Seduto in mezzo al campo, presso la croce di canna elevata a porre il
seminato sotto la protezione del Signore, lo squallido vecchio aveva
a quando a quando un rauco grido e levava a stento un suo vinciglio,
fra le mani anchilosate. Incurvo il mento sul petto, tutto pervaso dal
tremito della paralisi, attendeva al suo còmpito dall’alba al tramonto,
da quando i passeri scendevano dai loro rifugi fino all’ora in cui vi
ritornavano con un frullo, mentre suonava un’Ave.
Era il tempo dell’estremo autunno, chè novembre traeva l’invernata dai
cieli preclusi, con le nebbie, le brine e le burrascose furie di Borea.
Anche i pettirossi se ne andavano con le ultime foglie e le nostalgiche
voci delle giovinette cantavan la leggenda di Solicello che muore
impigliato fra i roveti.
La terra si mostrava ignuda fra zone di basse nebbie o nei magici
bagliori della galaverna. E fra le nebbie e la galaverna, sotto
l’esigua croce di canna, rattrappito, bistorto, ravvolto come un ramo
secco, padron Veli attendeva la sua morte in mezzo al campo seminato.
Nè pregava Iddio che l’affrettasse, nè vedeva cosa che gli paresse
ingiusta anche in quella sua postrema sofferenza.
Vegeto e sano aveva sempre pensato, come i suoi tre figli, che tanto
ci si può prender cura di un uomo quanto utile può rendere; ed ora
che si vedeva immobilizzato dal male su di una sedia, più gli sarebbe
parso atroce essere come l’aratro arrugginito o come lo stollo fracido
che non regge il suo mucchio anzichè giovare, in quel modo che poteva,
a coloro che avevano preso il posto di lui. Così s’illividiva sotto i
plumbei cieli tranquillamente, levando a quando a quando un rauco grido
o il rossigno vimine a spaventare i passeri che non vedeva ormai più
perchè gli occhi suoi non gli mostravan del mondo se non un’immagine
smorticcia, una teoria di fantasmi evanescenti dall’ombra densa.
E Maiore e Pietro e Benedetto utilizzavano il vecchio in tal modo,
contenti dell’opera loro e di quel qualsiasi utile che ne ritraevano.
Erano costoro tre uomini scalati come tre canne di una zampogna, ma
di uguale tipo e di anima uguale, se ben poteva dirsi anima il vago
baglior di vita che appena schiariva la loro grossezza. Ridevan di
nulla così come il minimo suono s’ingigantisce nelle stanze vuote,
l’un dopo l’altro con la bocca aperta e gli occhi tondi: avevan quella
semplicità la quale confina con l’ebetudine, ma solo fino al punto in
cui non entrasse in gioco il loro tornaconto.
Infaticati come la bestia a coltivare il campo e la vigna, consideravan
sè stessi a simiglianza degli altri, a seconda dell’utile che potevan
dare, nè avevan tolto moglie perchè più pane avrebbe consumato una
donna che non ne avrebbe reso. Così conducevano la casa da soli,
compiendo ogni opera femminile, perfettamente.
Nel contado li chiamavan gli Scalzi e infatti fino ai giorni del più
rigido inverno andavan scalzi e solo allora infilavano gli zoccoli
quando la neve era per le vie. Nè possedevan mantelle a ripararsi dai
rigori del gennaio, nè ferrajoli, nè altra veste che non fosse una
pelle di pecora la quale avevan cucita alla meglio e che infilavan
sulla giacchetta a volta a volta, chè ne possedevano una sola.
Il loro mondo era in tale avarizia, all’infuori della quale nessuna
cosa più li toccava o li commuoveva e non sapevan che ridere.
Così quando padron Veli, il padre loro venerando, fu ridotto fra il
letto e la sedia, incapace a qualsiasi opera, i tre Scalzi sentirono
appesantirsi sull’anima loro la nube di quella vecchiaia dannosa e,
tardando la morte a render giustizia, strologarono nel pensier loro il
modo di far servire a qualcosa il malato.
Fu Maiore che una mattina, all’alba, levato col canto del gallo, disse
a Pietro:
— Prendi il vecchio e portalo con te.
— Dove?
— Nel campo.
Pietro trasse padron Veli dal letto e se lo caricò sulle spalle. Questi
non fiatò, tremava soltanto, ma per la sua paralisi.
Poi Maiore chiamò Benedetto e gli disse:
— Prendi una sedia e vieni con me.
— Dove?
— Nel campo.
Maiore si caricò di tre marre e andarono. Traversata l’aia, seguendo le
redole, giunsero al campo della croce che era il più grande.
Avevano seminato il giorno prima. Maiore andava innanzi. Quando fu
presso la croce disse a Benedetto:
— Metti la sedia qui.
Fu fatto. Maiore la piantò bene sulla terra smossa chè non avesse a
rovesciarsi, compiuta la qual opera, disse a Pietro:
— Vien qua. Fa sedere il vecchio. Spaventerà i passeri.
Padron Veli capì solo allora che cosa gli preparavano e non si dolse
della cosa, come non si sarebbe dispiaciuto anco se l’avesser sepolto.
Come fu seduto, Maiore gli disse:
— Voi siete quasi cieco ma non importa. I passeri avranno paura di voi.
Badate al grano. Se avrete fame vi ho messo il pane in tasca. Qui c’è
la fiasca dell’acqua. Verremo a prendervi questa sera.
