INTERMEZZO

_Qui l'avvocato Epaminonda Placidi narra una scenetta che assolutamente

non lo riguarda._

Erano alle frutta; aspettavano il caffè.

Dopo aver dato una frasetta a dieci argomenti, tanto per iscoprire,

senza averne l'aria, il sentiero in cui si era avviata la mente di

suo marito, essa fece una smorfietta e tacque. Ma egli, che aveva

risposto a monosillabi quando essa parlava, non si avvide nemmeno che

ora incominciava a star zitta di proposito, e tirò innanzi per la sua

viottola solitaria.

Non camminò un pezzo.

Essa (cioè la signora Ermenegilda) non tardò a capire che bisognava

ricorrere a un rimedio eroico, e ruppe il silenzio un'altra volta.

— Ti ho detto quel che mi è capitato stamane?

— No... che cosa ti è capitato?

— Era sul Corso... usciva dalla bottega della guantaia, no... dalla

bottega del... aspetta...

Il marito (cioè il signor Ermenegildo), pregato così di aspettare, non

osava muoversi, ma tanto era lontano. Aspettò un pochino; Ermenegilda

non diceva parola.

Allora il poveraccio fece uno sforzo eroico, diede un'occhiata

melanconica ai propri pensieri, e piantando gli occhi in faccia alla

moglie:

— Dunque uscivi dalla bottega della guantaia... — le disse. — E poi?

Ermenegilda fece un atto di trionfo modesto, e rispose con un sorriso:

— Tu eri partito per un paese ignoto; credo volessi scoprire le

sorgenti del Nilo...

— Bada che le hanno già scoperte — interruppe Ermenegildo ridendo.

— Davvero? Io non me n'era accorta — disse la moglie con un vezzo

infantile... — Dunque eri assente, viaggiavi coi treni celeri, e io non

isperava vederti tornare per un gran pezzo... quando mi venne la bella

idea d'entrare nella bottega della mia guantaia; uscendo, veggo che sei

lì, ritornato col treno celerissimo. Hai fatto buon viaggio?

— Grazie — disse il marito levandosi da sedere e facendo il giro della

breve tavola per deporre un bacio su quella bocca scherzosa.

Ermenegilda pigliò il bacio con dignità, ma non restituì nulla; e dopo

aver aspettato invano, il signor marito rifece il giro della tavola e

si andò a sedere al suo posto.

— Era proprio distratto — disse.

Nessun pericolo che si distraesse ancora; teneva i gomiti appoggiati

alla mensa, le mani sulle tempie e gli occhi spalancati come due

finestre a guardare in faccia sua moglie.

— Sentiamo, a che pensavi? — domandò Ermenegilda abbandonandosi

sull'alto schienale della seggiola.

— Te lo voglio dire; pensavo all'amico Santi. L'ultima volta che fu

qui, te ne ricordi? Saranno due settimane...

— Più di venti giorni — corresse la moglie.

— Già, venti! Come corre il tempo!

— Questo poi sì; corre!...

— Dunque — si affrettò a proseguire il marito — dunque l'ultima volta

che l'amico Santi fu qui... ma prima di tutto, come lo giudichi tu

l'amico Santi? Che indole ti pare che abbia? Sotto la vernice fredda

dell'uomo che ha sposato la scienza...

— Scusa, l'amico non ha anche sposato sua moglie?

— Sicuro, gli scienziati hanno i loro momenti di distrazione...

— Bada che ti avvii male — disse Ermenegilda, senza uscire dalla sua

indolenza posticcia.

— Sei tu che m'interrompi sempre. Ti domandavo come giudichi l'amico.

— È un amico tuo, un amico di casa... io non lo giudico.

— Sei crudele oggi.

— Mi vendico.

— Ebbene te lo dirò io che cosa vi è sotto la vernice fredda di quello

scienziato: vi è un cuore caldo, un'anima poetica, un'immaginazione di

cui non gli è facile aver sempre le redini in mano.

— E tutto questo tu l'hai veduto l'ultima volta che l'amico Santi fu

qui?...

— Precisamente; ventidue giorni fa, dunque...

