Riccardo era il tiranno del nostro crocchio d’amici; noi due, Giovanni
ed io, facevamo in tutto la sua volontà. E che volontà assoluta! —
dominava, a suo talento, tutte le nostre abitudini, c’imponeva le sue,
— compreso il dialetto lomellino.
Quando, l’estate, si vegliava la notte per _beccarci_ l’esame, ci
costringeva ad andare da lui; benchè, quanto a me, non ci fosse nemmeno
il pretesto degli studii comuni: mentre egli e Giovanni erano allievi
alla scuola d’applicazione, io mi cullavo dolcemente fra le placide
distinzioni del diritto canonico. La sua camera non era certo la più
comoda. Abitava presso la barriera di Nizza, fuori di Torino, benchè
dentro alla cinta daziaria, una casa nuova, isolata in mezzo ai prati,
la quale con una petulante sicurezza sfidava la città ancora lontana a
venirla a chiappare e intanto sfogava sul tracciato del futuro. Corso
tutte le licenze e le inurbanità provinciali. Una gran casa, un piccolo
villaggio. In alto, nelle cameruccie allineate come tante celle, sui
lunghi ballatoi, ci stavano degli operai, dei facchini, dei manovali
della ferrovia; al pian terreno, degli ortolani, dei contadini, dei
lavandai; e fra queste due plebi diverse, un po’ di borghesia stenta,
qualche impiegato dell’ufficio daziario, o dell’amministrazione della
S. F. A. I., un conduttore, qualche macchinista e due dozzinanti che
davano alloggio a due piccole bande di giovinotti, studenti della
Scuola di Veterinaria (raccolta di pipe gigantesche), o, come Riccardo,
allievi ingegneri al Valentino (collezione di gilé e di cravatte).
Riccardo aveva su tutti una grande superiorità. Non parlava con
nessuno ed era nondimeno popolarissimo; dominava quel piccolo mondo
colla ardita varietà delle sue foggie e colla ironia altezzosa del suo
sorriso; lo ammaliava colla.... _lira di Orfeo_. Con questo nomignolo
chiamava il suo gran cembalo Erard — perchè con esso metteva in
convulsione tutto «il serraglio». Spesso la sera, tardi, quando il
portinaio già aveva sprangato il portone, e messo il suggello ufficiale
alla giornata montando alla sua soffitta — quando le voci della casa
a poco a poco si assopivano nel vasto e lento respiro della campagna,
— Riccardo, interrotta una formola che Giovanni stava, sotto la sua
dettatura, tracciando sulla lavagna, correva alla tastiera gridando:
— A me il regno animale.
E spiccava una qualche diabolica misura di valzer o di galoppe,
evocazione irresistibile alla vita e alla gioventù assonnite dalla
fatica, dal tedio, dal caldo e dalle tenebre.
Allora tutta la casa trasaliva, da cima a fondo, rispondeva — nasceva
un sordo fermento, poi uno scalpiccìo confuso, un ruzzolare precipitoso
giù per le scale. Il cortile, in un amen, era invaso da una folla
invisibile, rimescolata, aggirata da un repentino furore. La danza
cominciava. Il vinaio del cantone, chiuso il negozio in istrada,
lo riapriva in cortile, e l’uscio della retrobottega gettava da un
angolo all’altro una striscia luminosa nella quale passava un turbinìo
confuso di forme e colori lumeggiato dal bianco delle camicie e delle
sottane. La ridda vertiginosa allagava il cortile e l’atrio; le ragazze
di «buona famiglia» ballavano negli androni, sui pianerottoli, sui
ballatoi, si scatenava da cima a fondo un tripudio da veglione, un
baccano scomposto e tenebroso: scoppiavano fischi, voci e strida,
garriti di vecchie, picchiate e rampogne paterne, cui rispondevano urli
e beffe e risi e querimonie misurate al basso dallo scalcagnare sul
ciottolato, e in alto dallo squillo del pianoforte indiavolato.
Lo strepito si allargava per la campagna sino alla riva del Po:
frotte di giovinotti traevano a tentoni, fra le biade e le erbe
alte dei prati, a quella casa buia e chiassosa, e si ficcavano, per
prender parte alla galloria, tra le assi dello steccato in fondo al
cortile; poi, una volta dentro, si buttavano nel vortice, brancicando,
afferrando le ragazze, rapivano ballerine o buscavano scapellotti o
alla peggio ballavano fra uomini. Riccardo era nel suo elemento, felice
di suscitare, di governare, di malmenare quell’incomposta gazzarra,
invisibile dalla sua camera del terzo piano; sonava, accavallando
reminiscenze ed improvvisazioni, spingendo il crescendo fino al
parossismo, fino alla frenesia.... e trac si fermava di botto e
arrestava le danze, poi, dopo una pausa, nel subito silenzio, lanciava
una frase solennemente beffarda che a Torino si canta colle parole:
«Guarda lì che it ciche»
intraducibili, che vogliono dire press’a poco: _Tu mastichi la bile_.
