Il malato restò assorto in un denso sopore, dal quale appena lo
riscuoteva un vago e triste delirio. Nella sua mente ottenebrata una
sola immagine rimase viva: quella di Bettina.
Egli le diceva parole dì tenerezza, quali la sua timidezza non gli
aveva mai consentito.
La moglie sosteneva da sola le gravi fatiche dell’assistenza; non c’era
nel paese chi potesse aiutarla.
Riccardo passava qualche quarto d’ora nella camera; già, egli
lo diceva, non era buono a nulla. Era troppo nervoso; la vita
dell’infermiere gli era intollerabile. Bisognava pigliare il mondo pel
suo verso e fuggir la malinconia; almeno questa era la sua opinione. E
queste massime erano il solo sollievo ch’egli desse alla povera donna.
Ma una sera ella si fe’ ardita e lo pregò di tenerle un po’ di
compagnia. Accondiscese di mala voglia: si tenne lontano più che fosse
possibile dal letto, ritto nel vano della finestra.
Un’afa opprimente, sfibrante. Giovanni appena dava segno di vita con un
gemito sordo e lento.
Bettina cascava dalla stanchezza: le sue forze erano allo stremo, aveva
passate undici notti vestita, nelle quali qualche ora soltanto aveva
potuto dormire buttata sopra tre sedie; Giovanni non poteva soffrire
gli toccassero il letto.
Oramai ella si sentiva le ossa tanto indolenzite che neanche quel
riposo le serviva. Guardava Riccardo con un’aria di tedio supremo e di
rivolta.
— Fortunato lei, — disse finalmente, — che può coricarsi!
Riccardo prese una risoluzione eroica:
— Vada a riposare nella mia camera.
Ella accettò subito; e con che riconoscenza!
Ma, appena era uscita, egli si pentì e pensò con rincrescimento alle
dolcezze del proprio letto.
Era appena la mezzanotte. Cosa avrebbe fatto fino al mattino?
Dopo un’ora la sua irritazione era al colmo, il sacrifizio di passar la
notte intera in quella camera lo esasperava, il suo egoismo insorgeva
contro Bettina; in fin dei conti vegliare il marito era il dovere di
lei; — pensava al modo di snidarla.
Si agitava per la camera colla speranza di svegliarla.
Difatti ella lo chiamò sommessamente per nome.
Riccardo entrò nella camera a tastoni.
Quando le fu vicino, Bettina gli disse:
— È stanco?
S’era buttata sul letto vestita.
— È stanco?
— No, — rispose Riccardo con una cortesia di cui stupì egli per il
primo — ha dormito?
— Sì e mi ha fatto bene.
Riccardo distingueva confusamente al barlume che penetrava dalle
fessure delle imposte le linee della sua persona e le bianche braccia
che sollevate dietro il capo uscivano dalle maniche fino alla spalla.
Si stirava, si grogiolava con voluttuosa pigrizia.
— Ora m’alzo, — soggiunse: ma la sua lentezza esprimeva il
rincrescimento.
— No, — disse Riccardo, — è il tocco appena, rimanga.
— Grazie, — mormorò Bettina e lasciò ricadere sul guanciale il capo
sollevato a fatica. — Grazie, ma e lei?
— Io sederò qui contro la sponda.
Sedette, appoggiò il fianco e il capo sul letto. La sua guancia
incontrò il piedino scalzo di Bettina. Ella volle ritirarlo. Riccardo
non lo permise.
La campagna respirava lentamente oppressa dall’afa. Il gemito di
Giovanni, più fioco e meno frequente, si distingueva appena.
Invano l’alba si affacciò alla finestra; trovò chiuse le imposte.
Da quella notte in poi Bettina ebbe paura di trovarsi la notte col
marito. Riccardo era assolutamente incapace di sostituirla. Del resto
il povero Giovanni non aveva bisogno di loro, la malattia si aggravava
ogni dì più sul suo capo intorpidito.
Essi non si prendevano soggezione.
A una certa ora si ritiravano nella camera di Riccardo, e lasciavano
aperta la porta che metteva le due camere in comunicazione: la luce
della _veilleuse_ faceva una punta luminosa sul pavimento della
stanza. — Essi parlavano poco e sottovoce. Salvo questo, erano liberi.
Un’atmosfera pesante, morbosa, avvolgeva i sensi e l’anime.
Di quando in quando, ogni due ore, la Bettina s’alzava per dar da
bere all’infermo e cambiargli la vescica piena di neve e sale che gli
tenevano sulla fronte ardente, e non si curava neppure di allacciare la
veste da camera.
