Intanto Augusto mi veniva svelando il segreto del suo nuovo e
straordinario amore allo studio; quell'anno doveva avere dei
libri nuovi, non so quali e quanti, un'infinità, ed uno più grosso
dell'altro, ma tutti grossi abbastanza!
— Costeranno un occhio del capo — diceva Evangelina, non ancora guarita
del tutto dai piccoli terrori economici che l'avevano tormentata nei
primi anni del nostro matrimonio, quando il mio primo cliente non si
voleva decidere a chiamare in tribunale la parte avversaria.
— La scienza non costa mai troppo — rispondevo con un sorriso da
milionario; così rasserenavo mia moglie e mettevo in capo a mio
figlio una massima; ed era bella e buona economia anche questa. Ma sì,
Augusto non dava retta a me, non badava a sua madre, lasciava dissipare
l'interruzione e ripigliava a fare sulle dita il conto dei suoi libri.
— Il _Compendio di Storia_, uno, l'_Aritmetica_, due, i _Diritti e i
doveri del cittadino_, tre, la _Storia Sacra_, e la _Grammatica_.
— Non l'hai già la _Grammatica_? — chiedeva sua madre.
— Quella _era_ la _Grammatichetta_ — rispondeva Augusto.
E bisognava vedere a che cosa si riduceva in bocca di mio figlio quella
che un tempo _era_ la _Grammatichetta_, per comprendere che in avvenire
non poteva essere più nulla.
Veramente non era più gran cosa. Quando io volli vederla, sebbene
piccola ed indegna, per non so quale recondito istinto di misericordia
verso la specie grammaticale, prima Augusto si schermì dicendo che
l'aveva nel cassetto, e che nel cassetto non ce l'aveva più, e che
non sapeva dov'era, poi portò a sua madre un arnese irriconoscibile.
Aveva uno o più occhi disegnati e non finiti in ogni pagina un numero
d'orecchi incalcolabili, senza l'aiuto della piccola _Aritmetica_ sua
compagna, che non istava meglio, come accertammo subito dopo. Con tanti
occhi e tanti orecchi, sarebbe stata una crudeltà abbandonare i due
libriccini in questo mondo di calcoli sbagliati e di sgrammaticature,
ed io vidi senza stupore che la mia Evangelina se n'andava a riporre
quegli invalidi in un cassetto.
— Farai lo stesso trattamento ai libri di quest'anno? — domandai a mio
figlio senza rancore, ma con un biasimo sottinteso.
Augusto mi rispose assolutamente di no; perchè i libri di quell'anno
erano tanti, ed erano grossi, ed erano belli, perciò li avrebbe tenuti
con mille riguardi. Ed era proprio come se li avesse davanti; li
contemplava con amore e faceva atto di lisciarne la coperta.
— Quando me li compri, babbo?
— Domani.
— Oggi no? — insistè con quella sua civetteria a cui non potevo
resistere.
— E perchè no? — chiesi maliziosamente.
Allora lo sfacciatello spiccò un salto, e corse a portare alla mamma
la buona novella che il babbo andrebbe subito subito a comprare i libri
nuovi.
Non andai solo; venne anche lui, e quando ebbe tutti i suoi libri in
un fascio, non li volle più abbandonare; se li prese a braccetto come
buoni amici, e con ansia mista di sussiego mi consigliò di far presto
per farli vedere subito alla mamma.
Per via non diceva nulla; la sua testina ricciuta aveva pensieri gravi.
A quell'età i pensieri gravi rendono il passo leggiero, e io stentava a
tener dietro a mio figlio.
Quando fu alla porta di casa, Augusto spiccò un salto così audace, che
la nuova Grammatica, novissima agli esercizi della scolaresca, non potè
reggere, gli scivolò dal braccio e cadde.
Cadde, e non si fece male, perchè il pianerottolo era pulito: e io ne
resi grazia agli Eterni e alla fantesca, pensando all'afflizione che
mio figlio avrebbe provato se avesse visto solo un'ombra nell'azzurro
della copertina immacolata.
