II.

Intanto Augusto mi veniva svelando il segreto del suo nuovo e

straordinario amore allo studio; quell'anno doveva avere dei

libri nuovi, non so quali e quanti, un'infinità, ed uno più grosso

dell'altro, ma tutti grossi abbastanza!

— Costeranno un occhio del capo — diceva Evangelina, non ancora guarita

del tutto dai piccoli terrori economici che l'avevano tormentata nei

primi anni del nostro matrimonio, quando il mio primo cliente non si

voleva decidere a chiamare in tribunale la parte avversaria.

— La scienza non costa mai troppo — rispondevo con un sorriso da

milionario; così rasserenavo mia moglie e mettevo in capo a mio

figlio una massima; ed era bella e buona economia anche questa. Ma sì,

Augusto non dava retta a me, non badava a sua madre, lasciava dissipare

l'interruzione e ripigliava a fare sulle dita il conto dei suoi libri.

— Il _Compendio di Storia_, uno, l'_Aritmetica_, due, i _Diritti e i

doveri del cittadino_, tre, la _Storia Sacra_, e la _Grammatica_.

— Non l'hai già la _Grammatica_? — chiedeva sua madre.

— Quella _era_ la _Grammatichetta_ — rispondeva Augusto.

E bisognava vedere a che cosa si riduceva in bocca di mio figlio quella

che un tempo _era_ la _Grammatichetta_, per comprendere che in avvenire

non poteva essere più nulla.

Veramente non era più gran cosa. Quando io volli vederla, sebbene

piccola ed indegna, per non so quale recondito istinto di misericordia

verso la specie grammaticale, prima Augusto si schermì dicendo che

l'aveva nel cassetto, e che nel cassetto non ce l'aveva più, e che

non sapeva dov'era, poi portò a sua madre un arnese irriconoscibile.

Aveva uno o più occhi disegnati e non finiti in ogni pagina un numero

d'orecchi incalcolabili, senza l'aiuto della piccola _Aritmetica_ sua

compagna, che non istava meglio, come accertammo subito dopo. Con tanti

occhi e tanti orecchi, sarebbe stata una crudeltà abbandonare i due

libriccini in questo mondo di calcoli sbagliati e di sgrammaticature,

ed io vidi senza stupore che la mia Evangelina se n'andava a riporre

quegli invalidi in un cassetto.

— Farai lo stesso trattamento ai libri di quest'anno? — domandai a mio

figlio senza rancore, ma con un biasimo sottinteso.

Augusto mi rispose assolutamente di no; perchè i libri di quell'anno

erano tanti, ed erano grossi, ed erano belli, perciò li avrebbe tenuti

con mille riguardi. Ed era proprio come se li avesse davanti; li

contemplava con amore e faceva atto di lisciarne la coperta.

— Quando me li compri, babbo?

— Domani.

— Oggi no? — insistè con quella sua civetteria a cui non potevo

resistere.

— E perchè no? — chiesi maliziosamente.

Allora lo sfacciatello spiccò un salto, e corse a portare alla mamma

la buona novella che il babbo andrebbe subito subito a comprare i libri

nuovi.

Non andai solo; venne anche lui, e quando ebbe tutti i suoi libri in

un fascio, non li volle più abbandonare; se li prese a braccetto come

buoni amici, e con ansia mista di sussiego mi consigliò di far presto

per farli vedere subito alla mamma.

Per via non diceva nulla; la sua testina ricciuta aveva pensieri gravi.

A quell'età i pensieri gravi rendono il passo leggiero, e io stentava a

tener dietro a mio figlio.

Quando fu alla porta di casa, Augusto spiccò un salto così audace, che

la nuova Grammatica, novissima agli esercizi della scolaresca, non potè

reggere, gli scivolò dal braccio e cadde.

Cadde, e non si fece male, perchè il pianerottolo era pulito: e io ne

resi grazia agli Eterni e alla fantesca, pensando all'afflizione che

mio figlio avrebbe provato se avesse visto solo un'ombra nell'azzurro

della copertina immacolata.

