Augusto intanto cresceva a vista d'occhio, si faceva rosso e tondo come
un puttino modellato senza economia, nel gesso.
Le passeggiate a piedi fanno bene alla salute. Ci avviammo spesso,
Evangelina e io, prima a braccetto lungo la strada maestra, poi pel
sentieruolo, tenendoci per mano come due innamorati, fino a Musocco,
dove ci aspettava lo spettacolo meraviglioso della nostra creatura
indifferente, non d'altro occupata che di vantare con le opere
l'eccellentissimo latte della balia.
Io, l'indifferenza sublime di mio figlio la pigliavo con una certa
filosofia; Evangelina no; la sua superbiuzza materna non le dava tanta
forza da nascondere a' miei sguardi che era gelosa.
Ed era forse geloso io pure, quando, mettendo la faccia presso a quella
di mio figlio, egli per un po' mi guardava stupito, poi invece di
buttarmi le braccia al collo, come gli doveva consigliare la voce del
sangue, cacciava uno strillo.
Questo disastro seguiva raramente, ma ci piombava entrambi nella
desolazione. Quei giorni si tirava in lungo la visita, dimenticando
Milano, il tribunale e i clienti; non si avrebbe avuto cuore di venir
via senza prima aver fatta la pace con nostra figlio, e all'ultimo,
riconfortati alla meglio da un'ombra di sorriso che era passata
sui suoi labbruzzi, o da una carezza che egli aveva ricevuto con
rassegnazione, ci avviavamo a passi lenti a Milano.
Poi ritrovavamo il nostro passo spedito, la nostra piccola filosofia
quotidiana, noi stessi. E ci consolavamo a vicenda dell'ingiustizia
di Augusto, e io ridiventava l'avvocato Placidi per difendere la mia
progenitura.
— La voce del sangue! — dicevo cinicamente — chi vi crede oramai? Non
si fa sentire nemmeno più sul palcoscenico. E non bisogna lagnarsene;
aveva detto tante corbellerie questa voce famosa! Invece la voce del
latte!...
Ma non avendo la lena di andar oltre, mi provavo a ridere. Evangelina
non rideva, ed io tirava innanzi con crescente convinzione.
— Corrono molte voci nel mondo che nessuno ha mai udito: la voce del
popolo, la voce di Dio, la voce della coscienza, eccetera; invece non
si sente mai dire: la voce della minestra, la voce dell'arrosto, come
se non parlassero ogni santo giorno, non escluse le vigilie, ad ogni
uomo digiuno. Non ho io ragione?
— Hai ragione — mi rispondeva Evangelina — ma bisognerà tornare presto
a trovarlo; è necessario che egli si avvezzi fin d'ora a vederci, a
conoscerci, a volere un po' di bene a noi, che gliene vogliamo tanto.
Parlava di lui, ed io che non aveva cessato un momento di pensarvi, mi
rifacevo grave per dire:
— Lo svezzeremo presto e lo toglieremo da balia. Fino a che età poppano
i bimbi? Lo sai tu?
— Secondo i casi — rispondeva la povera mammina sospirando — fino a un
anno e mezzo; ve n'è di quelli che vogliono il latte fino a due anni,
magari fino a tre.
«Il nostro non sarà di quelli — sentenziava il padre, baldanzoso in
apparenza, sgomentato in fondo. — Intanto hai ragione, bisogna andar
spesso a vederlo; è necessario che egli impari a volerci bene».
*
* *
A quel che bisognava fare non mancavamo davvero; l'ottima Marianna
non doveva avere più nemmeno una settimana di sicurezza, sapendo che
da un momento all'altro le potevamo capitare alle spalle e coglierla
in flagrante reato di disamore alla nostra creatura, ma non perciò si
sgominava o smetteva il suo bel riso; aveva anch'essa il suo talismano:
voleva un gran bene ad Augusto.