In questa come in molte altre cose, Evangelina non aveva le opinioni di
suo figlio; essa diceva, per esempio, che si mettono troppi libri nelle
mani della gioventù, per avere il pretesto di chiamarla studiosa, e si
permetteva di dubitare che Augusto avesse poi a leggere tutte quelle
pagine.
Il piccolo studioso era sicuro del contrario e lo affermava a viso
aperto, senza placare la mamma. La quale insisteva:
— Io invece temo che non le leggerai nemmeno mezze; e sono poi sicura
d'una cosa... di una cosa...
— Di che cosa?
— Sono sicura che fra una settimana tutti questi bei libri avranno
perduta la coperta...
— Come devono fare a perderla? — domandava Augusto fingendo di non
capire.
— Se non lo sai tu...
Allora il piccolo furbo faceva un atto dispettosetto e minacciava di
andarsi a chiudere in camera e di leggere tutti i libri nuovi d'un
fiato, per farla vedere alla mamma. Quanto alle coperte... quanto alle
coperte.... Le lisciava con delicatezza, le guardava con amore; aveva
ragione lui intanto.
E io dissi senza ridere:
— Serbala sempre questa tenerezza per le coperte dei tuoi libri, non
lasciarti vincere mai dalla tentazione di strapparle per fartene un
cappello da carabiniere, nè una barca, nè un'oca; bada a non versarvi
sopra il contenuto del tuo calamaio; accontentati di scrivervi il
tuo nome, senza illustrarlo col ritratto dei tuoi compagni di scuola
e tanto meno del signor maestro. Serbala, sì, serbala sempre questa
tenerezza che ora dimostri, perchè l'amore delle coperte dei libri è il
fondamento...
Avevo un'idea vaga che l'amore delle coperte dei libri fosse il
fondamento di qualche cosa; ma non sapevo bene di che, e per non dirla
grossa volli tacere, sperando, un po' tardi, che mio figlio non mi
avesse dato retta. Invece era là, tutt'occhi e tutt'orecchi, e mi toccò
spingere innanzi la frase a ogni costo.
E fu così che quel giorno affermai solennemente in faccia a mio figlio,
il quale non ne capì una sillaba, essere l'amore delle coperte e dei
frontispizi il fondamento d'ogni dottrina vera... o falsa.
Se riuscimmo a star serii, Evangelina ed io, dopo esserci scambiati
un'occhiata, bisogna dire che la coscienza dei nostri doveri seppe
fare un miracolo. Augusto ad ogni modo lesse qualche cosa nella nostra
faccia, capì che ne avevo detto una grossa, probabilmente veniva
ripetendo fra sè e sè la mia frase sconclusionata, ingegnandosi
di vederne il fondo; ed io, per fargli perdere il filo delle sue
idee e correggere alla meglio lo sproposito paterno, mi affrettai a
commetterne un altro.
— Fra tutti quei libri — domandai a mio figlio — quale preferisci?
Non mi capiva.
— Quale ti è più caro? A quale vuoi più bene?
Li guardò alla sfuggita, con poca speranza di scorgere in qualcuno
delle qualità straordinarie che meritassero un affetto speciale; erano
tutti nuovi, non sapeva che rispondere, voleva bene a tutti.
— E pure — insistei con malizia — ve n'è uno che non ti seccherà mai,
che non ti darà mai un dispiacere, nè un affanno, nè uno sgomento, che
ti sarà amico discreto tutto l'anno... ed è quello lì... quello, sì,
proprio quello...
— Il vocabolario! — balbettò Augusto; e soggiunse pigliandolo in mano:
— Ah! sì, perchè è legato, e poi è più grosso.
— Già, è più grosso ed è legato... per questo... Del resto bisogna
amarli tutti i libri di scuola, che ci aprono l'intelletto e ci
spezzano il primo pane della scienza...
In fondo era l'idea di mio figlio; anzi egli andava più in là: li
amava tutti senza secondo fine, e non entrava ombra di metafora nel suo
istinto amoroso.