III.

Augusto intanto cresceva a vista d'occhio, si faceva rosso e tondo come

un puttino modellato senza economia, nel gesso.

Le passeggiate a piedi fanno bene alla salute. Ci avviammo spesso,

Evangelina e io, prima a braccetto lungo la strada maestra, poi pel

sentieruolo, tenendoci per mano come due innamorati, fino a Musocco,

dove ci aspettava lo spettacolo meraviglioso della nostra creatura

indifferente, non d'altro occupata che di vantare con le opere

l'eccellentissimo latte della balia.

Io, l'indifferenza sublime di mio figlio la pigliavo con una certa

filosofia; Evangelina no; la sua superbiuzza materna non le dava tanta

forza da nascondere a' miei sguardi che era gelosa.

Ed era forse geloso io pure, quando, mettendo la faccia presso a quella

di mio figlio, egli per un po' mi guardava stupito, poi invece di

buttarmi le braccia al collo, come gli doveva consigliare la voce del

sangue, cacciava uno strillo.

Questo disastro seguiva raramente, ma ci piombava entrambi nella

desolazione. Quei giorni si tirava in lungo la visita, dimenticando

Milano, il tribunale e i clienti; non si avrebbe avuto cuore di venir

via senza prima aver fatta la pace con nostra figlio, e all'ultimo,

riconfortati alla meglio da un'ombra di sorriso che era passata

sui suoi labbruzzi, o da una carezza che egli aveva ricevuto con

rassegnazione, ci avviavamo a passi lenti a Milano.

Poi ritrovavamo il nostro passo spedito, la nostra piccola filosofia

quotidiana, noi stessi. E ci consolavamo a vicenda dell'ingiustizia

di Augusto, e io ridiventava l'avvocato Placidi per difendere la mia

progenitura.

— La voce del sangue! — dicevo cinicamente — chi vi crede oramai? Non

si fa sentire nemmeno più sul palcoscenico. E non bisogna lagnarsene;

aveva detto tante corbellerie questa voce famosa! Invece la voce del

latte!...

Ma non avendo la lena di andar oltre, mi provavo a ridere. Evangelina

non rideva, ed io tirava innanzi con crescente convinzione.

— Corrono molte voci nel mondo che nessuno ha mai udito: la voce del

popolo, la voce di Dio, la voce della coscienza, eccetera; invece non

si sente mai dire: la voce della minestra, la voce dell'arrosto, come

se non parlassero ogni santo giorno, non escluse le vigilie, ad ogni

uomo digiuno. Non ho io ragione?

— Hai ragione — mi rispondeva Evangelina — ma bisognerà tornare presto

a trovarlo; è necessario che egli si avvezzi fin d'ora a vederci, a

conoscerci, a volere un po' di bene a noi, che gliene vogliamo tanto.

Parlava di lui, ed io che non aveva cessato un momento di pensarvi, mi

rifacevo grave per dire:

— Lo svezzeremo presto e lo toglieremo da balia. Fino a che età poppano

i bimbi? Lo sai tu?

— Secondo i casi — rispondeva la povera mammina sospirando — fino a un

anno e mezzo; ve n'è di quelli che vogliono il latte fino a due anni,

magari fino a tre.

«Il nostro non sarà di quelli — sentenziava il padre, baldanzoso in

apparenza, sgomentato in fondo. — Intanto hai ragione, bisogna andar

spesso a vederlo; è necessario che egli impari a volerci bene».

*

* *

A quel che bisognava fare non mancavamo davvero; l'ottima Marianna

non doveva avere più nemmeno una settimana di sicurezza, sapendo che

da un momento all'altro le potevamo capitare alle spalle e coglierla

in flagrante reato di disamore alla nostra creatura, ma non perciò si

sgominava o smetteva il suo bel riso; aveva anch'essa il suo talismano:

voleva un gran bene ad Augusto.

— È proprio come se fosse mio — diceva per rassicurarci; e a queste

parole ingenue io, da un piccolo tumulto che seguiva dentro di me,

indovinava una battaglia nel cuore di Evangelina.

