Avevano dato a mio figlio un difficile problema da risolvere, e il
poveretto, che non era forte nelle matematiche, non se ne poteva
cavare.
— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne a dire Evangelina. Questi
maestri non so dove si abbiano la testa. La bella maniera di tormentare
un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo curvo a tavolino; mi
fa proprio pena: dovresti aiutarlo.
— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli giova l'andare a scuola?
Se i problemi glieli dànno, è segno che deve saperli risolvere; e se
non sa, è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la spiegazione;
e poi, sono tanto occupato!
Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente a provarsi lei a fare
quel che io non volevo, perchè poco dopo tornò a dirmi:
— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria piana. Augusto non
può risolverlo, piange...
— Piange?
Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello stanzino in cui
Augusto si torturava da un'ora, ebbi come il presentimento d'una
catastrofe. Ma non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai a mio
figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso, poi, con un po' di
sussiego:
— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di mattoni deve consegnare tanti
mattoni quanti ne occorrono all'ammattonato di una stanza di forma
trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è difficile — dissi. — E
non sei buono a cavartene?
Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione ingenua di
altri tempi mista a un tantino di stupore. E io soggiunsi:
— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il còmpito; se i tuoi còmpiti
dovessi farli io, sarebbe inutile che tu andassi a scuola. Ora però
hai lavorato troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi torna su e ti
sarà più facile.
— È troppo difficile — disse lui.
— È facile — dissi io.
Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo posto dinanzi al
tavolino.
La misericordia celeste risparmi a ogni padre la tortura che provai
quella mattina. Ciò che mi sembrava facile da lontano, mi apparve irto
di mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina mi stava a
guardare, indovinando anche essa il mio imbarazzo; io sentiva Augusto
che faceva il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsa
urgente che avevo lasciata sulla mia scrivania, e continuavo a star
lì come inchiodato, sfogliando dispettosamente la geometria piana,
calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati.
A poco a poco la testa mi si empì siffattamente di cifre, che non mi
raccapezzai più; sbagliavo perfino le somme, e per ritrovare l'errore
d'unità (un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso. Mi vennero
a dire che un cliente mi voleva parlare; gli feci rispondere che ero
occupatissimo e non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce nel mio
cervello; il problema mi si affacciò netto, e io non istentai cinque
minuti a risolverlo.
— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non era facile; io poi non ci
ho più pratica...
Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina mi ammirava, nè più
nè meno; e io vidi quella sua ammirazione passare tutta d'un pezzo
nello spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su e trovò il
problema risoluto.
E non mi parve davvero di aver perduto il mio tempo; anzi, rientrando
nel mio studio, avevo una certa solennità, come se vi portassi la
fiaccola della scienza.
A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece di tornare da scuola
allegro e di far irruzione nella mia camera a dirmi che aveva preso
dieci decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in casa come un
cane battuto, e se ne stette in cucina.
E quando io volli sapere che cosa avesse, mi rispose di mala voglia che
il problema era sbagliato.
— È impossibile! — esclamai.
— Guarda — mi disse melanconicamente mio figlio; — doveva dare 4526
mattoni, e invece ne dà 3916.
Io guardai, non vidi nulla. Se tutti quei mattoni mi fossero caduti
addosso, non mi avrebbero fatto tanto male.
Ma accanto alle sventure il cielo mette le consolazioni, e io ne trovai
una dinanzi alla scrivania. Era Laurina, la piccola studiosa; essa
si era arrampicata sulla poltrona e leggeva attentamente il codice di
procedura.
— Senti, babbo — mi disse appena mi vide entrare — senti; la so tutta:
«due più due quattro più due otto più due dieci più due ventidue più
due ventiquattro più due trenta.»