Coraggio e avanti!
Dopo Evangelina mio suocero, e dopo mio suocero qualcuno dentro di me
venne ripetendomi in ogni ora della vita: «Coraggio e avanti!».
Ah quanto bene mi fecero queste dolci parole! A noi piace prefiggere
un termine ai nostri sacrifizi per aiutarci a sopportarli. Diciamo
volentieri: porterò il mio fardello fin là, poi camminerò libero
e spedito; e così aveva detto anche io. Facendo il mio piccolo
sacrifizio quotidiano, già aveva pensato: «Ancora uno oggi, e un paio
ancora domani e doman l'altro, la sorte farà il resto, mi manderà un
cliente!».
E il primo cliente era venuto, ma senza portarci se non cose che
avevamo in casa: una maggiore contentezza e una speranza più robusta,
non contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo ancora alcune
finestre senza cortine, e ce ne consolavamo ancora amando smodatamente
la luce, ed io portava bravamente il mio cappello a staio delle nozze,
il più lisciato di tutti i cappelli del mondo incivilito, col pretesto
sempre nuovo che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi di simili
bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato, come volevo parere;
ci accadeva ancora di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io,
unicamente per andare a gettare una lettera in una buca lontana.
Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè ci dava abbastanza da fare
l'impiego delle nostre rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi
profondi; io devo a lei la convinzione che ogni lira si compone di un
gran numero di centesimi; molto prima di lei me l'aveva detto mia madre
buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi.
Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia per isvagarsi, o
va alla commedia od all'opera, noi ce ne andavamo a braccetto lungo
le vie fiorite del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute,
orizzonti più dorati di quelli del tropico, castelli ricolmi d'ogni
delizia, teatri in cui assistevamo a scene attraenti e udivamo canti
consolatori, accompagnati da suoni, che parevano carezze.
Quelli erano i giorni di sole.
E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui ricordo mia moglie
rabbrividisce ancora ed io sorrido. Per lo più erano i lunedì
dell'ultima settimana del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano
inaspettati, anzi contro tutte le nostre previsioni; si era allegri,
quasi spensierati, il calendario segnava _tempo costante;_ ed ecco
Evangelina si accostava alla finestra e tornava a dirmi che pioveva;
cioè che nei nostri calcoli della vigilia avevamo dimenticato il conto
della legna, o quello della lavandaia, e che in sostanza prima del
mezzodì in tutta la casa dell'avvocato Placidi non sarebbe rimasto un
soldo, a pagarlo un milione.
Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava per ricevere le
ispirazioni del suo genio, e il suo genio, senza perder tempo, gli
suggeriva di cavare dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un
Vacheron di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di bambagia in uno
scatolino di cartone, cacciare lo scatolino col suo contenuto in una
tasca, abbottonarsi ben bene ed incamminarsi senza paura. E l'avvocato
Placidi, fatto docile dalla esperienza, non si ribellava più come la
prima volta; quanto era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia
l'esecuzione; egli cavava dal taschino il suo orologio, gli domandava
scusa per celia, o gli faceva un discorsetto sulla sorte degli orologi,
che vengono al mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le calotte e
le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno il loro lato cattivo anzi
pessimo; e quando con la sua parlatina era riuscito a far ridere sua
moglie, che lo stava guardando con occhi di pietà, allora si rifaceva
serio, si abbottonava per resistere in strada all'istinto di guardar
l'ora e si avviava senza paura...
Si avviava; mi avviavo.
Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura non era
esposta a dure prove; tutto al più qualche monello, vedendomi
abbottonato fin sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e poi
ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi chiedeva che ora era.
Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo allungando il
passo: — Sono le otto e mezza.
Entrando nella viottola deserta, dove si apriva la nota porticina
col numero 3, sentivo battere il cuore, e giravo intorno sguardi
sospettosi; dalle finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati
ai miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale mi pareva che
tutti i segreti bisbigli di cui ero consapevole alzassero il tono a un
tratto.