— Ventitré — corresse la moglie — era un mercoledì; non potendo uscire

di casa a fare la nostra solita passeggiata dopo il desinare, ve ne

andaste voi due soli, a braccetto come due scapoli, e il signorino

tornò dopo la mezzanotte...

— Ora sbagli tu; mancava un quarto d'ora alla mezzanotte; l'amico Santi

aveva preso il treno delle undici e venti; salvo aver le ali del nostro

merlo, non era possibile essere a casa prima...

— Sentiamo il resto — disse Ermenegilda con indulgenza.

Allora Ermenegildo provò a farsi serio, e con un tantino di gravità

insolita, un tantino appena, senza mai staccare gli occhi dal viso

della moglie, spiccicando le parole con lentezza, parlò così:

— Si discorreva della vita matrimoniale... non so perchè si era venuti

su questo discorso... ah! perchè pioveva, perchè tu eri rimasta a

casa sola... Egli mi diceva che fa press'a poco la stessa mia vita,

che se sua moglie sta a casa, egli appena appena si muove a far due

passi dopo il desinare, poi torna al suo studiolo a leggicchiare, a

scrivere accanto al fuoco, e che per quanto paia monotona un'abitudine

tranquilla, la felicità non è mai molto diversa.

Sebbene Ermenegildo avesse continuato a leggere negli occhi della

moglie l'effetto d'ogni parola, a questo punto s'interruppe per

giudicarne meglio.

Ermenegilda era impassibile.

— Non è diversa niente affatto — esclamai, e gli dissi come la penso

io riguardo alla felicità. — Tu sai come la penso; dinanzi alla

felicità...

— Dinanzi alla felicità — proseguì la moglie, come se recitasse una

lezione — gli uomini sono tutti eguali: la felicità è nel desiderio;

l'uomo che più desidera è più felice...

— Sbagli — Corresse dolcemente il marito filosofo — la felicità è

nel desiderio d'una cosa che si possa ottenere, condito d'un tantino

d'incertezza.

— Ottenuta una cosa — proseguì Ermenegilda — bisogna saperne desiderare

un'altra...

— Ma che non sia troppo improbabile o difficile. Di coloro che, appena

hanno formato un desiderio, subito possono soddisfarlo, si deve dire

che non conoscono la felicità...

— La quale è un intervallo fra un desiderio e la sua soddisfazione. Ed

ecco perchè i ricchi e i poveri, dove cessano i bisogni imperiosi della

fame, della sete, del caldo e del freddo, cominciano a essere eguali.

— Bravissima! — diceva Ermenegildo — bravissima! — Ma si vedeva chiaro

che aveva perduto il filo e non sapeva come andare innanzi.

Ermenegilda gli venne in aiuto.

— Dicevamo che la vita dell'amico Santi non è _molto_ diversa dalla

felicità... E quella di sua moglie è _molto_ diversa?

— Non lo so, non mi sono informato; in simili casi uno non può parlare

che per conto proprio. Ti credo felice perchè... perchè sono felice io

con te; ma se andassi a dire agli altri che ti faccio felice, che tu

mi adori, e che io merito la tua adorazione, mi piglierebbero per uno

sciocco. E poi — proseguì con un'aria baldanzosetta — e poi che ne so

io veramente se tu sei molto o poco felice con me? Posso forse scendere

in fondo al tuo cuore, visitare tutte le più piccole celle del tuo

cervello, dove s'annicchia talvolta l'immaginazione scontenta?

Invece di rispondere Ermenegilda sospirò, e il povero Ermenegildo non

riuscì a capire se facesse per canzonatura o per impazienza.

Era come se avesse infilato una veste nuova in cui si trovasse a

disagio, e non potesse mutarsela perchè già fuori di casa. Veramente la

sua disinvoltura gli faceva strane smorfie sulla persona; ma oramai era

avviato, e tirò innanzi.

