VII.

Avevano dato a mio figlio un difficile problema da risolvere, e il

poveretto, che non era forte nelle matematiche, non se ne poteva

cavare.

— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne a dire Evangelina. Questi

maestri non so dove si abbiano la testa. La bella maniera di tormentare

un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo curvo a tavolino; mi

fa proprio pena: dovresti aiutarlo.

— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli giova l'andare a scuola?

Se i problemi glieli dànno, è segno che deve saperli risolvere; e se

non sa, è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la spiegazione;

e poi, sono tanto occupato!

Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente a provarsi lei a fare

quel che io non volevo, perchè poco dopo tornò a dirmi:

— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria piana. Augusto non

può risolverlo, piange...

— Piange?

Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello stanzino in cui

Augusto si torturava da un'ora, ebbi come il presentimento d'una

catastrofe. Ma non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai a mio

figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso, poi, con un po' di

sussiego:

— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di mattoni deve consegnare tanti

mattoni quanti ne occorrono all'ammattonato di una stanza di forma

trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è difficile — dissi. — E

non sei buono a cavartene?

Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione ingenua di

altri tempi mista a un tantino di stupore. E io soggiunsi:

— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il còmpito; se i tuoi còmpiti

dovessi farli io, sarebbe inutile che tu andassi a scuola. Ora però

hai lavorato troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi torna su e ti

sarà più facile.

— È troppo difficile — disse lui.

— È facile — dissi io.

Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo posto dinanzi al

tavolino.

La misericordia celeste risparmi a ogni padre la tortura che provai

quella mattina. Ciò che mi sembrava facile da lontano, mi apparve irto

di mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina mi stava a

guardare, indovinando anche essa il mio imbarazzo; io sentiva Augusto

che faceva il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsa

urgente che avevo lasciata sulla mia scrivania, e continuavo a star

lì come inchiodato, sfogliando dispettosamente la geometria piana,

calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati.

A poco a poco la testa mi si empì siffattamente di cifre, che non mi

raccapezzai più; sbagliavo perfino le somme, e per ritrovare l'errore

d'unità (un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso. Mi vennero

a dire che un cliente mi voleva parlare; gli feci rispondere che ero

occupatissimo e non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce nel mio

cervello; il problema mi si affacciò netto, e io non istentai cinque

minuti a risolverlo.

— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non era facile; io poi non ci

ho più pratica...

Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina mi ammirava, nè più

nè meno; e io vidi quella sua ammirazione passare tutta d'un pezzo

nello spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su e trovò il

problema risoluto.

E non mi parve davvero di aver perduto il mio tempo; anzi, rientrando

nel mio studio, avevo una certa solennità, come se vi portassi la

fiaccola della scienza.

A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece di tornare da scuola

allegro e di far irruzione nella mia camera a dirmi che aveva preso

dieci decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in casa come un

cane battuto, e se ne stette in cucina.

E quando io volli sapere che cosa avesse, mi rispose di mala voglia che

il problema era sbagliato.

— È impossibile! — esclamai.

— Guarda — mi disse melanconicamente mio figlio; — doveva dare 4526

mattoni, e invece ne dà 3916.

Io guardai, non vidi nulla. Se tutti quei mattoni mi fossero caduti

addosso, non mi avrebbero fatto tanto male.

Ma accanto alle sventure il cielo mette le consolazioni, e io ne trovai

una dinanzi alla scrivania. Era Laurina, la piccola studiosa; essa

si era arrampicata sulla poltrona e leggeva attentamente il codice di

procedura.

— Senti, babbo — mi disse appena mi vide entrare — senti; la so tutta:

«due più due quattro più due otto più due dieci più due ventidue più

due ventiquattro più due trenta.»

Mio figlio! · 第 41 / 92 题