Egli aveva uno strano talento per il disordine che nulla avrebbe potuto
frenare; ma egli si frenava quando voleva. Anzi egli non suscitava il
diavoleto che per il gusto di domarlo.
S’alzava qualche protesta isolata, cui egli rispondeva con un miagolìo
schernitore.
Qualche voce strillante di birichino ripeteva:
Guarda lì che it ciche!
Il baccano finiva. La brigata si scioglieva brontolando.
Riccardo ripigliava con teatrale tranquillità la formola interrotta.
Quelle sere una testolina bruna sporgeva timida dalla finestra che
dava sul ballatoio; due occhi luccicanti saettavano entro la camera
e sparivano. Era Bettina, la figlia della padrona di Riccardo: la
poverina non aveva nemmeno, come l’altre ragazze, cui si vietava
di scendere in cortile, il compenso di ballar colle sorelle, — era
sola. Penzolata alla ringhiera tuffava nel buio pandemonio sottoposto
l’occhio acceso di desiderio e d’invidia.
Una sera, sul più bello della festa, mentre il fragore montava dal
cortile colla intensità del turbine e Riccardo se ne satollava
scandendone il ritmo con delle esclamazioni da ippodromo: — epp — epp
— mutando la misura come si usa negli esercizi dei cavalli ammaestrati
— volle il caso che Giovanni si trovasse presso alla finestra e che
le sue mani v’incontrassero sul davanzale quelle di Bettina e che
entrambi fossero presi dalla frenesia che saliva intorno a loro in
guisa che si trovarono l’uno stretto all’altra, l’una colla testa sulla
spalla dell’altro — e che il parapetto divenisse un ostacolo incomodo.
Giovanni la tirò a sè violentemente per le mani: come poteva Bettina
rifiutarsi a levare un piede sul davanzale? Di là si trovò tanto più
costretta ad entrar nella stanza, inquantochè Giovanni ce la portò di
peso.
Avevano fatto appena un giro di valzer che Riccardo si alzò incollerito
e intimò a Bettina di uscire. — A chi aveva chiesto il permesso? e così
senza scarpe!
Ella aveva perduta, nel varcar il parapetto, una delle sue graziose
pianelline grigie e cercava nascondere il piedino la cui calza era
rossa di mattonato. Ma il gonnellino arrivava appena alla noce del
piede. In compenso fe’ rosso anche il viso.
Riccardo non poteva soffrirla; di lei tutto gli dava fastidio; e
l’ingenuo sorriso, e la vivacità infantile, e specialmente quella
fiorente salute che le colorava le guancie rotondette e delicate come
pesche duracine.
— Tuttociò significa, — diceva, — che non ha intelligenza. — Che,
questa è una donna? — sclamava poi. E se gli si obbiettava che aveva
appena sedici anni: — To’, per una bambola non è poco.
Egli la chiamava così: «bambola.» Le faceva ogni sorta di smorfie, la
mortificava anche davanti la madre, le aveva proibito di entrar mai
nella sua camera anche quando non c’era lui, di toccare menomamente
le sue robe; insomma, l’ho detto, non la poteva sopportare, forse
perchè ella sopportava troppo da lui. Caratteri come quello là non
bisogna secondarli mai. Egli c’imponeva le sue cattiverie di ragazzo
male allevato, perchè tutti gli volevamo troppo bene e non si aveva il
coraggio di contrariarlo.
Giovanni era un gigante al suo confronto: aveva certe mani dure come
pale di gualchiera, che a cadervi sotto c’era da uscirne una poltiglia.
E, se penso a ciò ch’egli tollerò quella sera, mi meraviglio adesso.
Allora non mi fe’ specie.
Bettina dovette uscire, e per la finestra onde era venuta, — non fe’
alcuna protesta, non guardò in faccia a Riccardo, ma gettò a Giovanni
uno di quegli sguardi femminini che sono un giudizio ed una condanna.