L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un po' di sicurezza,
in questo non mi servì a nulla, perchè a ogni mia apparizione
nella viottola paurosa, io aveva prima la coscienza, poi la prova
testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname del canto era
il primo a vedermi e subito lasciava il suo banco e veniva sull'uscio
con la pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al richiamo,
alzava il capo. E giungevano al mio orecchio dialoghetti come questo:
— È lui, l'amico del numero 3.
— Chi sa mai chi sia?
— Chi lo sa?
Tacevano.
Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano due donnette di buon
umore, che ridevano sempre non badavo a nessuno, tiravo dritto con
lo sguardo fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva d'udire
il falegname ed il calzolaio, che mi avevano seguìto con gli occhi,
esclamare quasi all'unissono: — È entrato!
Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito, quei due potevano
ripigliare il lavoro senza scrupoli, badando solo ad alzar gli occhi
ogni tanto per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni non
sempre erano al termine. Se avevo la fortuna d'affacciarmi solo allo
sportello, la cosa era facile e spiccia; la _padrona_ mi conosceva,
mi salutava come un vecchio avventore, domandandomi notizie della mia
salute con una segreta e rispettosa pietà nell'accento e nelle parole;
io cavava di tasca l'orologio; essa diceva: _È sempre quello_, non
già per canzonarmi, solo per farmi intendere che non era necessario
raschiarlo con un temperino, nè sfregarlo sulla pietra di paragone.
— _Sempre quello_ — rispondevo. Anche la somma che mi veniva prestata
era sempre quella; ma per un'abitudine del suo commercio la buona donna
prima me l'annunziava: _Cinquanta lire!_ Chinavo la testa sul petto,
intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva la _padrona_, e io la
ringraziava con un sorriso, perchè avevo notato che quando poi tornavo
a riscattare il pegno, essa non mi diceva più a _rivederla_, sebbene
avesse molte ragioni di sperare che mi rivedrebbe ancora.
A volte non ero solo; giungevo in coda ad un drappello di donne,
e mi toccava aspettare in un canto, sotto le occhiate curiose, col
cuore stretto dalla miseria di quella povera gente, che per due lire
impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi veniva un pensiero maligno
e dolce, cioè che la mia umiliazione doveva servire almeno a qualche
cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere che nella gente
che essi guardano con occhio di invidia vi può essere chi soffre più di
loro, perchè è costretto a vergognarsi della propria miseria.
In quella brigata di donne vi erano le ardite che scherzavano del
dolore e parlavano della sventura a voce alta; vi erano le timide e
le dolenti; io ne vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime e
guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere il riso sguaiato
per sorridermi, facendo omaggio a una miseria che credevano peggiore
della loro, perchè era diversa.
Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di consegnare
il mio orologio sotto gli occhi di quelle donne, non mi pareva più
di essere l'avvocato Placidi, d'avere una casa, una clientela e un
avvenire. Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato il canto della
viottola tremenda, e non ostante la consapevolezza di dovervi tornare,
dimenticavo nelle braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni
patite.
Forse il merito era un po' del mio umore bonario, e certamente ne
aveva la sua gran parte la faccia melanconica e sorridente della mia
Evangelina; ma non devo tacere che, nell'andare e nel tornare e per
tutto il tempo della difficile operazione del pegno, qualcuno mi era
venuto continuamente ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi
retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo non badare
una volta e dieci a una voce che ci dice: — Coraggio! — viene poi il
momento che questa parola benefica trova la via del nostro cuore.
— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina.
— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole.
— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto qualcuno di nostra
conoscenza? E quella donna ti ha riconosciuto?
— È andata benissimo — dicevo io; e quando era andata malissimo, non
aggiungevo altro.
— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato Epaminonda Placidi! Non vi
andrai più, non i vero?
— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio orologio. Sai?... ieri
notte mi ero dimenticato di caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure
poverino! camminava ancora... si fermerà alle dieci.
— A riscattarlo manderemo qualcuno.
— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi, chi sa? sarà forse
l'ultima volta.
Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete credere, finchè mi fu
possibile, non le tolsi la dolce illusione.
E venne una domenica in cui corsi trionfando a riscattare il mio
Vacheron, ma venne pure un lunedì in cui attraversai la viottola
paurosa per andarlo ad impegnare un'altra volta.