Si guardò intorno atterrito.
Si trovava a pochi passi dalla spiaggia.
Le ondate vaste, scialbe, plumbee, si abbattevano sulle arene. Nel
cielo galoppavano i nembi ad ignoti assalti. Un sordo muggito usciva
dall’abisso.
Al fioco barlume volteggiavano in mare dei neri profili, salivano in
groppa ai cavalloni, sprofondavano, riapparivano.
Uno strido acuto di alcione dominò per tre volte il cupo fragore.
Le nere forme, simili a grossi mostri, si lanciarono innanzi:
scivolando sull’onde approdavano rapide e silenziose. Dell’ombre
saltavano sulla spiaggia; pareva un ritrovo di spiriti. Venivano alla
sua volta.
Siro fu preso da un istintivo sgomento, si volse, corse barcollando.
Cadde supino sopra i gradini di un pilone. Si alzò, si rifuggì dentro
alla cella, vi restò ginocchioni, le mani aggrappate alle grosse sbarre
della grata, la fronte sulla pietra del davanzale.
Poco a poco cominciò a raccappezzarsi, riconobbe il luogo: al tempo
beato della sua infanzia, in una delle sue corse, aveva sostato al
pilone, e, addormentatosi, s’era svegliato poi nel cuor di una notte
come quella.
Lo ripresero gli sgomenti d’allora.
Egli aveva sempre sentito una grande avversione per il mare — orizzonte
troppo vasto per i suoi desideri limitati — per il buio, per il vago,
l’indefinito. Indole sensibile e timida, amava il sole, la compagnia,
la vita di tutti i giorni, le rotaie dell’abitudine. Era una di quelle
fibre docili, buone a nulla da sole, ma che la disciplina può spingere
magari anche sino all’eroismo.
Orfano, esposto dalla sorte a tutte le tentazioni della licenza, del
disordine, era stato dal suo carattere avviato all’ordine, al dovere:
il vagabondo si era trasformato in operaio laborioso, in borghese
assegnato: aveva combattuto assiduamente, sotto tutte le forme,
l’incertezza; s’era fatto con grande sforzo una casetta sua, solida,
comoda, vi aveva adagiati i suoi piccoli ideali, le sue dolcezze
tranquille: — egli avrebbe dovuto tenervele ben chiuse, custodite.
Invece aveva aperta la porta a una grande speranza, a un’illusione
unica nella sua vita ed ecco che questa gli aveva tutto rapito!
Ora egli non rimpiangeva tanto i suoi sogni di pochi giorni, quanto la
quiete di tanti anni.
Sbattuto fuori dal suo solco, non si sentiva più sicuro di rientrarvi:
questa era le sua disperazione. Si trovava di fronte degli ostacoli
insormontabili: il ridicolo sovratutto.
L’indomani, fra poche ore, lo aspettavano per la cerimonia; la sposa,
il curato, i testimoni, la banda, il villaggio tutto in aria per lui —
e lui che avrebbe fatto? Cosa pensava di fare?
Pensava, pover’uomo, che sarebbe stata una grazia di Dio, il poter
sparire, sfuggire al mondo e sopratutto a sè stesso, — alla tortura di
dover pigliare una risoluzione.
Si contorceva, singhiozzava, e il rombazzo del mare lo scherniva.
Poi veniva la stanchezza; ricadeva sopraffatto nello stupore di prima,
uno stupore pieno di amarezze, d’inquietudini.
Chiudeva gli occhi, ma un sussulto lo obbligava ad aprirli, a tenerli
spalancati.
Un filo di luce rossiccia attraversava le tenebre e si posava in alto
nella parete di rimpetto.
Si volse e vide dietro alle sue spalle un crepaccio luminoso.
Vi appressò l’occhio e scorse una scena singolare.
Il foro si apriva in alto sotto una tettoia di pescatore a cui il
pilone era addossato. Una stuoia grossolana di canne allacciata da un
pilastro all’altro serviva di riparo verso il mare. Delle reti, delle
nasse coprivano le tre pareti.
Vi stavano riunite in crocchio dieci o dodici persone: gente di diversa
condizione ed età in abito borghese, in camiciotto di marinaio, in
casacca di montanaro, alla rinfusa.
Facevano circolo intorno ad uno che, ginocchioni innanzi allo scanno in
mezzo, leggeva a mezza voce: costui appressava al lanternino i fogli di
carta sottile: colla destra accarezzava il calcio d’una pistola deposta
innanzi a lui.
Di quando in quando s’interrompeva alzando il capo: e un lieve mormorio
sorgeva nell’assemblea.
