchè ancora non le erano spuntate le ali della rettorica, e
di quelle della grammatica e della ortografia non si poteva fidare
interamente, forse perciò solo era restia a scrivere, o lo faceva
con un laconismo degno dei bei tempi di Sparta; ma a ogni modo
quella prudente parsimonia di parole otteneva un doppio e magnifico
effetto: il suocero curioso ammirava l'anticipata dignità femminile
di sua nuora, non badando a qualche peccatuzzo contro l'ortografia, e
all'adorato Augusto, anche con doppia t, non pareva d'essere _adorato_
abbastanza.
Se quella fiamma avesse continuato un pezzetto ancora ad ardere
con la medesima felicità, non turbata da un alito di vento maligno,
probabilmente sarebbe andata a finire come le altre; un bel giorno
Augusto avrebbe scritto ad Angela per farle sapere che la tradiva, e si
sarebbe guastato un'altra volta col latino. Ma ad alimentare il fuoco
amoroso interveniva ogni tanto qualche piccolo litigio, e vegliava come
una rigida vestale, indovinate chi... la gelosia!
Sì, Augusto era geloso, e ah! non aveva che troppe occasioni di
esperimentare il morso del suo piccolo demonio. I giuochi innocenti
del crepuscolo erano dolcezza e fiele che la sorte gli mesceva
quotidianamente; i baci che egli otteneva di nascosto, squisita
ambrosia, erano attossicati da quelli che taluno più di lui ardito
carpiva in palese; vi era fra gli altri un suo compagno di scuola,
anche meno forte di lui nel latino, che non è dir poco, ma più forte
a pugni, il quale baciava impunemente tutte le ragazze e dava degli
scapaccioni ai maschi. Mio figlio restituiva coscienziosamente gli
scapaccioni, ma era impotente a vendicare i baci.
— Ti sei lasciata baciare! — rimproverava egli.
Angela non vi aveva colpa, era stata presa alla sprovveduta, e poi
giurava di non voler niente bene a quel monello.
— Che cosa devo fare? — diceva.
Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava un po'; non sapeva
nemmeno lui.
— Mordilo — consigliava a casaccio.
Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste scenette finivano
così, e finivano bene; ma a volte si tiravano dietro uno strascico di
musoneria crudele.
Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito dopo il
desinare, con una freddezza calcolata si accingeva, contro l'igiene,
a fare il còmpito, il còmpito vero e proprio, o studiava la lezione
ad alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto io, senza
far le meraviglie del caso nuovo, mi andava a mettere alla finestra.
Angela, col musetto melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei;
pensavo con una contentezza che ora mi sembra singolare: «gli vuol
proprio bene!»
Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei anche voluto
andare a prendere mio figlio per un orecchio e trascinarlo ai piedi
della sua innamorata; ma il mio dovere di padre era di non accorgermi
di nulla.
Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo sbadato; e quando io,
dopo un breve silenzio, chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara
fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio prima gridava
più forte il suo latino della lezione, alzandone improvvisamente il
tono a simiglianza degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone
estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al mormorìo, poi
deponeva il libro sulla scrivania e si veniva a mettere accanto a me
per farsi vedere da Angela.
Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene essa non dicesse
parola e chinasse a terra la faccia arrossata dal piacere, un repentino
rivolgimento accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora vengo»
annunziava: «la so tutta!» soggiungeva rivolgendosi a me con poca
speranza di corbellarmi. — «Bravo!» conchiudeva io con molto sussiego.
Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto d'Angela, e
interroga sospettoso la finestra del babbo, il quale guarda una nuvola,
come gl'insegna il suo dovere di padre.