VIII.

E come accoglieva Angela la prosa di mio figlio? Tranquillamente, con

una gravità che era per me una rivelazione sempre nuova.

Lo dissi una volta a Evangelina, ed Evangelina trovò che avevo ragione:

«le fanciulle sono sempre mature per l'amore».

Forse perchè ancora non le erano spuntate le ali della rettorica, e

di quelle della grammatica e della ortografia non si poteva fidare

interamente, forse perciò solo era restia a scrivere, o lo faceva

con un laconismo degno dei bei tempi di Sparta; ma a ogni modo

quella prudente parsimonia di parole otteneva un doppio e magnifico

effetto: il suocero curioso ammirava l'anticipata dignità femminile

di sua nuora, non badando a qualche peccatuzzo contro l'ortografia, e

all'adorato Augusto, anche con doppia t, non pareva d'essere _adorato_

abbastanza.

Se quella fiamma avesse continuato un pezzetto ancora ad ardere

con la medesima felicità, non turbata da un alito di vento maligno,

probabilmente sarebbe andata a finire come le altre; un bel giorno

Augusto avrebbe scritto ad Angela per farle sapere che la tradiva, e si

sarebbe guastato un'altra volta col latino. Ma ad alimentare il fuoco

amoroso interveniva ogni tanto qualche piccolo litigio, e vegliava come

una rigida vestale, indovinate chi... la gelosia!

Sì, Augusto era geloso, e ah! non aveva che troppe occasioni di

esperimentare il morso del suo piccolo demonio. I giuochi innocenti

del crepuscolo erano dolcezza e fiele che la sorte gli mesceva

quotidianamente; i baci che egli otteneva di nascosto, squisita

ambrosia, erano attossicati da quelli che taluno più di lui ardito

carpiva in palese; vi era fra gli altri un suo compagno di scuola,

anche meno forte di lui nel latino, che non è dir poco, ma più forte

a pugni, il quale baciava impunemente tutte le ragazze e dava degli

scapaccioni ai maschi. Mio figlio restituiva coscienziosamente gli

scapaccioni, ma era impotente a vendicare i baci.

— Ti sei lasciata baciare! — rimproverava egli.

Angela non vi aveva colpa, era stata presa alla sprovveduta, e poi

giurava di non voler niente bene a quel monello.

— Che cosa devo fare? — diceva.

Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava un po'; non sapeva

nemmeno lui.

— Mordilo — consigliava a casaccio.

Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste scenette finivano

così, e finivano bene; ma a volte si tiravano dietro uno strascico di

musoneria crudele.

Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito dopo il

desinare, con una freddezza calcolata si accingeva, contro l'igiene,

a fare il còmpito, il còmpito vero e proprio, o studiava la lezione

ad alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto io, senza

far le meraviglie del caso nuovo, mi andava a mettere alla finestra.

Angela, col musetto melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei;

pensavo con una contentezza che ora mi sembra singolare: «gli vuol

proprio bene!»

Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei anche voluto

andare a prendere mio figlio per un orecchio e trascinarlo ai piedi

della sua innamorata; ma il mio dovere di padre era di non accorgermi

di nulla.

Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo sbadato; e quando io,

dopo un breve silenzio, chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara

fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio prima gridava

più forte il suo latino della lezione, alzandone improvvisamente il

tono a simiglianza degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone

estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al mormorìo, poi

deponeva il libro sulla scrivania e si veniva a mettere accanto a me

per farsi vedere da Angela.

Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene essa non dicesse

parola e chinasse a terra la faccia arrossata dal piacere, un repentino

rivolgimento accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora vengo»

annunziava: «la so tutta!» soggiungeva rivolgendosi a me con poca

speranza di corbellarmi. — «Bravo!» conchiudeva io con molto sussiego.

Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto d'Angela, e

interroga sospettoso la finestra del babbo, il quale guarda una nuvola,

come gl'insegna il suo dovere di padre.

Mio figlio! · 第 64 / 92 题