— È furbo — asseriva talvolta la vezzosa balietta — sa farsi voler

bene; quando vuole poppare, le sa ben lui le piccole moine... è proprio

pieno di malizia. Io dico che diventerà _qualche cosa_... perchè ha

talento.

Ascoltavamo in silenzio, tra contenti e mortificati di dover apprendere

tutto il valore della nostra creatura da un'estranea; poi Evangelina

si chinava a baciucchiare il piccolo tesoro, ed io, che non mi potevo

permettere altrettanto a causa dei baffi, invece di dichiararmi lieto

di apprendere che mio figlio era pieno di malizia, balbettavo che _lo

sapevamo._

Allora la balia mi faceva vedere i denti immacolati, e approfittando di

un momento in cui la faccia rosea di Augusto era scoperta, gli scoccava

con disinvoltura un bacio rumoroso che il piccino si pigliava senza

mormorare.

Se avessimo fatto noi altrettanto, Dio sa che strilli!

— Mi conosce, da me lascia fare — diceva Marianna — non c'è pericolo

che voglia andare con altri... la notte, quando ha freddo, si fa

sentire: allora me lo piglio in letto, ed egli sa dove mettere la

faccetta per sentire il calduccio.

Tutte queste notizie ci davano una consolazione strana, che ci faceva

molto felici e un po' desolati. Avevamo pure raccomandato cento volte

alla balia che di notte non si pigliasse in letto nostro figlio; ma

non volevamo nemmeno che egli piangesse nella culla o che patisse il

freddo.

— Dio buono! — mormorava Evangelina — e se lo soffocasse?

— Soffocarlo! — esclamava la balia — dillo un po' tu se ti faccio

male?...

E siccome Augusto non diceva nulla, ella spiegava minutamente alla

mammina mal pratica l'arte sua amorosa di tener in letto il bimbo

senza alcun pericolo, ed era così felice e così allegra nella sua

dimostrazione, che Evangelina doveva finire col dichiararsi interamente

soddisfatta.

E non era vero, povera Evangelina, che tu fossi interamente soddisfatta.

*

* *

Io che mi venivo ammaestrando sui libri nell'arte di allevare i

figliuoli, un giorno dissi alla balia:

— Bisognerebbe cominciare fin d'ora a dargli la pappa...

— La pappa! — balbettò Marianna sbigottita — è troppo presto; non ha

che sei mesi.

Mia moglie mi guardava non osando darmi torto, come le suggeriva il suo

istinto di madre, e forse sperando che io avessi ragione.

— Dovrà cominciare dal poco — insistei gravemente — in principio il

guscio d'un uovo sarà la sua scodella; prima una volta il giorno, poi

due; siano le pappe di semolina di buona qualità, non molto dense e ben

cotte in buon brodo di pollo o di manzo...

Una risata interruppe la lezione che io sapeva così bene a memoria.

Era la balia che, non ostante il rispetto da me ispiratole, non aveva

saputo frenare il suo buon umore.

— Scusi — diceva — è più forte di me.

Sì, l'idea del brodo di pollo era più forte di lei.

— Per fare il brodo di pollo o di manzo — osservò correggendo con un

tantino di gravità il suo irriverente buon umore — ci vuole il pollo

o per lo meno il manzo; i signori come loro queste cose le hanno

sempre... ma noi....

Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i signori come noi...» e

un mio sorriso finì la frase: «queste cose le hanno sempre...», poi mi

venne un'idea luminosa:

— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna prometterci di dare per

davvero le pappe al bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un

uovo... la semolina ben cotta...

Aveva inteso, prometteva tutto.

Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi le lessi in faccia che

ella aveva indovinato la mia bell'idea.

Quella sera, al momento di assestare i conti della giornata,

aggiungemmo allegramente al nostro bilancio la spesa mensile di un

vasetto di estratto di carne.

Mio figlio! · 第 30 / 92 题