Le tenebre salivano dalla valle. C’era un silenzio profondo; il
silenzio della montagna: Gustavo, seduto accanto alla finestra,
guardava fuori il paesaggio e lo trovava triste.
S’annoiava, s’indispettiva di tutta quella sublime malinconia che egli
non capiva.
Anche il fuoco languiva nel camino della stanza, faceva buio; la donna,
intenta alle sue faccende, erasi dimenticata di recargli un lume.
Dopo una lunga mezz’ora intese finalmente un passo leggiero e lento
lento avvicinarsi: poco dopo vide nel vano di una porta, in faccia a
quella per cui era entrato, apparire una figura di donna.
Si volgeva intorno come chi cerca qualcuno, ed esita a farsi innanzi.
Gustavo s’alzò e fe’ un inchino.
Essa venne dritta alla sua volta; pareva una giovinetta; quando passò
innanzi al camino, Gustavo potè accorgersi al fioco riflesso della
brace che essa portava il tradizionale guarnello rosso del paese, e
ne conchiuse che fosse una contadina al servizio della casa. Però
rivolgendosi a lei con famigliarità la salutò in francese:
— Buona sera, bella ragazza.
— Buona sera.... ma perchè mi chiamate così? — disse anche lei in
francese con accento valdostano: — mi conoscete?
Gustavo fu un po’ sconcertato nella sua galanteria da quella franchezza
montagnola, e tanto per dir qualche cosa rispose:
— Io no, e voi?
— Mi sono accorta che salivate da lontano e m’è parso ravvisarvi, ma il
sole era tanto vivo che mi abbagliava.
— Ed ora sapete chi sono?
La fanciulla stette un po’ a riflettere, poi disse:
— Il sole era vivo, poi si è fatto scuro, la nebbia è salita, ma quando
vi sono venuta incontro.... pensavo....
— Cosa pensavi? — domandò con piglio carezzevole Gustavo e la prese pel
braccio.
— Ah sì.... — mormorò la giovinetta.
Una voce chiamò:
— Krimilth, Krimilth.
La giovinetta si scosse e disse sottovoce:
— Addio.... sentite, mi chiamano, — e prima che Gustavo pensasse a
rattenerla, scivolò a tastoni lungo il muro e scomparve per dond’era
venuta.
Entrò la fantesca con una candela; brontolava nel suo dialetto tedesco.
Accortasi di Gustavo, disse in francese:
— Scusate se v’ho lasciato al buio, ma con quella ragazza perdo la
testa; chissà dove si sarà cacciata!
— Chi cercate?... la Krimilth?, si chiama così?
— Sì....
— Era qui adesso.
— Era qui, l’avete vista la signorina? oh povera me... non lo dite al
padrone!
E la vecchierella uscì frettolosa lasciando Gustavo tutto sorpreso di
sentire che la contadinella con cui aveva parlato era la figlia del
signor Peyrat. Egli ignorava che a Gressoney anche le signore portano
per vezzo il bellissimo costume del paese.
Di lì a poco sopraggiunse il cugino con l’altra sua figlia maggiore,
Edvige.
Il signor Peyrat accolse il suo giovine parente con grande cordialità,
colla spigliatezza di un uomo d’affari che non sa far complimenti e non
se ne cura.
Era l’ora della cena e fe’ servire senz’altro.
Gustavo, stanco e un po’ stordito, a tavola parlò poco: invece parlò
per due il cugino, che, come tutti gli uomini attivi, provava un forte
bisogno di discorrere di sè e delle cose sue. Egli contò tutti i suoi
affari e i suoi progetti. Peyrat aveva gran copia degli uni e degli
altri. Egli era uno dei più belli esempi di quella pertinace operosità
e intelligenza pratica dei montanari, che, se la lasciate fare, ha
per meta sicura la ricchezza: prima lavorante, poi assistente, poi
imprenditore di strade ferrate, aveva ammassato una considerevole
fortuna. E non aveva scordato il suo paese: i montanari non lo scordano
mai; il loro sogno è di finir ricchi la vita nel paese, e, se è
possibile, nella stessa casa, dove poveri l’hanno incominciata.
La signora Edvige era il vero ritratto fisico e morale di suo padre,
a cui serviva di confidente e di segretario privato. Essa s’intendeva
quanto lui di gradi di inclinazione e di sussidi chilometrici, e quando
parlava era per rettificar qualche cifra e mettere qualche data alla
lunga enumerazione di contratti che quella sera snocciolò il signor
Peyrat. Del resto era una figura comunissima; alta, bionda, di fattezze
regolari, ma senza leggiadria: di colorito sano e giovanile, — tutto
sommato, un buon temperamento.... e nulla più.