Appena qualche frammento di quella lettura arrivava all’orecchio di
Siro, e pareva più che altro una nota di negozi falliti.
Si sarebbe detto fosse una congrega di contrabbandieri.
«.... Datteri di Palermo avariati.... ripreso lavoro di paste
napoletane.... paglia di Firenze stenta.... segala di Piemonte
atterrata dal vento.... si spera lanciar fondi di magazzino fine
stagione.... provviste verranno per la via dei monti...»
Una frase lo colpì.
«Ritardate ancora spedizione coke da Marsiglia.... sospendete le
vendite.»
Alcuni mesi prima Siro era andato per incarico del dottore Vaccarezza
suo benefattore, a Sampierdarena a chieder conto di un certo affare a
un navigante di cabotaggio; e questi gli aveva risposto con le stesse
parole. Il dottore lo aveva poi mandato in giro per la riviera di
levante sino a Portofino a ripetere la notizia a parecchie persone
con tali raccomandazioni di segretezza che egli aveva sospettato si
trattasse di qualche mistero politico.
Aveva fatto altre volte ambasciate di quel genere. Un giorno, venuto
a Genova, a cercar certi campioni di zuccheri, gli avevano consegnato
un pacco contenente dei libri. Il dottore (egli sapeva le sue cose)
non negoziava punto: invece egli era, come allora si diceva in
Piemonte, _costipato_ di politica. Senza fargli confidenze, gli parlava
spesso dell’antica Repubblica di S. Giorgio, della scaduta grandezza
ligure, dell’Italia, degli sforzi eroici, dei tentativi infelici,
delle speranze sempre vive dei patrioti..... Quando Siro gli mostrava
riconoscenza dei suoi benefizi, gli dava sulla voce dicendo: — sta
queto, verrà forse giorno ch’io ti chiederò ricambio molto maggiore.
— Il giugno precedente, quando era avvenuto il triste caso del povero
Ruffini, che credendosi tradito dai suoi, si segava per disperazione la
gola, — il vecchio dottore eragli parso esaltatissimo e s’era lasciato
andare a parlargli di misteriose vendette, di prossime ribellioni.
Il lettore ripeteva a ogni momento: _sospese vendite, sospendete
vendite_, e a queste parole, che parevano la chiusa d’ogni foglietto
rabbuiavansi dolorosamente i volti dei compagni.
Finito ch’egli ebbe domandò:
— Non occorre altro?
— No! rispose un vecchietto; tutti hanno capito, vero?
Chinarono il capo in silenzio.
Allora l’altro aperse il lanternino, accostò i foglietti alla
fiammella, vi appiccò fuoco e depostili sullo scanno li voltò e rivoltò
con cura, finchè l’ultimo minuzzolo fu ridotto in cenere.
Tutti s’erano raccolti intorno al vecchietto canuto, per il quale
pareva avessero un grande rispetto: gli chiedevano schiarimenti, egli
rispondeva, sentenziava con vivace fermezza; tutti annuivano reverenti.
Poi egli domandò:
— Liberio.
Un giovinotto vestito da marinaio, alto, svelto, di elette fattezze si
fe’ innanzi.
— Avete inteso, lo rampognò severamente il vecchio; la vostra
imprudenza può costarci caro. Chi v’ha detto di chiamare le vendite?
— Credevo... rispose l’altro dimessamente.
— Non si crede, si domanda, si eseguisce, ma sopratutto si obbedisce....
Seguì una pausa, il vecchio riprese:
— Qual era il vostro pensiero?
— Di prevenire, affrettando, gli effetti del «vento.»
— E il vento rischia pigliarci tutti in mare: da tre giorni soffia dal
Piemonte! tutta la pula è in aria: in questo momento noi siamo tutti
sotto il colpo.
Si guardarono attorno inquieti.
— Voi risponderete di tutto, è il fatto vostro. — perchè ci avete
chiamati?
— Per rassegnare la commissione alla maestranza.
— E io vengo a riprenderla in suo nome. Ora sentite i suoi ordini. Per
quando è fissato il mercato?
— Per domani notte.
— Bisogna disdirlo prima del mezzodì. Non manderete altri commessi,
farete da voi. Compiuto il giro, rimetterete il sacco al trafiliere di
Santa Zita e partirete per Marsiglia senz’indugio. Troverete colà le
credenziali. Siamo intesi? Qua la mano per il segnale.
Il giovinotto, tutto sommesso, piegò il capo altero davanti a
quell’omino; stese la palma destra.
Il vecchio vi pose su la propria, tracciò ripiegando il dito medio
alcune linee invisibili e soggiunse:
— Andate.
Poi, uscito il marinaio, raccolse gli altri intorno a sè.