Era, se si vuole, una noia; ma quell’ostacolo rendeva piccante la loro
libertà.
Una notte però Riccardo chiuse la porta. E Bettina non disse nulla.
Dopo qualche ora il lamento del malato li riscosse; pareva divenuto più
intenso e più frequente; invece della triste e monotona intonazione,
aveva delle vibrazioni di impazienza.
Finalmente Bettina accorse, il marito la guardò cogli occhi spalancati.
Non disse nulla, la guardò.
Ella non ebbe il coraggio di uscire, sedette al capezzale un po’
discosto dal letto. Nascose il volto fra le braccia appoggiate alla
spalliera. Quello sguardo fisso, implacabile, di tenerezza, non
l’abbandonava, ella lo sentiva penetrare freddo e acuto sino al cuore.
Ad un tratto un gran peso le venne addosso.
Giovanni, mezzo fuori dal letto, le aveva buttate le braccia al collo
premendo sulla sua guancia il volto incadaverito colla disperazione
dell’agonia.
— T’amo, — balbettava, — muoio, vieni anche tu.
La vescica s’era slacciata, cadeva dalla fronte e la innondava di acqua
bollente.
Bettina, atterrita, non diè un grido: — lo respinse e s’alzò.
Il moribondo rotolò al suolo e giacque.
Bettina corse a chiamare il vecchio fattore che abitava al piano
terreno; egli si svegliò brontolando e salì tremando le scale.
Ma, affacciatosi appena all’uscio della camera, e visto quel corpo così
buttato in un gomitolo, col viso sulle quadretta, sclamò colle mani
giunte:
— Gesù, Gesù, egli è morto in disgrazia di Dio.
E scappò a precipizio facendo dei gran segni di croce.
Bettina si fe’ coraggio; allora, rassicurata dall’immobilità del
marito, gli si accostò, raccolse le sue forze, gli sollevò il capo, lo
appoggiò contro il letto. Era tutto ciò che poteva fare da sola.
Non chiese l’aiuto di Riccardo. Le ripugnava istintivamente ch’egli
toccasse il cadavere dell’uomo da lui offeso? Chissà!
Rassettatolo così alla meglio, discese, sedette sullo scalino della
porta, e intontita, senza pensiero, cogli occhi fissi nel cielo dove
impallidivano le stelle e spuntava il giorno dietro a una densa
cortina di vapori, stette aspettando che passasse qualcuno. Uno degli
assistenti di suo marito capitò finalmente, il quale accettò l’incarico
d’avvertire il prete e il medico.
A mezzodì l’atto di decesso era redatto, e il becchino di Battipaglia
inchiodava il cadavere nella cassa. Durante la lugubre operazione
Bettina rimase seduta nel vano della finestra; mentre le ripassava
nella mente la _galoppe_ furiosa danzata insieme con Giovanni nella
camera in via Nizza due anni prima.
Le passò vicino Riccardo: ella gli fe’ un sorriso melenso.
Vide senza piangere scomparire sotto la tavola di pioppo appena
dirozzato quel volto così buono, indulgente per lei, sul quale la morte
aveva lasciato le tracce di un’ultima tenerezza; una tenerezza orribile
ed immensa.
Tutto ciò le pareva un sogno.
Ma quando fu sola nella triste solitudine interminabile del pomeriggio,
quando le vampe del sole invasero quella camera mortuaria, a poco a
poco si sentì presa da una tristezza mortale.
Verso sera rientrò Riccardo col sigaro in bocca. Bettina gli saltò al
collo e diè in uno scroscio di pianto.
Ma egli la respinse e disse freddamente:
— E poi?
Si rinchiuse nella sua stanza.
Intanto si fece notte.
Ella fu presa da una gran paura: dal letto nell’ombra una voce le
gridava cupamente:
— Muoio, vieni anche tu.
Corse in cucina.
Avevano deposta la cassa sulla tavola e il legno bianco di pioppo
luccicava al raggio della luna: essa riempiva tutta la camera e ne
cacciava lei.
Allora, tremante dallo spavento, corse a buttarsi disperatamente
sull’uscio di Riccardo supplicandolo di lasciarla entrare. Egli aperse
e le disse severamente:
— Che ti pare? mentr’egli è ancor là?
Per tutta concessione consentì di lasciar l’uscio aperto ed ella
si accovacciò sulla soglia e passò quivi la prima notte della sua
vedovanza.
L’indomani, mentre il funebre convoglio si avviava e i fedeli avevano
intonato il miserere, intesero una donna a dire:
«Sepoltura in venerdì — per due volte torna qui.»
