Era stato un tempo, quando mio figlio non studiava ancora la storia
antica, che egli pigliava me a confidente dei suoi segreti pensieri,
e mi faceva cento domande difficili. Voleva sapere, ed era nel suo
diritto, se le stelle fossero veramente lumicini, e perchè il sole si
nascondesse ogni sera, e se, camminando sempre diritti per tante ore di
seguito, s'incontrasse poi la fine del mondo. Ma quando, non contento
di penetrare in compagnia del babbo nei più ardui misteri cosmici,
chiedeva che io gli svelassi tutti i segretuzzi paterni, per esempio,
chi è che fa i bambini, e come li fa, allora io mi raccomandava alla
più savia delle figure rettoriche, e con una serie di reticenze ben
combinate riuscivo in breve a mettergli una castissima confusione
d'idee nel cervello.
— Ho capito — diceva quando disperava assolutamente di capire, e se
n'andava a giocare, dandomi però di nascosto una certa occhiata nella
quale a me pareva di leggere: «Bada bene, fra noi due c'è un segreto, e
non ce l'ho messo io».
Ne ero sconfortato e dispettoso, e pure che farci? Evangelina, mio
suocero, i parenti, gli amici, le amiche, i moralisti, i pedagoghi,
quelli del vecchio e quelli del nuovo sistema, tutti, dalla cattedra,
dal pulpito, dal confessionale, dai libri, tutti quanti erano e sono
d'accordo nel sentenziare che «certe cose i fanciulli non le devono
sapere.»
— Sciocchezze! — diceva io, quando mi pungeva l'estro della ribellione
— anzi asinerie! Questa massima si riduce nella pratica ad una
commedia ridevole, e pazienza se fosse soltanto ridevole, ma è anche
pericolosa. Augusto fingerà di non saper nulla, e noi faremo sembiante
di credere alla sua innocenza fin che egli abbia baffi e mosca! Allora
ci degneremo di confessargli che non lo abbiamo comprato alla fiera, nè
trovato sotto un cavolo dell'orto; ma egli probabilmente non ci verrà
più a domandare, come oggi, perchè per trovare dei figli sotto i cavoli
dell'orto bisogna mettersi in due, e se è proprio necessario che prima
siano sposati.
Evangelina non trovava nulla da opporre, quando io sentenziava che non
bisognava confondere l'ignoranza con l'innocenza. Era pronta essa pure
a ribellarsi teoricamente; ma quanto a mettere la mia ribellione in
pratica, cioè svelare e spiegare ad Augusto, alla prima occasione, che
lei ed io, che lui, eccetera, non sentiva proprio il cuore. Non me lo
sentiva nemmeno io.
La conseguenza fu che Augusto continuò a dichiararci d'aver capito,
quando altro non aveva inteso se non che gli si voleva nascondere la
verità, finchè si fu avviato alla scuola pubblica per intraprendere più
gravi e nobili studi.
Per far uscire dal capo dei fanciulli certe curiosità malsane, ancora
non si è trovato di meglio che l'antico testamento; e la virtù del
testo sacro deve essere miracolosa.
Infatti appena messo il piede nel paradiso terrestre, veduto un po' da
vicino il pericoloso albero del bene e del male, intesa all'ingrosso
la storia del pomo e della foglia del fico, mio figlio non mi fece più
alcuna domanda.
Quel silenzio sgomentava il mio cuore di padre; avevo paura d'una
dottrina segreta che si veniva formando tutta a scuola, e avrei pagato
qualche cosa per sapere almeno a che punto si trovasse. Speravo che
i colleghi di mio figlio non ne sapessero molto più di lui, e pure in
ogni monello che passava per la via, trascinando lo zaino sul lastrico
del marciapiedi, vedevo un maestro dotto e pericoloso. A tavola mi
provavo talvolta a tentare Augusto; gli dicevo per esempio:
— Non mangiare troppo in fretta, potresti fare un'indigestione, e noi
non vogliamo perderti; ci sei costato caro.
E la piccola Laurina interrompeva:
— Anch'io sono costata tanti soldi?
Allora l'enigmatico fratello le rispondeva con un po' di canzonatura:
— Tu sei costata un po' meno, perchè sei una donna; le donne —
soggiungeva, dando un'occhiata maliziosa alla mamma, per farle
intendere che scherzava — le donne costano meno degli uomini.
Laurina era d'opinione contraria.
— Non è vero — asseriva senza scomporsi — costano più.
— Costano meno — insisteva Augusto.
— E allora — diceva Laurina che in fondo era indifferente — quando avrò
dei soldi, io comprerò bambine soltanto, per averne di più.
— E che cosa ne faresti delle bambine? — chiedeva io.
— Le vestirei.
— E il latte? — interrompeva mio figlio bruscamente — glielo daresti tu
il latte?
Laura era pronta a tutto, anche a dare il latte alle sue bambine, e
Augusto si lasciava sfuggire:
— Per dare il latte ci vogliono... ci vuole una cosa che tu non hai.
Si faceva rosso in viso, e io non riusciva a capire se quella parte
della sua dottrina mi dovesse far paura.
— Per dare il latte ai bambini — diceva Evangelina — prima bisogna
diventar grandi.
— E per diventar grandi bisogna essere sempre buoni — sentenziava
Laurina col suo sussieguzzo di donnina minuscola.