Due anni prima, Gustavo, dopo una lunga serie di inconcludenti
amoruzzi, erasi lanciato per la prima volta in una tresca colpevole
e vi si era incaponito, non per passione, bensì per la vanità di
spuntarla. Egli era alla vigilia di un successo, miserabile successo
che avrebbe distrutto la pace di una famiglia rispettabile legata colla
sua da antichi vincoli d’amicizia, e s’applaudiva della propria abilità
sciagurata, — quando all’improvviso venne in mente al padre di mandarlo
per certo affare a Gressoney da un signor Peyrat, suo lontano parente
da parte della madre. Costui, salvo alcuni mesi d’estate, dimorava a
Monaco di Baviera e fra lui e il presidente correvano delle relazioni
molto rallentate. Gustavo non l’aveva mai visto.
Gustavo dovette suo malgrado obbedire; partì per la valle d’Aosta
un mattino di luglio, e l’indomani, un’ora prima del tramonto,
s’inerpicava su per il sentiero di Prè du Lais che mette capo
all’ultimo ripiano della valle della Lys.
Attraversò Gressoney Saint-Jean, salì a Gressoney la Trinité, altra
frazione più alta del piccolo comune.
Il cugino abitava uno degli ultimi châlet al di là di Orsia, al piede
del Monte Rosa.
Quando Gustavo vi giunse, egli era fuori colla figliuola. La vecchia
fantesca gli disse che in casa non c’era nessuno. Lo introdusse in un
ampio tinello dalle pareti rivestite di abete all’uso svizzero: accese
una bella fiammata nel camino e lo lasciò solo.