E si guardarono in volto.
Riccardo disse poi a Bettina:
— Che conti di fare adesso?
— Io? nulla.
Ella non aveva più nessuno.
A lui premeva liberarsi di lei, e ne cercava il modo.
Ella invece mutò contegno ad un tratto; fatta ardita dalla
disperazione, ricusò tutte le proposte che egli le fece l’una dopo
l’altra.
Proposte magre: egli non aveva quasi danaro e aspettava ancora il
pagamento della prima rata dell’appalto. Bettina non fece che ripetere:
— Io resto con te.
Allora Riccardo voleva andare in collera: chiamava in soccorso le più
ruvide espressioni, il più beffardo dei suoi sorrisi, il più assoluto
dei suoi gesti da tiranno.
Ma Bettina gli si buttava al collo furiosa e stringendolo fino a
soffocarlo gli gridava:
— È inutile, io non vado.
Ed egli che doveva fare? cedeva: il suo cipiglio artificiale svaniva
davanti a quell’impeto di passione, — si stizziva di non sapersi
stizzire davvero.
— Sai, — ella soggiungeva con una tenerezza prepotente, — non sono mica
più quella minchiona d’una volta quando mi facevi scavalcar la finestra
a piedi scalzi. Allora non sapevo neppure odiarti ed ora ti amo,
capisci, tu sei mio.
Era suo difatti; chi l’avrebbe mai detto? aveva trovato il suo tiranno.
Bettina chiuse la camera che aveva diviso col marito, e s’installò
senz’altro in quella di Riccardo.
Egli si trovò forzato in una galera d’amore.
Egli odiava quella donna e si lasciava amare, divorare da una passione
sfrenata piena di febbre e di delirio.
La sua potenza di ragazzo viziato e gracile si trovò soggiogata dalla
volontà di una donna malata.
Bettina si sentiva morire: e questa era la sua forza.
Una notte Riccardo, svegliandosi in sussulto, la vide che si dibatteva
sotto la stretta di un’angoscia violenta.
— Oh la sua maledizione mi attira: egli mi vuole!
— Chi?
— Giovanni!
Riccardo osservò allora ch’ella s’era mutata in poche settimane. E
istintivamente se ne compiacque.
Ma però un grande timore lo prese.
Una sera erano seduti l’uno accanto all’altro sulla riva del Sele: i
loro volti si specchiavano nell’onda del fiume. Riccardo sorprese nel
viso di lei un baleno di gioia feroce.
Egli vide la propria immagine, un viso patito, sparuto, consunto, e
comprese e allibì.
Poi fu una vita d’inferno: una gara micidiale.
Bettina era la più violenta, Riccardo il più calcolatore. Ella non
voleva che consumarlo, egli invece voleva sotterrarla.
Quell’odio e quell’amore si spiavano, si osservavano, e facevano a
soverchiarsi l’un l’altro in un duello incessante, sull’orlo di una
fossa.
Venne l’autunno e Bettina declinava rapidamente; pareva uno scheletro:
tutta la sua vita ardeva negli occhi accesi e profondi; ella si
abbrancava furibonda alla sua vittima che le sfuggiva.
— Menami teco; o verrai tu con me.
Che lugubri scene!
Riccardo me le contò poi nella mia camera.
— Quella fatale creatura mi voleva uccidere, ma me ne sono liberato.
Ella è morta, oh ella è morta! — egli esclamò con un impeto di gioia
cinica che mi fè rabbrividire. — Ma un accesso di tosse gli mozzò la
parola.
Impallidì, io osservai allora il suo volto macilento, disfatto.
— Sei malato? — gli chiesi.
— No, — rispose stizzoso, — sto bene.
Ma non era vero: la tosse ch’egli cercava di soffocare gli rompeva il
petto.
Le sue gambe vacillarono, egli cadde sul mio divano e si coprì le
labbra colla pezzuola che diventò rossa di sangue.
Allora vidi quell’uomo ch’io aveva conosciuto così fiero e superbo
avvilirsi profondamente: egli si abbandonò impaurito fra le mie
braccia, mi strinse furioso. Mi chiedeva conforto, mi diceva:
— Sarà nulla, vero? non sarà nulla!
Era spaventato, temeva di morite.
Ma non morì. Egli guarì invece dopo alcuni mesi e così perfettamente
che anche la sua bizzarria scomparve.
Il tiranno di via Nizza è adesso ammogliato, e poche mogli possono al
pari della sua vantarsi della docilità del marito.