La Krimilth non venne a tavola e nessuno parlò di lei.
A sbrigar l’affare per cui Gustavo era venuto occorrevano certi
istromenti; e bisognò mandarli a prendere fino ad Aosta e aspettar che
venissero: il giovine dovette dunque trattenersi.
Egli non era troppo soddisfatto. Per sottrarsi alla monotona loquacità
di Peyrat e ai misurati commenti dell’Edvige faceva delle lunghe
passeggiate nei dintorni: e in queste corse solitarie pensava con viva
curiosità alla Krimilth; — da cinque giorni non aveva inteso nulla di
lei. Aveva tentato di chiederne alla fantesca, ma questa non aveva
risposto altrimenti che con un sospiro che esprimeva il più profondo
rincrescimento di non poter dir nulla.
Lo accompagnava per la montagna Karl, una specie di fattore del signor
Peyrat, un giovinotto sui venticinque anni, alto, biondo e taciturno.
Una volta Gustavo gli fe’ parola della fanciulla misteriosa, ma egli o
non intese o non volle rispondere.
Però l’indomani fu assai più cortese. Erano andati insieme al laghetto
di Gabiet: lasciato il sentiero, discesero per un dirupo sulle sponde
del piccolo bacino, che è incavato nel sasso vivo ed ha le rive nude
dappertutto fuorchè dalla parte di tramontana dove il torrente che
scende dal ghiacciaio di Cappa ad alimentarlo ha formato un sedimento
argilloso, qualche pertica di terreno vegetale che si copre nei mesi
d’estate d’erba minuta ed aromatica: è, a guardarlo dall’alto, un
piccolo tappeto verde chiuso in giro da una zona di rododendri e
incorniciato più su da una rada fila di neri abeti delle Alpi. La
riva è colà un po’ paludosa e vi crescono dei giunchi e delle piante
palustri. Alcune ninfee schiudevano i loro primi fiori, delle grandi
stelle candidissime.
Il montanaro Karl era disceso nel pantano per raccoglierli, ma Gustavo,
fu lesto a tirarli a sè coll’uncino del proprio _alpenstok_ e li prese
lui.
Quando si furono rimessi in cammino, Karl disse a Gustavo:
— Dateli a me per la Krimilth, le dirò che voi gli avete colti e le
farà piacere.
Gustavo acconsentì di buon grado e mise a profitto la viva riconoscenza
del montanaro per parlargli ancora della giovinetta e chiedergli il
perchè la si tenesse a quel modo nascosta.
— Il signor Peyrat e la Edvige vestono fino, ma hanno intelletto
grosso, non conoscono punto la Krimilth e n’hanno vergogna.
— Vergogna, perchè?
— Perchè le fan torto.... ella ha la disgrazia d’esser cieca....
— Cieca! — sclamò Gustavo, e rammentandosi del breve colloquio della
prima sera con lui stupì grandemente.
— Ell’è nata così, — riprese Karl.
Gustavo era certo che gli aveva parlato del sole.... aveva detto che
«abbagliava». Come poteva saperlo lei questo?
Karl soggiunse:
— Ella è cieca, ma vede più in là di noi: molto di più, molto di più.
Credo che veda colla mente. Ci sono dei giorni che cammina come noi
senza la guida di nessuno. Quando i suoi parenti sono via, va certe
volte per il paese, di casa in casa, soccorre tutti e sa se siete sani
od infermi e vi scorge nel cuore, e sa quel che vi accade e se siete
tristi o lieti. Poi sa indovinare il tempo. — Alla fine della bella
stagione una mattina si fa condurre fino a quella punta che vedete
sotto il ghiacciaio a sinistra e sta là accoccolata delle ore intere,
— finchè sulla Betta Furca compare una nuvoletta grigia che ingrossa
minacciosa e comincia a scendere; allora scende anche la Krimilth e
vien giù la neve. — Se le parlate di lei e le fate qualche domanda
indiscreta, non risponde mai, ma però vi legge un cattivo pensiero fino
in fondo all’anima: guai a dirle una bugia, vi pianta in volto quei
suoi occhi bianchi e stralunati e vi dice secco secco: «non è vero».
Poi ella vi conta delle cose strane, maravigliose, che vi mettono i
brividi addosso, — soggiunse Karl con voce profonda e tremula per la
commozione: — ella vede di là e di su.
— Come? — domandò Gustavo.
Karl innalzò la mano:
— Di là.... quello che non è più, e molto su.... perciò i suoi, che non
sono buoni di comprenderla, dicono che è matta, e se ne vergognano e la
tengono qui nascosta.
— Ella sta qui tutto l’anno?