Padron Veli non parlava più e non potè rispondere; continuò a tremare,
la testa inchiodata al petto, le braccia penzoloni. Ma per quel che
capì fu soddisfatto. Maiore si fermò à guardarlo. Disse a Benedetto:
— Va a tagliare una rama.
Benedetto andò in un filare e tornò con un vimine rossigno. Maiore lo
pose nelle mani del vecchio e disse ancora:
— Tenete questa rama. Vi farà buono per i passeri!
Poi raccolse la marra, Pietro e Benedetto fecero similmente e senza
rivolgersi se ne andarono all’opera loro.
Padron Veli rimase in mezzo al seminato col suo vimine sanguigno. Su le
prime non si rimosse, stette con le braccia abbandonate, istupidito,
senza saper come eseguire degnamente il compito nuovo, chè nulla
vedeva se non l’ombra degli alberi, sul cielo, e un mare grigiastro
ed uniforme; poi a qualcosa che trasentì e che non seppe comprendere
nell’ombra sua moritura, mandò un grido rauco e levò il vinciglio
e così fece e continuò fra lunghe pause finchè giunse la sera e lo
riportarono via.
Il nuovo costume non fu più dimesso. Ad ogni alba gli Scalzi partivano
col vecchio paralitico e ritornavano col tramonto. E fra le ultime
foglie che le raffiche si portavano via frullando, fra lo strido dei
forasiepe, l’argento delle brine, il grave aduggiarsi delle nebbie
Padron Veli attese la sua morte che non poteva mancare.
Ma egli era di salda radice e il freddo e l’umido e la nebbia e
la pioggia non l’abbatterono. Anche quando scendeva sulla terra la
caligine livida, sì che non vedeva la cinta degli alberi, i tre Scalzi
che lavoravano nel campo vicino, udivano uscire dal fitto velo della
foschia il grido del vecchio; e pareva giungesse di tanto lontano
che già la morte l’avesse serrato e condotto giù per le sue fosche
contrade.
E Maiore diceva alludendo al vecchio:
— Lavora bene!
E Pietro e Benedetto assentivano.
Poi giunsero le piogge e il còmpito di padron Veli parve esaurito. Dal
primo giorno in cui il cielo si oscurò per non aver più sole il vecchio
fu posto in una panca, vicino al focolare spento. Faceva freddo, ma
in casa degli Scalzi il fuoco non si accendeva mai se non per cuocere
le vivande. Quel giorno non v’erano vivande da cuocere e padron Veli
tremava presso la cenere del focolare e aveva il volto illividito
come quando sedeva in mezzo al seminato, fra il turbinìo del vento.
Gli occhi gli si erano ormai chiusi e non udiva intorno che il ronzìo
cupo delle sue stanche vene. E quel ronzìo gli figurò lo svolare e il
pigolar dei passeri fra la sementa. Alzò un braccio, ad un tratto e
mandò il suo rauco grido.
Maiore levò il capo di su lo spianatoio e si volse a guardare. Così
fecero Pietro e Benedetto, ma non corse parola. Dall’angusta finestra
chiusa da un’impannata, entrava appena uno scialbo livore di luce. E,
fra i colpi del telaio, si udiva il gran pianto del giorno senza sole.
Fu una pausa durante la quale Padron Veli continuò a tremare nella sua
solitudine moritura, poi con lo stanco gesto del braccio il suo rauco
grido empì di nuovo la stanza.
Benedetto ristette, la spola in una mano, e domandò:
— Che ha il vecchio?
Disse Maiore:
— Si sogna!
E lo guardarono un poco in silenzio. Padron Veli non vedeva e
non udiva; udiva solamente gli immensi stormi dei passeri voraci
cinguettare, cantare, svolare in una persecuzione senza tregua, penosa,
e i campi erano devastati, sotto la croce di canna coronata dal candor
della brina.
Solo al quinto, al sesto grido, Maiore disse:
— Si pensa di essere nel seminato e lavora!...
Pietro e Benedetto risero e nessuno pensò più alla cosa. Padron Veli
continuò nel gesto e nel grido automatico, seduto innanzi la cenere del
focolare, illividito dal freddo, sperduto nell’ultima sua visione di
tormento.
Ma al secondo e al terzo giorno, come il maltempo non accennava a
tramutare e il vecchio a ravvedersi, Maiore disse:
— Bisogna avvertirlo che non è più nel campo!...
E Pietro e Benedetto risposero:
— Sì!
Bisognava avvertirlo e Maiore si accostò a padron Veli, gli battè una
mano sulla spalla, gridò:
— Vecchio, siete in casa, qui non ci sono i passeri!... — Pietro e
Benedetto ridevano. Padron Veli non intese, non poteva intendere, tremò
un po’ più forte senza rispondere.
E Maiore:
— Avete capito?... Non gridate più che non c’è bisogno!...
E l’opera diuturna fu ripresa, ma il vecchio Veli non aveva inteso.
Egli non viveva ormai più se non nella sua estrema visione.
Allora i tre figli si dissero:
— Chiamiamo Puntèrla chè lo faccia tacere con le sue erbe!
E Puntèrla giunse. Era questi un semplicista e aveva grande rinomanza
per le campagne, chè le sue guarigioni erano prodigiose. Giunse e
guardò padron Veli. Maiore, Pietro e Benedetto gli stavano intorno con
la bocca tonda.
Maiore domandò!
— Potrete guarirlo senza farci spendere?
Disse Puntèrla:
— È vecchio!