— È proprio come se fosse mio — diceva per rassicurarci; e a queste
parole ingenue io, da un piccolo tumulto che seguiva dentro di me,
indovinava una battaglia nel cuore di Evangelina.
— È furbo — asseriva talvolta la vezzosa balietta — sa farsi voler
bene; quando vuole poppare, le sa ben lui le piccole moine... è proprio
pieno di malizia. Io dico che diventerà _qualche cosa_... perchè ha
talento.
Ascoltavamo in silenzio, tra contenti e mortificati di dover apprendere
tutto il valore della nostra creatura da un'estranea; poi Evangelina
si chinava a baciucchiare il piccolo tesoro, ed io, che non mi potevo
permettere altrettanto a causa dei baffi, invece di dichiararmi lieto
di apprendere che mio figlio era pieno di malizia, balbettavo che _lo
sapevamo._
Allora la balia mi faceva vedere i denti immacolati, e approfittando di
un momento in cui la faccia rosea di Augusto era scoperta, gli scoccava
con disinvoltura un bacio rumoroso che il piccino si pigliava senza
mormorare.
Se avessimo fatto noi altrettanto, Dio sa che strilli!
— Mi conosce, da me lascia fare — diceva Marianna — non c'è pericolo
che voglia andare con altri... la notte, quando ha freddo, si fa
sentire: allora me lo piglio in letto, ed egli sa dove mettere la
faccetta per sentire il calduccio.
Tutte queste notizie ci davano una consolazione strana, che ci faceva
molto felici e un po' desolati. Avevamo pure raccomandato cento volte
alla balia che di notte non si pigliasse in letto nostro figlio; ma
non volevamo nemmeno che egli piangesse nella culla o che patisse il
freddo.
— Dio buono! — mormorava Evangelina — e se lo soffocasse?
— Soffocarlo! — esclamava la balia — dillo un po' tu se ti faccio
male?...
E siccome Augusto non diceva nulla, ella spiegava minutamente alla
mammina mal pratica l'arte sua amorosa di tener in letto il bimbo
senza alcun pericolo, ed era così felice e così allegra nella sua
dimostrazione, che Evangelina doveva finire col dichiararsi interamente
soddisfatta.
E non era vero, povera Evangelina, che tu fossi interamente soddisfatta.
*
* *
Io che mi venivo ammaestrando sui libri nell'arte di allevare i
figliuoli, un giorno dissi alla balia:
— Bisognerebbe cominciare fin d'ora a dargli la pappa...
— La pappa! — balbettò Marianna sbigottita — è troppo presto; non ha
che sei mesi.
Mia moglie mi guardava non osando darmi torto, come le suggeriva il suo
istinto di madre, e forse sperando che io avessi ragione.
— Dovrà cominciare dal poco — insistei gravemente — in principio il
guscio d'un uovo sarà la sua scodella; prima una volta il giorno, poi
due; siano le pappe di semolina di buona qualità, non molto dense e ben
cotte in buon brodo di pollo o di manzo...
Una risata interruppe la lezione che io sapeva così bene a memoria.
Era la balia che, non ostante il rispetto da me ispiratole, non aveva
saputo frenare il suo buon umore.
— Scusi — diceva — è più forte di me.
Sì, l'idea del brodo di pollo era più forte di lei.
— Per fare il brodo di pollo o di manzo — osservò correggendo con un
tantino di gravità il suo irriverente buon umore — ci vuole il pollo
o per lo meno il manzo; i signori come loro queste cose le hanno
sempre... ma noi....
Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i signori come noi...» e
un mio sorriso finì la frase: «queste cose le hanno sempre...», poi mi
venne un'idea luminosa:
— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna prometterci di dare per
davvero le pappe al bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un
uovo... la semolina ben cotta...
Aveva inteso, prometteva tutto.
Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi le lessi in faccia che
ella aveva indovinato la mia bell'idea.
Quella sera, al momento di assestare i conti della giornata,
aggiungemmo allegramente al nostro bilancio la spesa mensile di un
vasetto di estratto di carne.