Siro risalì anch’egli sul sentiero.
Era buio: appena si distingueva nelle tenebre un’ombra più scura che
s’allontanava; l’ombra dello sconosciuto amante di Irene.
Ella gli aveva detto — son tua, tua per sempre — dunque colui portava
seco ogni cosa, tutto il suo tesoro, tutta la sua vita.
E Siro lo seguiva: come un ragazzo tien dietro a uno che gli tolga un
qualche prezioso balocco.
Lo seguiva, tramortito, sbalordito, senza pensare a nulla, senza sapere
il perchè.
Aveva una grande confusione nella testa, un profondo schianto nel cuore.
Sentiva una grande stanchezza, aveva le gambe rotte, barcollava — ma
camminava.
Camminava gemendo, esalando l’inconscio lamento della natura che
soffre, il lamento che mandano i malati quando sono fuori di sè stessi.
Il suo villaggio appariva dall’altra parte del Bisagno nel barlume
scialbo del crepuscolo; qualche rara finestra era illuminata. La
casetta del flebotomo, squallida, d’un grigio terroso sporco sporgeva
sull’altre. Dietro, l’aureola bianca e dorata di un’ora innanzi s’era
cambiata in un nuvolone scuro, in un nero cumulo che pareva volesse
schiacciarla.
Sotto, i pietroni del fiume avevano l’aspetto di ossami in una fossa di
cimitero.
In fondo, verso San Francesco, una fila di lumi che parevano torcie di
sepoltura.
Siro ripassò davanti a Porta Pila.
Lo sconosciuto proseguì ancora verso il Rubado, ma repentinamente piegò
a sinistra, varcò il fiume sul ponte di Santa Zita, e prese la strada
di San Pietro alla Foce. Rasentò il cantiere, passò davanti il casotto
della dogana.
Siro conosceva il comandante della stazione; una volta veniva spesso
alla sera a giuocare la partita a tarocchi e facevano insieme un gran
sparlar delle donne e del matrimonio; — egli fu lì lì per cedere
all’abitudine e svoltar nella porta.
Ma rivide quell’altro, dimenticò ogni altra cosa.
Attraversarono il sobborgo della Foce.
Era oramai notte fatta.
Degli usci aperti apparivano nei casolari le placide faccende della
cena.