— Ermenegildo — mi diceva l'amico Santi — noi gente di scienze o

di lettere o d'arti abbiamo forse un avversario più degli altri;

quell'immaginazione medesima, che ci dà tante dolcezze, che ci

incoraggia a salire le alture faticose del vero e del bello con la

promessa di più ampi orizzonti, può darci e ci dà talvolta aspre

battaglie. Mentre noi siamo tranquilli a casa, al focolare, e guardiamo

la felicità nella faccia serena della nostra compagna, negli occhioni

delle nostre creature, v'è una parte di noi che se ne va... Dove?...

Lontano; a sognare cose nuove: affetti, sorrisi, lagrime; a indovinare

gli aspetti ignorati della bellezza.

Ermenegildo pigliò fiato; Ermenegilda, che aspettava quel momento, si

accontentò di dire con una ironia lieve lieve:

— In sostanza, voialtri uomini di arti o di scienze o di lettere

non dovreste prender moglie. È una idea vecchiotta, ma non quanto la

verità, che è eterna.

— Chi dice questo? — interruppe il marito con la forza della

convinzione. — Lo dicono gli scapoli fino a trent'anni; dopo i

trent'anni nessuno più lo pensa; dopo i quaranta nessuno più lo dice...

— Il pittore Vaghi lo dice ancora, ed ha sessantacinque anni sonati —

osservò Ermenegilda con malizia.

— Il vecchio pittore Vaghi ha ricominciato a dirlo dieci anni fa,

quando si rassegnò a perdere interamente la speranza di trovar una

moglie giovane e bella.

— Come lo sai?

— Lo immagino. Egli ha sempre adorato la gioventù e la bellezza delle

donne; ora ha i capelli bianchi e non è ricco... Torniamo all'amico

Santi.

Ermenegilda mandò un sospiro o uno sbadiglio all'amico Santi, e

ripigliò la positura di prima.

— Vi sono due esseri in noi — prosegui Ermenegildo; — uno casalingo,

bonaccione, pieno di giudizio e d'ordine; l'altro fantastico,

insoddisfatto; uno si appaga delle cose, l'altro vorrebbe le ombre

delle cose; forse non è bene, appunto quando l'uno dei due ha tutto,

che l'altro non abbia nulla; potendolo fare senza peccato, perchè

quella parte di noi che sogna non dovrebbe avere il suo alimento? —

Così mi parlava l'amico Santi. — Vi sono sentimenti (dice lui) che a

mia moglie non posso esprimere; mi darebbe del matto o si spaventerebbe

fuor di misura; bisogni, anzi sfumature di bisogni, aspirazioni

indefinite dell'anima, estasi del pensiero (è sempre lui che parla),

delle quali io mi compiaccio perchè sono una parte non indegna del mio

essere, e che mia moglie non capisce. Un legame di due intelligenze, un

interrogarsi ed un rispondersi, magari da lontano, di due anime che si

comprendono, non dovrebbe offendere il patto sacro del matrimonio.

— Amore platonico... — mormorò Ermenegilda.

— Io direi _platonico_, se vuoi, ma non direi _amore_...

— Diciamo _affetto_... diciamo...

— Diciamo anche _affetto_...

Non sapeva che dire; ora la docilità pensosa di sua moglie lo

imbarazzava peggio della beffa.

— Insomma tu mi hai capito — ripigliò accalorandosi; — l'amico Santi è

incapace di fare una cosa che possa gettare la più piccola ombra sopra

sua moglie... e pure... non dovrei dirtelo, perchè è una confidenza...

e pure...

— Se non devi dirlo, non lo dire, Ermenegildo: è forse meglio.

Balenava una strana luce negli occhi della bella indolente.

Era curiosità? era malizia? Ermenegildo ne cercò inutilmente il

significato, e riprese smorzando di repente quel po' di fuoco che prima

aveva messo nelle sue parole:

— Sbagliavo; anzi te lo devo dire. Chi fa una confidenza a un uomo

ammogliato o a una donna maritata, deve sapere di farla a marito e

moglie. Non è lecito al primo venuto mettere un segreto fra due coniugi

che si vogliono bene.