In questa come in molte altre cose, Evangelina non aveva le opinioni di

suo figlio; essa diceva, per esempio, che si mettono troppi libri nelle

mani della gioventù, per avere il pretesto di chiamarla studiosa, e si

permetteva di dubitare che Augusto avesse poi a leggere tutte quelle

pagine.

Il piccolo studioso era sicuro del contrario e lo affermava a viso

aperto, senza placare la mamma. La quale insisteva:

— Io invece temo che non le leggerai nemmeno mezze; e sono poi sicura

d'una cosa... di una cosa...

— Di che cosa?

— Sono sicura che fra una settimana tutti questi bei libri avranno

perduta la coperta...

— Come devono fare a perderla? — domandava Augusto fingendo di non

capire.

— Se non lo sai tu...

Allora il piccolo furbo faceva un atto dispettosetto e minacciava di

andarsi a chiudere in camera e di leggere tutti i libri nuovi d'un

fiato, per farla vedere alla mamma. Quanto alle coperte... quanto alle

coperte.... Le lisciava con delicatezza, le guardava con amore; aveva

ragione lui intanto.

E io dissi senza ridere:

— Serbala sempre questa tenerezza per le coperte dei tuoi libri, non

lasciarti vincere mai dalla tentazione di strapparle per fartene un

cappello da carabiniere, nè una barca, nè un'oca; bada a non versarvi

sopra il contenuto del tuo calamaio; accontentati di scrivervi il

tuo nome, senza illustrarlo col ritratto dei tuoi compagni di scuola

e tanto meno del signor maestro. Serbala, sì, serbala sempre questa

tenerezza che ora dimostri, perchè l'amore delle coperte dei libri è il

fondamento...

Avevo un'idea vaga che l'amore delle coperte dei libri fosse il

fondamento di qualche cosa; ma non sapevo bene di che, e per non dirla

grossa volli tacere, sperando, un po' tardi, che mio figlio non mi

avesse dato retta. Invece era là, tutt'occhi e tutt'orecchi, e mi toccò

spingere innanzi la frase a ogni costo.

E fu così che quel giorno affermai solennemente in faccia a mio figlio,

il quale non ne capì una sillaba, essere l'amore delle coperte e dei

frontispizi il fondamento d'ogni dottrina vera... o falsa.

Se riuscimmo a star serii, Evangelina ed io, dopo esserci scambiati

un'occhiata, bisogna dire che la coscienza dei nostri doveri seppe

fare un miracolo. Augusto ad ogni modo lesse qualche cosa nella nostra

faccia, capì che ne avevo detto una grossa, probabilmente veniva

ripetendo fra sè e sè la mia frase sconclusionata, ingegnandosi

di vederne il fondo; ed io, per fargli perdere il filo delle sue

idee e correggere alla meglio lo sproposito paterno, mi affrettai a

commetterne un altro.

— Fra tutti quei libri — domandai a mio figlio — quale preferisci?

Non mi capiva.

— Quale ti è più caro? A quale vuoi più bene?

Li guardò alla sfuggita, con poca speranza di scorgere in qualcuno

delle qualità straordinarie che meritassero un affetto speciale; erano

tutti nuovi, non sapeva che rispondere, voleva bene a tutti.

— E pure — insistei con malizia — ve n'è uno che non ti seccherà mai,

che non ti darà mai un dispiacere, nè un affanno, nè uno sgomento, che

ti sarà amico discreto tutto l'anno... ed è quello lì... quello, sì,

proprio quello...

— Il vocabolario! — balbettò Augusto; e soggiunse pigliandolo in mano:

— Ah! sì, perchè è legato, e poi è più grosso.

— Già, è più grosso ed è legato... per questo... Del resto bisogna

amarli tutti i libri di scuola, che ci aprono l'intelletto e ci

spezzano il primo pane della scienza...

In fondo era l'idea di mio figlio; anzi egli andava più in là: li

amava tutti senza secondo fine, e non entrava ombra di metafora nel suo

istinto amoroso.

Mio figlio! · 第 36 / 92 题