— Non s’è mossa di qui dacchè è nata. Parecchi mesi prima che
nascesse, sua madre (chissà cosa le han fatto!) era caduta in una gran
malinconia: salì quassù sulla montagna qualche giorno prima della neve
e non si mosse più. Appena venne al mondo la Krimilth, ella se n’andò.
Mia madre buon’anima allevò la bambina, ella la capiva; prima di morire
la raccomandò a mia sorella ed a me; noi non la lasciamo mai. Per delle
settimane sta chiusa in casa, non parla, non si lagna.... e dopo, esce,
gira pei monti.... ed io la seguo e veglio su lei che non le incolga
qualche disgrazia. Qui tutti le vogliamo bene perchè è buona, buona
come il sole.
Erano, così discorrendo, arrivati presso a casa, e Karl non disse altro.
L’indomani, quando Gustavo venne a cercare di Karl per farsi
accompagnare, lo trovò tutto afflitto e gli disse che la Krimilth era
malata — che egli non poteva muoversi di casa. Poi per parecchi giorni
non lo vide più.
Le carte erano in questo mezzo arrivate da Aosta. Ma il cugino volle
trattenere Gustavo, ed egli vi rimase; non poteva suo malgrado
spiccarsi di là, ogni sera proponeva di partire l’indomani e la mattina
poi non sapeva risolversi; una mestizia voluttuosa, invincibile lo
legava a quei luoghi; girovagava nei dintorni non troppo lontano dalla
casa.
Andava spesso dalla parte di Gabiet, e una mattina si incontrò con
Karl; il montanaro era mezzo nascosto fra una macchia di larici con
l’aria di chi osserva qualcuno e non vuol farsi scorgere. Quando si
accorse di Gustavo che scendeva alla sua volta gli fe’ cenno di tacere.
Gustavo accostatosi vide allora un guarnellino rosso che appariva e
scompariva dietro le rupi che costeggiavano il torrente. Poco dopo, a
uno svolto, ravvisò la Krimilth.
Veniva su lentamente, ma franca e disinvolta pel sentiero tortuoso e
dirupato e non metteva piede in fallo.
Karl disse sottovoce:
— Zitto! a disturbarla ne’ suoi pensieri, c’è rischio di darle le
convulsioni e farla precipitare.
La fanciulla continuò a salire.
Gustavo la vide allora in viso per la prima volta: poteva avere sedici
anni al più, una copiosa capigliatura fina, d’un rosso pallido,
scendeva a riccioloni, a cannoncini ad incorniciarle la faccia bianca,
un po’ lentigginosa; aveva fattezze irregolari, sottili, la fronte
alta, angolosa; graziosissime invece le curve della bocca e del mento,
— uno strano contrasto di delicatezza e di forza, di bontà e di
fermezza, e, cosa singolarissima, in cambio della stupida esitanza dei
ciechi, una singolare espressione, una grande risolutezza. C’era nel
suo portamento la sicurezza inconscia del sonnambulo.
Quando li ebbe oltrepassati, si fermò e stette un po’ sopra di sè; poi
disse nel dialetto germanico del paese:
— Fratello Karl, chi è con te?
Gustavo pose l’indice sulle labbra chiuse.
— Nessuno, — disse Karl.
La giovinetta crollò lentamente il capo e soggiunse:
— Perchè il fratello Karl non dice il vero? perchè il giovine
forastiero si nasconde?
— Egli temeva di far dispiacere alla sorella Krimilth.
— Dispiacere?... — ripetè la giovinetta corrugando leggermente la
fronte, — digli che s’accosti.
Gustavo uscì dal suo nascondiglio e salì sul sentiero.
Krimilth gli porse la mano; quando il giovane gli ebbe data la sua,
ella la strinse forte e continuò prestamente la sua strada tirandolo
con sè.
Poco più in là il sentiero si biforca: da una parte sale dritto al
colle di Olen, le cui rupi nude e le cui morene simili a grandi mucchi
di pietre chiudono in fondo l’orizzonte; — dall’altro verso cala al
laghetto di Gabiet. Quest’ultima era la strada che Gustavo aveva
fatta con Karl alcuni giorni prima; per essa lo trasse Krimilth.
Scesero sulla riva, proseguirono verso il nord, passarono in mezzo ai
rododendri e risalirono qualche centinaio di passi su fra gli abeti.