— Ausonio; è necessario avvertire entro la giornata il trafiliere di
Santa Zita.
Siro ascoltava con ansietà grandissima: quel nome voleva dire il
dottore Vaccarezza.
— Andate dunque da lui e ditegli...
Delle strida di falco lo interruppero.
— Silenzio! due, tre, quattro, cinque, sei.... dalla terra.
Un grido breve d’alcione, come quello che Siro aveva già udito, rispose.
— Il mare è libero. Spegni il lume.
Un leggero calpestio di gente che camminava al buio — poi silenzio.
Siro, senza quasi saper perchè, si trovò fuori del pilone. Camminava a
gran passi: gli parve tutto un brutto sogno, si stropicciava gli occhi
per isvegliarsi. Risaliva la costa.
Soffiava un libeccio gagliardo; il cielo era coperto, il mare
procelloso.
Siro tirava innanzi a caso, alla meglio, incespicando, barellando.
Di repente si sentì pigliare di dietro pel colletto.
Una voce disse: — e due!
Siro si voltò e scorse un grosso omaccione.
Costui, sempre tenendolo fermo, aperse una lanterna cieca che teneva in
mano, glie l’accostò al viso.
— Vediamo che smorfie giacobine mi fai....
Poi subitamente lasciandolo libero, fe’ un passo indietro e sclamò
maravigliato:
— Tò, il flebotomo.
E diede in uno scoppio di risa. Era il brigadiere dei doganieri suo
amico.
— Scusate, egli riprese, v’avevo preso per un congiurato.
E rise più saporitamente di prima.
— Avete dei malati alla Foce?
Lo prese a braccetto e lo menò seco.
Qualche passo più in là incontrarono due guardie doganali.
Il comandante si appartò un minuto, diè loro alcuni ordini a bassa voce.
Le guardie si allontanarono frettolosamente discendendo la costa.
Egli riprese il braccio del flebotomo.
— Sicuro, v’ho preso per un carbonaro: ma dopo tutto non sono
malcontento d’avervi acchiappato. Voi avete dei conti da rendermi.
Sapete, corpo d’una pipa, che non ci vediamo da un mese? È un mese vero?
— È vero, rispose Siro distratto.
— E mi dovete anche una rivincita.
Erano arrivati alla porta del casotto di guardia.
— Venite, disse il comandante; a proposito, avremo forse bisogno
dell’opera vostra.
E, prima che Siro pensasse ad opporre resistenza, lo trascinò in una
vasta stanzaccia che come dimostravano, da un lato, una rastrelliera
per fucili, dall’altro un banco da scrivere e una stadera, serviva ad
un tempo di ufficio per le denunzie e di corpo di guardia.
Un doganiere e un carabiniere stavano di fazione.
Il comandante domandò a quest’ultimo:
— Il vostro sergente?
— È uscito con tutta la pattuglia.
— Voi, restate a custodia dell’arrestato. È ferito costui?
— Pare, la mia baionetta nella baruffa deve essergli penetrata nella
pelle; ha il camiciotto insanguinato, ma non vuol saperne di nulla.
— Eh diavolo, non è mica per lui!... sclamò il brigadiere stringendosi
nelle spalle. — Siro, voi avete le lancette?
A un suo cenno il doganiere prese la lanterna, spiccò una grossa chiave
da un chiodo e aperse una porta in fondo.
Entrarono in un locale vasto quanto il primo, un deposito di
contrabbandi sequestrati, convertito per l’occasione in carcere
provvisorio.
La vista del prigioniero scosse il flebotomo dal suo stupore: egli
ravvisò in lui il Liberio del misterioso ritrovo sulla spiaggia.
Stava buttato sopra un saccone in un angolo, fra una botte e un mucchio
di involti, di cassette, di fucili alla rinfusa.
— Su, disse il brigadiere, e fate vedere al signor flebotomo la
graffiatura che avete.
Non si mosse; col capo appoggiato alla mano gli diè un’occhiata di
superba indifferenza.
— Su, ripetè il brigadiere impazientito.
Siro s’interpose, dicendo che non occorreva, ch’egli poteva ben
visitarlo a quel modo. S’inginocchiò dinnanzi al saccone; aperse il
camiciotto, tagliò il corpetto di lana, la camicia colle sue forbici da
chirurgo ed esaminò la ferita. Era proprio una graffiatura.
La medicò alla svelta, vi applicò la filaccia e lo fasciò.
Il prigioniero lasciò fare come non fosse cosa sua, non aprì bocca.
La nobiltà dei suoi lineamenti, le fattezze del suo volto imberbe, la
sua pelle bianchissima, la finezza della camicia tradivano in lui una
condizione che il grosso abito da marinaio dissimulava a stento.