Nel risalire sul parapetto l’altra pianellina le cadde. E Giovanni
non si mosse. La prese Riccardo e la scagliò in cortile. Poi disse
all’amico:
— Sei ignobile!
Più tardi, uscendo, Giovanni mi precedette giù per le scale con
insolita sollecitudine, e quando lo raggiunsi sotto il portone egli
ficcava nel taschino interno dell’abito qualcosa che stentava a capirvi.
Poi, certi giorni ch’io avevo visto Giovanni entrare in quella casa, —
salendo, non lo trovavo nella camera di Riccardo.
Due settimane dopo cominciarono gli esami: i miei amici diedero con
ottimo successo il loro saggio tutt’e due; il nostro gruppo si sciolse.
Riccardo partì per la Lomellina.
Noi due rimanemmo, ma slegati, perchè egli era il nostro mastice.
Nell’agosto, ch’io passai a Torino, c’incontrammo parecchie volte e
si fecero alcune passeggiate insieme, ma gli davo soggezione: pareva
sempre sulle spine, e buono e timido com’era non ardiva staccarsi; me
n’accorgevo io e mi congedavo. A qualunque punto della città io lo
lasciassi, qualunque direzione prendesse, ero sicuro che andava a San
Salvario. Per lui tutte le strade menavano alla barriera di Nizza.
Quando, a novembre, Riccardo tornò e Giovanni gli disse che prendeva
moglie, rispose con dileggio:
— Prendiamola pure.
Gli chiese chi fosse, e Giovanni pronunziò con uno sforzo immenso, e
arrossendo, il nome di Bettina.
— Ah, — sclamò l’altro, — e che rarità hai scoperto in quella....?
Giovanni si rimescolò tutto; lo supplicò di non dirgliene male.
— Hai ragione, — disse Riccardo, — la tua missione di marito incomincia.
Poi, preso da grande commiserazione, in tono d’indulgenza sublime
soggiunse:
— Hai ragione: era la tua sorte; eravate fatti l’uno per l’altra.
— E che ti è saltato in mente? — disse poi.
— Eh sai.... Io guadagno oramai da vivere per due. Io sono solo.
— Ah, — sclamò Riccardo con beffarda serietà, — la scelta è ottima. Se
si tratta di mangiare, i denti li ha lunghetti....
Non è punto vero che Bettina avesse i denti lunghetti. Ella rosicchiava
sempre qualcosa e ho così potuto ammirarli più volte; — una delle più
graziose dentature che conosca.
Sul punto di lasciarlo pose la sua mano scarna, nervosa, sopra quella
grossa di Giovanni, dicendo solennemente:
— Dunque noi non ci vedremo più: caro mio, è l’unica diplomazia che la
mia schiettezza mi consenta.
Diffatti per un anno non si videro più; Riccardo aveva aperto uno
studio elegantissimo da ingegnere in via Cernaia, nel quale la rigidità
degli affari non incomodava punto le galanterie e i colloqui delle
facili avventure.
Finalmente Giovanni, che aveva incominciato bravamente la carriera del
costruttore, venne a dirgli che partiva per la provincia di Salerno,
dove aveva preso in appalto alcuni chilometri di ferrovia.
— Sarà un fiero lavoro e sto cercando un compagno.
Riccardo, fino a quel punto indifferentissimo, si scosse subitamente.
— L’affare è buono? — domandò.
— Suppongo.
— Quasi, quasi....
— Accetteresti?...
— Chissà! Se tu lo desideri....
Giovanni gli saltò al collo! era venuto apposta a proporglielo; ma quel
lusso l’aveva intimidito.
A Salerno bisognava andar subito; non c’era tempo da perdere.
— Parti insieme con noi?
— Conduci anche tua moglie?
— Sì, non posso lasciarla sola: sua madre è morta. Ti spiace?
— No, figurati, soltanto vuol essere un grande impiccio; ad ogni modo
ci aggiusteremo.
L’incontro di Riccardo con Bettina si compì senza lusso di cerimonie o
di sentimentalismi inutili. Non fu una riconciliazione: bensì un tacito
accordo di due egoismi costretti per il momento a tollerarsi: — però
senza pregiudizio delle ostilità eventuali.
Ma Giovanni non scrutò la cosa troppo addentro; felice per la facilità
insperata della convivenza si abbandonò, colla generosa codardia di chi
ama davvero, a quella doppia soggezione, a quelle due devozioni che gli
erano necessarie.
S’installarono in una fattoria, fuori di Battipaglia un qualche miglio,
quasi sulle sponde del Sele.