Giunsero così ad un praticello piano, raccolto in una piega del monte,
riparato dai venti, dalle bufere di neve che scendono turbinando dai
ghiacciai per precipitarsi nella valle, nascosto a tutto l’universo,
fuorchè al sole di mezzodì il quale vi getta per alcune ore ogni giorno
i suoi raggi fecondi, vi alimenta un’atmosfera tiepida e uguale, un
lungo sorriso di primavera dal giugno all’ottobre. La flora montanina
vi prodiga tutte le sue ricchezze. In alto gli abeti, più giù i bruni
cipressi, i pini nani; tappezzano le pareti della roccia i licheni e
crescono nei crepacci i rododendri, le saxifraghe e la minuta progenie
dell’erbette filiformi coi fiorellini dai mille colori; al piè della
rupe i capelvenere e la immensa, l’antica famiglia delle felci. Un
piccolo rivoletto orlato di ciclamini scende obliquamente fra mobili
macchie di ontani. Addossata alla rupe dominava questo piccolo paradiso
alpestre una capannetta, grande appena alcune braccia. Era opera di
Karl; egli l’aveva costrutta di rami di pino ripuliti, disposti con
bel disegno e con una diligenza da non dirsi. Era difatti riuscito un
piccolo capolavoro nello stile dei mobili da giardino, un grazioso
giocattolo.
Krimilth vi condusse Gustavo; doveva esser quella la meta solita
delle passeggiate di lei, la sua sosta, il suo rifugio. Dentro alla
capannetta non c’era che un mucchio d’erba scelta con cura fra la più
minuta e la più profumata.
Sederono sovra un masso quadrato posto avanti alla porta. Poi la
giovinetta disse sottovoce al suo compagno:
— Parla dunque, qui non ci ode nessuno; in questo buio fitto che di
solito mi circonda ho dimenticato quasi ogni cosa; ma le tue parole mi
faranno ricordare. Non dici nulla?
— Non ho nulla da dire, — mormorò Gustavo con una timidezza di cui
quindici giorni prima si sarebbe vergognato.
— Nulla! non sei venuto da lontano per parlarmi? Oh io lo so, sai.
Senti, in questo esiglio di tenebre io non ho nessuno che mi conosca;
e, all’infuori di Karl, nessuno che mi voglia bene; non mi comprendono,
quando parlo non mi rispondono, una volta non era così....
— Una volta? quando? — domandò involontariamente Gustavo.
— Non so più, e tu te lo ricordi; certo che sì, perchè allora si viveva
insieme. Dunque ascolta; quando qualche tempo fa sentii che tu dovevi
arrivare dal paese dove il sole brilla continuamente, io ti venni
incontro e ti ho ritrovato. Poi son venuti a separarci, ora però ci
lascieranno in pace.
E terminò ripetendo con supplice insistenza:
— Parla.
Gustavo per compiacerla le contò la grata sorpresa del suo incontro la
prima sera, poi la lunga attesa, il desiderio di rivederla....
Krimilth l’ascoltava ansiosa ed impaziente; se egli si fermava un
momento lo stimolava con un e poi? e talvolta aggiungeva: — ora mi par
di ricordare. Se il giovine le chiedeva di che cosa? ella tornava a
dirgli: — parla.
Ed ascoltava poi, sempre più avidamente. Corrugava la bianca fronte,
come ad aguzzar l’intelletto; un breve sorriso le balenava tra le
labbra; poi tentennava il capo e corrugava la fronte ancora.
Ad un punto lo interruppe, gli strinse il braccio con la sua mano
sottile:
— Torna da capo; hai detto che mi cercavi e avevi bisogno di
trovarmi....
Gustavo aveva detto questo così per dire.
— E poi? — ella domandò.
Egli cercò di chiarire la frase.
— Aspetta — ora ci sono — ah!
Aggrottò le ciglia, ma dopo qualche po’ scosse la testa lentamente e
mormorò con rincrescimento:
— Mi pareva di ravvisarti; molte cose si affollavano qui, e sono
svanite. Tu perchè non mi aiuti e non mi dici chi sei?
— Sono tuo cugino.
— Cugino? che significa questo? non mi chiamavi così una volta.
Gustavo, confuso, tentò spiegarle la parentela che correva fra sua
madre e il padre di lei, Peyrat.
Il viso di Krimilth si abbuiava, ogni lume d’intelligenza era svanito;
non appariva più che una povera cieca, un’idiota per giunta. Anche il
suo linguaggio aveva perduto la chiarezza. Borbottava:
— Peyrat, non conosco.... padre.... non conosco.
Gustavo tacque stupito.
Ella si levò poi e barcollando, camminando a tentoni, chiamava con voce
lamentosa:
— Karl, fratello Karl!
Il montanaro accorse, le passò il braccio sotto il suo.
— Mi sono smarrita, — gli disse con voce stanca, — mi hanno tratta in
inganno.
E s’avviarono insieme per la scesa, lui sorreggendola — ella
incespicando e tenendosi forte in guisa da sembrar tutt’altra da quella
di prima.
