Maiore spinse la lampada nel forno. Apparve l’ombra del vecchio,
appoggiata all’incurva parete, ma il volto non si vedeva, non si vedeva
che il corpo rattrapito, risecchito.
— O vecchio?... — chiamò Maiore. Passò un silenzio e padron Veli non
rispose a quella e alle nuove chiamate. Allora Maiore levò la lampada
fin presso il volto del taciturno e, nella luce rossastra, l’orrendo
volto apparve di un subito, come dal fondo di un sepolcro millenne.
Non era più inchiodato al petto, ma levato fino alla vôlta del forno e
gli occhi erano sbarrati e i capelli irti e le mascelle contratte e la
bocca socchiusa e stirata sulle vuote gengive. Impietrito nello spasimo
era segnato nei solchi e nell’ossa e nella cavità profonda, da una
forza spaventevole.
Maiore lo guardò tranquillo e chiamò ancora:
— O vecchio?... Non ci sentite?
— Sì che ci sente — sussurrò Pietro. — Guardalo!... Ride!...
E Benedetto:
— Ride!...
E tutti e tre sporsero la testa entro la nera bocca del forno e
ripeterono adagio, soddisfatti:
— Ride!
Poi, levatisi in un silenzio, si guardarono negli occhi e scoppiarono a
ridere a loro volta tutti e tre, l’uno di fronte all’altro, inconsci e
tremendi innanzi alla muta morte che li guatava dalla tenebra.