Il brigadiere condusse poi il flebotomo in uno stanzino che gli serviva
al tempo stesso di scrittoio e di tinello.
— Non fate mica conto d’andarvene con questo tempo?
Pioveva a dirotto.
Lo fe’ sedere davanti a una scrivania coperta di un marocchino vecchio,
sul quale certi occhielli violacei mostravano che colà dentro usava
molto più il bicchiere del calamaio.
— Corpo d’una pipa, mi tocca fare anche il tirachiavistelli; state lì,
mi terrete compagnia e una buona bottiglia ce la terrà a tutti e due.
— Che ha fatto? domandò Siro.
— Chi? quel ragazzaccio? Carbonerie, giacobinerie, balordaggini,
canagliate, chessoio.... Poh! gente che piglia il cervello a pigione
dai Francesi. E sì che ci hanno cavato un bel frutto di quella gramigna
che succhiava loro fino alle midolle; quand’era tempo di cacciare i
ladroni essi stavano zitti, ora che noi si fa il loro bene rimettono il
ruzzo. Non c’è che un mezzo....
— Come l’hanno arrestato?
— I carabinieri di ronda l’hanno trovato presso il cantiere e
riconosciuto ai connotati.
— E sanno d’onde veniva?
— Pare. Dunque non c’è che un mezzo.... e il mezzo, secondo me, è
quello di mettere due da sessanta a San Giorgio e giù pillole sulla
topaia! Domando se non è cosa....
Siro lo interruppe:
— E quale sarà la sua condanna?
— Eh... ammenochè non sia persona di condizione, il remo se canta....
altrimenti un raso di corda e il benservito.... Ma lasciamo
le malinconie da banda, parliamo di noi.... oh giusto, volevo
domandarvi.... me n’hanno detta una bella; che voi pigliate moglie....
è vero?...,
Siro diè un guizzo; tentennò il capo.
— Volevo ben dire.... guardatevi Siro, se non volete incorrere nella
mia maledizione! — disse il brigadiere, minacciandolo burlescamente
colla palma tesa sovra il suo capo. — Sul serio, avreste finito questa
dolce viterella da Michelaccio....
E soggiunse, arricciandosi i suoi mustacchi ritinti, in atto vanesio:
— Il matrimonio è una cosa eccellente.... per gli scapoli eh! eh!....
Anche Siro sorrise a fior di labbra levando uno sguardo smarrito,
desolato. Poi chinò il capo.
Il brigadiere, avviato sul suo tema favorito, tirò innanzi a
sentenziare, ad argomentar per esempi, per aneddoti rifritti tante
volte che cominciava ad abboccarli per veri egli stesso.
Siro lo interruppe ancora una volta.
— E quando lo meneranno? domandò.
— Chi? chi? sempre colui? fra qualche ora, subito magari, appena torni
la pattuglia, ma sentite, vi debbo dire che siete seccante....
Il brigadiere fu punto stavolta nel vivo dalla distrazione poco
riguardosa di Siro.
— Comincio a credere al vostro matrimonio, borbottò stizzito.
Poi ammutolì, si aggomitò imbronciato sulla scrivania e asciugò
religiosamente il boccale fino all’ultima stilla, per sopire il suo
malestro. Non durò troppa fatica: dopo mezz’ora russava e pencolava in
ogni verso.
Finalmente, si levò per cercare ai suoi sonni uno stramazzo più comodo.
— Io resto, disse Siro, per medicare il ferito prima che parta.
— Va bene, brontolò il brigadiere: ed entrò per un usciolo in fondo
nella sua camera.
Siro s’affacciò alla stanza di guardia; il doganiere dormiva disteso
supino sulla panca: il carabiniere, collo schioppo imbracciato, il
cappello sugli occhi, si appoggiava alla finestra con un atteggiamento
tanto discreto e prudente da rendere temerario ogni giudizio sulle
concessioni che il suo pensiero faceva alle volgari esigenze del sonno.
Un grosso gatto bianco accovacciato sulla stadera torniva gravemente.
La lanterna a bilico tremolava e scoppiettava.
Siro, colla irriflessione del sonnambulo, attraversò la stanza, prese
sul banco la lanterna di servizio, spiccò dal muro la chiave, andò
dritto alla porta del deposito, l’aperse, entrò, rinchiuse.
Il carabiniere si scosse, diede un’occhiata indifferente a quest’atto
del flebotomo e si ripose a passeggiare lentamente. Il gatto tacque e
si lisciò serio serio i mustacchi: il solo doganiere non si mosse.