Come rimanesse Gustavo a questa scena si può pensare; si persuase come
gli altri che fosse pazza, eppure non poteva non riflettere al senso
delle sue parole e sentiva il bisogno di trovarcene uno. Sentiva anche
una gran pena, una malinconica tenerezza di trovarsi con lei un’altra
volta.
L’indomani sera, dopo cena, Gustavo passeggiava nell’orto. Karl gli si
accostò furtivo e lo pregò di seguirlo.
Ella lo aspettava.
S’avviarono alla casetta in fondo all’orto, dove abitava la Krimilth
col montanaro e con la sorella che le facevano da custodi. Sull’uscio,
Karl gli disse con tono in cui il rispetto velava a stento la
diffidenza:
— Non la fate inquietare, signore, — ella è tanto cagionevole.
Gustavo entrò che il cuore gli batteva forte.
Krimilth era nella strombatura della finestra in fondo; gli fece cenno
d’accostarsi.
S’appoggiarono al davanzale e tacquero entrambi lunga pezza.
Il torrente scorreva mormorando innanzi a loro.
Karl e la sorella stavano in silenzio accanto al fuoco.
Krimilth susurrò nell’orecchio del compagno:
— Senti cosa dice.
Gustavo stette in ascolto: nessun altro suono che il ciangottare
dell’acqua di sotto.
— La sua voce non inganna, — riprese Krimilth, — egli narra che è nato
su su in alto, sopra le nebbie, sopra le nubi, al sole: era limpido,
era fresco, era solo. Perchè non restò sulla sua cima? — Lo sedusse
il desiderio dei ciclamini profumati, lo invogliarono le ninfee del
lago e l’erbe della valle e discese. Ma i ciclamini e le ninfee e
l’erbetta sono forse fatti per lui che non può mai fermarsi? e va
ramingo per clivi e burroni senza posa ed è stanco stanco.... ma il
suo corso è lungo ancora e travaglioso — la meta lontana lontana....
scenderà; scenderà per altri clivi e burroni, scorrerà per altre valli
innumerevoli....
Krimilth tacque — il torrente borbottava lamentevole fra i ciottoli.
La fanciulla era sempre intenta ad ascoltare: di quando in quando
rabbrividiva.
Gustavo la prese dolcemente per mano, la tirò indietro, la fece sedere
accanto a sè sopra un banco là vicino. Poi le parlò lungamente di cose
comuni, di Karl, di suo padre, di sua sorella.
Krimilth gli disse:
— Non capisco bene, ma la tua voce è cara, cara....
Poi chinò il capo sulla sua spalla e, mentre il giovine parlava, si
addormentò.
La sera dopo e l’altra, Karl venne a cercare Gustavo alla stessa ora, e
si ripetè presso a poco la stessa scena.
Soltanto, Krimilth non divagava più, non si occupava che di lui; era
docile, e per compiacenza lo chiamava _cugino Gustavo_.
Dopo ch’ella s’era addormentata e che Karl colla sorella l’avevano
condotta nella camera, Gustavo usciva di là singolarmente turbato,
malcontento di sè; per tutta la notte era perseguitato dall’immagine e
dalle parole della povera cieca. — E il giorno non faceva che pensarci.
Si sentiva attirato verso di lei da un fascino penoso e prepotente.
Invano cercava divincolarsi e invano per questo richiamava il suo buon
umore, la sua gaia spensieratezza di pochi giorni prima. Stentava a
riconoscersi: lo assalivano paure e malinconie non mai provate; andava
girellando pei dintorni e si chiedeva con sgomento se egli riuscirebbe
mai a spiccarsi da quei luoghi; si scostava dalla casa e scendeva
a Gressoney fino a Saint-Jean, ma repentinamente provava un grande
bisogno, una gran smania di tornar indietro e rifaceva la strada quasi
di corsa. Quando arrivava trafelato si sentiva più tranquillo; ma
avrebbe voluto essere lontano le mille miglia di là.
Evitò di trovarsi con lei la sera; si trattenne in casa coi cugini.
Ma questa risoluzione gli costò uno sforzo immenso, nel quale consumò
tutta la sua fermezza.
L’indomani, i suoi propositi erano svaniti: avrebbe voluto correre
subito in traccia di Krimilth; gli pareva che la giornata non dovesse
mai finire: e passò tutta la mattinata badaluccando intorno alla siepe
dell’orto colla speranza di vederla comparire.
Nel pomeriggio era disteso in riva al torrente dietro la casa.
Intese un lieve fruscìo sull’erba.
La Krimilth gli pose una mano sulla spalla dicendo:
— Tu mi volevi? eccomi.
Sedette accanto a lui sul margine e soggiunse sottovoce:
— Il cugino Gustavo vuol lasciare la povera Krimilth — cos’ha fatto la
Krimilth al cugino Gustavo?