Il loro quartierino si componeva di sole due camere e una cucina, che
serviva anche da tinello. — Il tutto arredato alla peggio. In così
angusto spazio, nella intimità necessaria di quella vita, passarono
senza inconvenienti tutto l’inverno.
Riccardo, s’intende, prese dominio della casa, non contrastato da
Bettina, ceduto con riconoscenza da Giovanni.
Quando in primavera le pioggie, torrenziali in quella regione, li
obbligarono a rinchiudersi, fu tanto generoso da invitarli a passare le
serate nella propria camera, che naturalmente era la migliore.
Quivi, mentre i due amici fumavano beatamente e chiacchieravano,
Bettina si teneva in disparte, accoccolata nel vano della finestra,
la guancia appoggiata alla mano, il viso contro il vetro verdognolo,
a guardar fuori la campagna allagata, il fiume torbido e gonfio che
divorava le rive. Non s’intrometteva nei loro discorsi, teneva il meno
posto possibile.
Riccardo pareva non accorgersi di lei. Invece Giovanni non sapeva
staccarne gli occhi; il volto serio e immobile della donna indicava
una misteriosa fissazione nella quale la sua tenerezza d’innamorato,
ingrossata dalla riconoscenza dello sposo, amava tuffarsi e smarrirsi.
Egli perdeva così di vista l’argomento del discorso. L’amico lo
rampognava morsicando con atto vezzoso di dispetto l’ambra della sua
pipa:
— Eh che vi manca tempo?
Allora Bettina dava un guizzo e un lieve rossore le coloriva le guancie.
A tavola con le sue mani grassoccie e a fossette ella passava i piatti
ai due uomini, seria, impassibile come quando serviva nell’antica
sala da pranzo di via Nizza. Se Giovanni nel ringraziarla le poneva
la mano sul braccio, ella si schermiva bruscamente, senza parlare e
senza guardarlo in faccia, da quella carezza maritale, come dalle
famigliarità dei suoi antichi dozzinanti.
In maggio il tempo si racconciò e si ripresero alacremente i lavori.
Fu una travagliosa estate: Giovanni in piedi allo spuntar del giorno,
a cavallo sotto la sferza del sollione, non abbandonava un minuto gli
operai; nell’ora del riposo disegnava, studiava, dava degli ordini
agli assistenti, poi curava egli stesso la esecuzione, e dava anche
una mano all’occorrenza. Lasciava a Riccardo le faccende meno gravi,
accordandogli volentieri il vanto di un’alta direzione che quegli aveva
la bontà di prendere sul serio, — e che per Giovanni si riduceva al
lasciarsi consigliare ciò ch’egli aveva già pensato di fare.
Una vita da ammazzar un toro. Le forze cedevano sotto l’impulso della
volontà. Il suo organismo atletico aveva delle delicatezze incredibili.
Giovanni giocava una grossa partita; e voleva vincere; — si trattava
dell’agiatezza di Bettina.
La sera, quando il sentimento del dovere si rallentava, egli rimaneva
accasciato; si metteva a desco e non aveva quasi forza di spezzare
il suo pane. Rimaneva estatico, in uno strano languore — non senza
dolcezza. Perchè in quei momenti di prostrazione la sua tenerezza si
mutava in una voluttuosa ossessione. Egli fissava gli occhi luccicanti
nel volto calmo e freddo di Bettina, che si pappava placidamente la
cena, senza darsi pensiero del suo febbrile orgasmo.
L’amore rubava al povero Giovanni le brevi ore di riposo: l’amore, che
quando era sano gli comandava, ora lo strapazzava e spesso alla mattina
egli s’avviava al lavoro senza aver chiuso occhio in tutta la notte.
Riccardo gli faceva talvolta delle paternali:
— Te l’ho detto io che era un impiccio: eccoti là con una ciera di
cencio lavato. Bada veh!
Ma Giovanni sclamava:
— Che, potrei vivere senza di lei?
Nei dì festivi si facevano solitamente delle gite nei dintorni; a
Capaccio, ad Eboli, ai casali sulle rive del fiume. Erano giornate
diverse dall’altre; punti luminosi nella monotonia della loro vita di
relegazione. Riccardo, nella galloria, smetteva il suo noioso sussiego
e diventava buon figliuolo, anche colla Bettina.
La prima domenica di luglio avevano progettato di visitare le rovine di
Pesto.
Ma, il sabato sera, Giovanni era tornato a casa affranto: non poteva
nascondere un grave malessere: ne accagionava il caldo terribile di
quella settimana canicolare.