Voleva soggiungere, ed avrebbe fatto bell'effetto oratorio: «che fra

due coniugi che si vogliono bene non deve frapporsi mai nemmeno l'ombra

di un segreto;» ma si avvide in tempo che egli era precisamente avviato

a provare l'opposto.

— Pur troppo! — soggiunse con una faccia da sant'Ignazio — pur troppo,

poichè la natura umana non è perfetta, e vi sono cose che ci affliggono

senza ragione, qualche piccolo segreto innocente nasce talvolta

inosservato nel letto nuziale.

La tenera sposa esalò un sospiro, che poteva benissimo significare:

«Pur troppo!»

— Per farla corta: l'amico Santi ha un affetto purissimo per una donna.

Quest'affetto è la sua gioia segreta; e mi ha confessato che spesso,

ricevendo una lettera di questa lontana amica, a cui egli svela i suoi

pensieri più riposti, gli pare di sentire come una carezza dell'ideale;

allora si sente più forte, più generoso, più buono e, lo crederesti?...

anche più affettuoso con la moglie.

— È strano! — si contentò di dire Ermenegilda.

— Non è strano niente affatto! Egli sa, cioè teme, di fare un torto a

sua moglie... e più si sente felice, e più crescono i suoi scrupoli.

— Ha degli scrupoli?...

— Sì; chiedeva a me se dovesse smettere o no quella corrispondenza...

— E tu?

— Io gli dissi... che cosa gli poteva dire io?... che, giudicando

così all'ingrosso, se non vi era pericolo di male, nè di dispiaceri

domestici... mi pareva... ch'egli potesse alimentare un sentimento, che

in fondo... non aveva nulla d'ingeneroso.

— E lui?

— Egli mi assicura che dispiaceri non ne possono nascere, perchè le

lettere gli arrivano con un recapito segreto.

— E quella donna ti ha egli detto chi sia?

— Non mi ha detto altro se non che essa pure ha marito.

— Ti ha detto che fosse giovine e bella?

— Giovine sì; della bellezza non ne so nulla... non se n'è parlato...

— Si vedono qualche volta?

— Raramente; egli la vede quando viaggia, ma viaggia poco:

s'incontrano, ed è come se non fosse nulla fra di loro; si riconoscono

appena. Tutte queste cose, io dico, non accadrebbero, se la società

stupida e le piccinerie dell'anima umana non avessero reso impossibile

l'amicizia schietta e palese fra un uomo e una donna; se, fuori del

matrimonio, la malignità non vedesse sempre l'adulterio. Io sostengo

che se è prezioso avere un amico fidato...

— Tanto più dolce sarebbe avere un'amica, alla quale poter affidare i

pesi più delicati dell'anima, perchè ci aiutasse a portarli. Forse non

hai torto; ma io penso a lei, a quella donna maritata, che alimenta una

fiamma innocente, ma segreta; segreta, ma lontana... Ho degli scrupoli

per essa. A te che ne pare?

Ermenegildo confessò candidamente che non vi aveva mai pensato.

— Ma non mi sembra che la cosa cambi... — disse.

— Io temo di sì...

— Lo temo anch'io...

— E pure — si affrettò a dire Ermenegilda — perchè un uomo ammogliato

possa avere innocentemente una... come diciamo?... una corrispondenza

d'amorosi sensi con la moglie d'un altro, bisogna pure che questa

moglie d'un altro acconsenta e corrisponda...

— Sicuramente — disse Ermenegildo agitando il capo con energia — è

sempre il vecchio vizio di noi uomini di guardare le cose da un lato

solo... Sicuramente, perchè un uomo ammogliato possa... bisogna pure

che ci sia la moglie di un altro, che...

— E quella incognita non perde nulla ai tuoi occhi? La stimi tu

egualmente come se non nascondesse nulla al marito?

— Sicuro che la stimo; non dico proprio egualmente... cioè sì, la stimo

egualmente. La colpa non è sua, se il mondo, se il marito... Certo la

stimerei di più se... ma bisognerebbe che il marito non fosse un uomo

volgare...

Ermenegilda gli aveva fissato gli occhi bene aperti in faccia, ed è

forse questo che gli imbrogliava di nuovo il filo delle idee.