Gustavo volle negare — la fanciulla ripetè:
— Cos’ha fatto di male la Krimilth a suo cugino? cos’ha fatto di male?
Le lagrime le rigavano le guancie; e singhiozzava ch’era una pena il
sentirla.
— No, Krimilth, mia buona Krimilth, voi non mi avete fatto nulla, —
disse il giovane per chetarla.
— Tu dici il vero? proprio?
— Ma sì, ma sì....
— Allora, non partirai.
Gustavo non rispose.
— Non partirai più? — insistè la fanciulla.
Perchè ingannarla?
— Pur troppo, — disse Gustavo, — dovrò andarmene fra pochi giorni!
Un sussulto nervoso contrasse i lineamenti di lei, che riprese a
singhiozzare.
Il giovane, commosso, esaltato dalla tenerezza che ella mostrava per
lui, soggiunse:
— Io devo tornarmene a casa mia, mi aspettano.... ma sentite, non ci
potreste venire anche voi?
Ella tentennò il capo desolata.
— Perchè no? perchè fate a quel modo?
— Non mi lasceranno andare, — disse con sforzo Krimilth.
— Ma sì, ma sì, ne parlerò io col babbo: lo pregherò di lasciarvi
venire e non me lo negherà; vi condurrò a casa mia.
— E starò là....
— Finchè vorrete.
— Sempre?
Gustavo esitò un poco.
— Sempre? — ridomandò lei.
— Sempre, — rispose lui, — tutto gli sembrava possibile in quel
momento. — Ho due buone sorelle, — soggiunse, — quasi della vostra età,
avranno cura di voi, vi faranno compagnia, vi vorranno bene.
La fanciulla si rasserenò ad un tratto; una leggera tinta rosea le si
diffuse sul viso smunto.
— E il cugino Gustavo starà con me?
— Sicuro....
— Sempre, sempre?
— Sì....
La fanciulla sfavillò di gioia. Poi si rabbuiò di nuovo, gli prese il
braccio forte e domandò:
— Non m’inganni, vero?
— No, cara....
Gustavo era sincero in quel momento: non rifletteva più.
Ella appoggiò il capo sulla spalla di lui; era stanca, oppressa dalle
emozioni, ma pareva così fiduciosa, così contenta!....
La brezza vespertina sussurrava in mezzo agli ontani e il torrente le
rispondeva col suo tranquillo mormorio.
Gustavo discorreva con voce bassa del suo paese, dove voleva condurla
dalla sua famiglia.
Subitamente Krimilth rizzò la testa e disse imperiosa:
— Silenzio! dammi la mano.
Egli obbedì, la fanciulla ripetè:
— Silenzio! Ascolta....
Tacque lungamente come assorta.
Gustavo provò un effetto strano, inesplicabile: la manina della
fanciulla gli serrava il polso, fredda, acuta, tenace come una morsa
d’acciaio. Ad ogni stretta un brivido gli correva per le fibre e un
fluido gli penetrava, gli intorpidiva le membra; gli toglieva il senso
della realtà, mentre le nozioni delle cose circostanti si spegnevano
ad una ad una in una tenebra fitta, in un silenzio profondo, pauroso.
Poi la misteriosa potenza gli montava al cervello, vi si concentrava,
vi destava il sentimento di una vita più intensa, vi suscitava facoltà
nuove, sensi nuovi, ignoti.... e visioni del pari.
Sentiva sorgere dei mormorii, delle voci prima così fioche, così
lontane, che non capiva nulla; poi si appressavano, si facevano più
distinte — una le dominava tutte. Pareva quella di Krimilth, ma più
vibrata e metallica.
Quella voce diceva:
— Ci siamo smarriti insieme, ritroveremo insieme il retto cammino; tu
il mio sostegno, sarò io la tua guida: i tuoi occhi vedono dappresso,
il mio spirito mira lontano: — i nostri destini, uniti nella colpa, lo
saranno nella rigenerazione. Quando arriveremo di traverso sulla strada
da cui ci siamo scostati, allora proseguiremo insieme o ci lasceremo.