La mattina seguente egli non poteva stare in piedi.
Bettina, che a quelle scampagnate ci pigliava un gran gusto, era
contrariata, di malumore.
Giovanni disse a Riccardo:
— Fammi il piacere, vai tu con Bettina.
Riccardo fe’ una smorfia di condiscendenza.
Bettina accettò subito; ma Riccardo, senza badare a lei, soggiunse:
— E tu, vuoi rimanere solo?
— Oh io non ho bisogno di nulla, non mi ci vuole che un po’ di riposo
— e non potrei soffrire che voi vi privaste per cagion mia di questo
svago.
Perciò partirono loro due.
Riccardo guidava il cavallo, senza voltarsi neppure a guardare la donna
rannicchiata in fondo al mantice del calessino.
Passarono il fiume sulla zattera. Riccardo smontò e prese pel freno il
cavallo gettando le redini a Bettina che rimase nel legno.
Risaliti all’altra riva, la strada si spiegava attraverso la maremma;
Riccardo saltò in carrozza e, ripigliando le redini, disse bruscamente:
— Giovanni è molto male avviato. Lei dovrebbe badarci.
— Io?
— La colpa è sua, e non può dire che l’amore la acciechi, lei non vuol
bene a Giovanni, no: — inutile ch’ella s’intenerisca.
Ma Bettina non s’inteneriva punto.
— Vorrei un po’ sapere, se la disgrazia accade, quel che ella conta di
fare, — aggiunse poi.
Stavolta la donna gli diè un’occhiata di sgomento e rabbrividì.
— Cioè, non vorrei saperlo: che m’importa a me? L’avverto però che
Giovanni non ha nulla, l’eredità della zia fu appena tanto da pagar la
cauzione, e i lavori sono indietro di molto.
— Lo so, — disse Bettina con una serietà che lo maravigliò.
Riccardo spinse il cavallo alla corsa mozzando a colpi di frusta le
nappine brune delle canne palustri che crescevano nel fossato lungo la
strada.
Poi egli la oppresse di riguardi e di premure, imposte con una nuova
prepotenza silenziosa da padrone.
Ed ella sempre docile, tutta pazienza e sommessione.
Alla fine Riccardo si irritava, sentiva il bisogno di ribellarsi alla
propria tirannia: era avido di un po’ di resistenza.
A Pesto egli ordinò un pranzo assurdo, cominciando dal cacio cavallo
per antipasto. Bettina, che pure aveva un talento eccezionale per la
cucina, mangiò con appetito senza una smorfia tutto ciò che le si
portava.
— Possibile, — sclamò stizzito Riccardo, — che le piacciano tutte
queste sudicerie? Non è buona a dir di no una volta?
Bettina sorrise tristamente.
— Ma non siamo mica più alla pensione di via Nizza.
Ella sospirò.
— Mia cara, — soggiunse crudelmente Riccardo, — credo che abbiate fatto
una sciocchezza in due.
Egli la costrinse poi a visitare le rovine dell’antica città dorica
senza risparmiarle una sola pietra. Tornando indietro dalla Basilica,
egli volle prendere una scorciatoia e Bettina rimase impigliata fra i
rovi e le liane aggrovigliate che ingombravano il terreno tutt’intorno.
Invano Riccardo s’impazientiva; ella non riusciva a strigarsi; la veste
le cadeva a brani; egli dovette ritornar indietro, sollevarla fra le
braccia e portarla fuori. Ciò lo irritò maggiormente.
All’osteria Bettina chiese un ago e del filo per rassettarsi un po’ gli
abiti; ma Riccardo non la lasciò finire e, menando fuori il legno sulla
strada, disse:
— Su, su, che Giovanni ci aspetta.
E non parlò più.
Il sole tramontava gettando fra le stoppie della squallida maremma una
luce sanguigna.
Il legno andava a furia dietro l’ombra che gli si allungava dinanzi.
Riccardo mozzava rabbiosamente colla frusta quelle nappine che i suoi
colpi del mattino avevano lasciate malinconicamente ripiegate sullo
stelo.
A casa, trovarono Giovanni che stava male e s’era buttato sul letto. Al
saluto di Bettina rispose soltanto:
— Ho freddo.
Ella gli buttò addosso tutte le coperte che avevano, ma dopo qualche
po’ egli le respinse lamentandosi che soffocava. Nella notte fu preso
dal delirio. Il medico venuto da Eboli brontolò di congestione, di
febbre putrida, di tifo, e concluse: — gravissimo.