— Volevo dire che la stimerei di più se potesse dir tutto al marito;

ma probabilmente se non gli dice nulla è perchè suo marito non saprebbe

ricevere bene una confidenza simile.

— Sarebbe pur bello — sospirò Ermenegilda — che si potesse dire tutto,

proprio tutto al marito! Che estasi quell'accordo di tre anime!

Ermenegildo, trionfatore modesto, ancora non era arrivato a convincersi

della propria vittoria, quando a un tratto vide sua moglie sollevarsi

a mezzo e porgergli la mano attraverso la tavola. Ed egli prese quella

bella manina, e riconobbe che era bianca, grassoccia e bella, proprio

bella, ma come in sogno.

— Amico — gli disse Ermenegilda con un tantino di enfasi teatrale,

che lo svegliò del tutto; — amico, io ti ho già troppo offeso tacendo,

dissimulando, facendo la commedia finora; tu sei degno di saper tutto:

quella donna, quell'amica lontana del signor Santi, sono io! Da un anno

egli mi scriveva segretamente e io gli...

Ma era già stretta fra le braccia del marito, e un bacio le chiudeva la

bocca, non potè terminare la frase.

Si provò più volte a condurre alla fine la sua confessione, sempre

invano. Ermenegildo la baciava e rideva.

— Sì, ho detto la verità — soggiunse Ermenegilda fra i baci — io non

credeva di far male... ma non ne ero sicura; il nostro buon amico era

turbato anche lui... dal rimorso... l'ultima volta che fu da noi a

desinare, ventidue giorni fa... quel mercoledì che pioveva... per poco

non ti svelò il suo segreto... il nostro segreto... innocente. Ripetimi

— soggiunse sprigionandosi dalle carezze — ripetimi che questa nostra

corrispondenza non ti offende, che questa tenerezza di due anime...

A questo punto il contagio dell'ilarità di lui aveva preso anche lei.

— Pietà di me... — mormorò il marito stringendosi le costole — non

farmi morire così...

Il riso dell'incredulo Ermenegildo durava ancora, quando Ermenegilda si

era di già rifatta seria.

Era entrata nel cervello di quella donnina una idea vendicativa.

— Sì, sono io — ripetè con faccia seria; e il marito rise ancora.

— Sì, sono io — insistè; e il marito non rise più, ma venne a lei

gravemente, e pigliandole il mento con due dita, cominciò:

— Ho compreso, so tutto quello che mi vuoi dire: facili sono le

teoriche fatte sulle spalle degli altri; l'esempio invece prova...

Sua moglie lo interruppe:

— L'esempio non prova nulla di nulla, l'esempio è l'accidente, è

il caso; la teorica è la dottrina. Ma lo vedo bene io, tu non mi

credi, non mi vuoi credere. E pure te l'assicuro, Ermenegildo mio, la

consolatrice lontana del comune amico Santi sono io; te ne posso dare

le prove...

Ermenegilda frugò nelle proprie tasche, poi porgendo un foglio al

marito, che non fu pronto a pigliarlo, soggiunse semplicemente:

— Leggi.

Questa volta Ermenegildo si fece pallido; Ermenegilda battè le mani.

— Ti ho fatto paura! — esclamò l'astuta donnina con un impeto di gioia

— ora sono vendicata!

— Dammi quel foglio — balbettò Ermenegildo...

Lo prese e lo lesse da cima a fondo con molta gravità.

Era un autografo della modista; vi si parlava di un cappellino

di paglia di Firenze, con piume, nastri, blonde, fiori e simili,

d'un cappellino non ancora saldato che costava meno di nulla, d'un

cappellino assolutamente indegno di coprire una testina così accorta.

— Signora — disse Ermenegildo con una severità burlesca — questo foglio

mi appartiene.

Ermenegilda chinò il capo, rassegnata alla propria sorte. Più volte

in quella giornata memoranda, la risata nacque sulle labbra dei due

coniugi; rinacque repentinamente e rimorì fra gli spasimi d'una lunga

agonia.

Mio figlio! · 第 42 / 92 题