— Chi sarà più svelto precederà l’altro, o si fermerà ad attenderlo,
ad aiutarlo. Allora saremo liberi ancora. Non prima. Orsù in viaggio:
t’ho aspettato tanto tempo nel buio fitto, e non venivi mai.... che
indugi a fare? non ti persuadi che tutto quello che vedi o senti è
lusinga, prova o castigo?... che fuggire quel che ti attira, seguire
quel che ti ripugna è il tuo dovere, è il tuo bene? La tua felicità è
altrove, la pace non esiste per noi nell’universo; l’universo è una
grande ascensione d’anime verso Dio; ogni sosta è un ritardo, ogni
debolezza si espia, è fatale il salire, ma bisogna salire volenterosi:
si è liberi di prolungare indefinitamente i propri tormenti, ma non di
rimanerci inoperosi. Chi ricusa le prove, le moltiplica; dovrà ad una
ad una superarle. Ora siamo giù in fondo: ma lassù in alto, si sale
lietamente, con gioia sempre più viva, le prove si fanno più nobili,
le esistenze più elevate; la materia si affina, diventa spirito a
poco a poco; l’intelligenza si afferma nell’istinto, le aspirazioni
nel desiderio: l’amore, scevro delle lugubri menzogne dei sensi, non
corrompe, ma nobilita. Cosa sono la luce, la bellezza, la gioia di
questa vita? sono le figlie di un sole pallido e smorto che appena col
suo calore oltrepassa il fragile tessuto delle mie palpebre. _Poi_ sarà
ben altro.... ben altro!...
Gustavo guardò Krimilth: essa s’era rizzata in piedi: era immobile:
l’ultimo raggio le indorava i capelli rossi cingendole il capo come
di una aureola di fuoco: il suo volto era bianco, lucente, quasi
abbagliante.
Aveva le labbra chiuse. Era lei che aveva parlato o lui che sognava?
Gustavo era soggiogato.
Di repente la fanciulla si scosse, tese l’orecchio, e sclamò tutta
turbata.
— Ohimè! vengono.
Gustavo volle trattenerla; ma essa ritrasse in gran furia la mano da
quella di lui dicendo sbigottita:
— No, no, bisogna ch’io mi nasconda.
— Non è che vostro padre.
Ma la giovinetta era già sparita.
Non era difatti altro che il signor Peyrat: il quale tornava da una
solitaria partita di caccia intrapresa col solo e poco micidiale
proposito di ammazzar la giornata! zufolava allegramente come uno che
finalmente ha raggiunto la desiderata ora della cena.
Visto Gustavo, gli mandò una voce; poi varcò il ponticello, gli venne
incontro e presolo a bracetto, faceziando sul suo umore malinconico lo
tirò verso casa.
Gustavo gli disse che voleva partire l’indomani.
Il cugino gli diè sulla voce, lo pregò di osservare che quell’aria
conferisce meravigliosamente alla digestione, e per conseguenza è
salutare a tutti gl’infermi, compresi gl’innamorati. Così dicendo
ammiccava malizioso.
Gustavo impallidì; — ma Peyrat lo rassicurò protestando che non
l’avrebbe restituito alle sirene torinesi prima d’averlo sanato del
tutto e corazzato contro le loro malìe. Soggiunse che intanto, pel
domani, egli aveva progettata una gita coll’Edvige a Macugnaga a trovar
un amico, e che doveva di fatto venirci anche lui.
Gustavo non potè rifiutare.
Passò una brutta notte; non potè levarsi un minuto dalla fantasia
l’immagine di Krimilth, trasfigurata come l’aveva vista la sera
prima; pazza o veggente, quelle sue parole strane gli tornavano
alla mente e invano si sforzava di persuadersi ch’erano delirii. Un
dubbio spaventoso lo assaliva: — se fosse pazzo anche lui o stesse
per diventarlo? Bisognava fuggire.... — Eppoi cos’era quel nuovo
sentimento? — era forse invaghito sul serio di Krimilth! oh assai più
che invaghito! E a cosa poteva condurlo quella passione? Egli già non
poteva farsi gioco di lei, di una povera disgraziata.... e allora? Che
fare? sacrificare tutta la sua vita! Dio buono, ma come resisterle?...
bisognava fuggire, bisognava fuggire senz’indugio.
Divisò partire, appena tornato da Macugnaga. Anzi non sarebbe neppure
tornato, ma sarebbe disceso dalla parte di Lagna.
L’indomani si pose per via col cugino e coll’Edvige. Ma, a qualche
centinaio di passi, rovinò per uno scheggione e si scorticò un piede in
guisa da non poter proseguire.
Il signor Peyrat e la figlia volevano tornare indietro; ma Gustavo,
tutto mortificato, lo pregò di andare a Macugnaga senza lui, e si fe’
accompagnare a casa da un ragazzo.
Fu una giornata lunga un secolo, senza fine e senza riposo. Non poteva
uscire; e di star solo non si fidava. Era inquieto e infinitamente
triste.
Verso sera discese nel tinello e si provò di appiccare discorso
colla fantesca, che gli serviva la cena. Ma costei, vecchia zotica e
superstiziosa, con una cera lunga da funerale, non gli rispondeva che
con dei gemiti lugubri, con dei sospiri d’anima in pena. Quando ebbe
sparecchiata la mensa, borbottando le sue preghiere, gli diè la buona
notte — _guten Abend_ — e si ritirò.
Gustavo rimase solo accanto al camino in cui cigolavano alcuni tizzi
d’abete.
Dopo il tramonto s’era levato un vento impetuoso e squassava le piante
dell’orto, e faceva, malgrado la solidità granitica dell’edifizio,
scricchiolare l’intavolato dei muri.
Le raffiche infuriate passavano, s’allontanavano, inabissandosi giù per
la scesa. Parevano urla di turbe invisibili, — il grido di una sommossa
immensa, formidabile.
E nell’animo di Gustavo, i pensieri, gli affetti, si affollavano
tumultuosi; erano rimorsi prepotenti, che salivano dal fondo della sua
coscienza, rimembranze confuse di cose e di giorni passati, di giorni
remoti della sua infanzia.... Anzi di un tempo più lontano ancora; di
chissà quando.... E la figura di Krimilth era sempre in esse, pareva la
compagna di quei ricordi misteriosi; quanto più quelli si rabbuiavano,
tanto più viva rifulgeva. E non era più triste, ed afflitta, ma bella,
lieta, sorridente.
Gustavo teneva gli occhi serrati, per vederla....
Quando li aperse, Krimilth era là ritta a due passi da lui dall’altra
parte del camino.... E sorrideva.
Com’era bella in quel punto! I capelli scomposti le scendevano
vagamente in riccioloni sul petto; fra le palpebre socchiuse pareva
saettare uno sguardo profondo.
Il fuoco fiarava e scoppiettava: un profumo acuto di abete inondava la
stanza. Il pavimento traballava disotto come fosse preda ai marosi.
Gustavo, — non si ricordava il come, — si trovò accanto a Krimilth,
le prese la mano, la baciò lungamente; la fanciulla gli si abbandonò
sul petto: arrovesciò la testa, tremava, rabbrividiva leggermente,
sussultava e sorrideva sempre.
Gustavo voleva dirle tante cose, dirle ch’era bella, e non poteva
parlare; la piena della passione gli toglieva il fiato; si chinò e
baciò quelle labbra sorridenti. Un moto convulso agitò le membra di
lei. La fanciulla con uno sforzo prodigioso si divincolò dalla sua
stretta, balzò indietro atterrita.
Gustavo volle accostarsele: essa si rizzò altera sulla persona, lo
afferrò pel braccio, lo tenne fermo, chino innanzi a lei.
Fu una lunga pausa.
Poi Krimilth domandò severamente:
— Che vuoi da me?
— Ti voglio bene, — mormorò Gustavo.
— Tu mi vuoi bene? tu? bugia, bugia! Non pensavi tu di fuggirmi? la
tua passione mente come ha mentito; mi ricordo di allora! — era la
stessa malìa, — lo stesso inganno e c’era la luce; e un astro brillava
su me innocente e te seduttore, sulla tua e sulla mia colpa; un astro
luminoso ah io lo sento!...
Gustavo alzò il viso: erano davanti alla finestra.
Sulle giogaie della Betta Turca spuntava la stella di Vega; saliva
dietro a falde leggere di vapori e, ogni volta che s’affacciava per gli
squarci della bianca nube, saettava raggi di luce tremolante: — e ogni
raggio suscitavagli nell’anima arcane reminiscenze: — parlava di cose
profonde e paurose. Dov’erano accadute?
— Bugia! bugia!
Era la voce di Krimilth? dove l’aveva intesa? cos’aveva fatto? oh la
scena terribile! oh rimorso tremendo di _allora_!
— Ricordi?
Sì, egli ricordava; rivedeva cose che il suo labbro, la sua parola non
poteva esprimere — cose strane, ma vive e reali.
Poi sparivano; si faceva un gran buio nella sua mente; sparivano le
immagini; restava il senso di esse.
E gli pareva che Krimilth, china su lui, dicesse: — la colpa ci ha
uniti: — non può riunirci nulla di lieto; riparazione, riparazione — lo
vuoi? — vedrai per me, sentirò per te, vuoi? tutta la vita — breve — ma
tutta — vuoi, — vuoi?
E Gustavo rispondeva: — No! no!...
. . . . . . .
Si trovò solo, disteso sul pavimento; il fuoco era spento.
Quanto fosse rimasto colà non sapeva; cominciava il barlume del
crepuscolo.
Rammentò la scena spaventosa. Era sogno, delirio? Era una cosa orribile.
S’alzò, fuggì all’aperto; — all’uscire della porta intese una voce
ripetergli: — vuoi? tutta! tutta!
E corse zoppicando per la valle.
Un mandriano che incontrò lo aiutò a trascinarsi a Gressoney la
Trinité. — Di lì si fè trasportare a Pont Saint-Martin.