III.

Siro risalì anch’egli sul sentiero.

Era buio: appena si distingueva nelle tenebre un’ombra più scura che

s’allontanava; l’ombra dello sconosciuto amante di Irene.

Ella gli aveva detto — son tua, tua per sempre — dunque colui portava

seco ogni cosa, tutto il suo tesoro, tutta la sua vita.

E Siro lo seguiva: come un ragazzo tien dietro a uno che gli tolga un

qualche prezioso balocco.

Lo seguiva, tramortito, sbalordito, senza pensare a nulla, senza sapere

il perchè.

Aveva una grande confusione nella testa, un profondo schianto nel cuore.

Sentiva una grande stanchezza, aveva le gambe rotte, barcollava — ma

camminava.

Camminava gemendo, esalando l’inconscio lamento della natura che

soffre, il lamento che mandano i malati quando sono fuori di sè stessi.

Il suo villaggio appariva dall’altra parte del Bisagno nel barlume

scialbo del crepuscolo; qualche rara finestra era illuminata. La

casetta del flebotomo, squallida, d’un grigio terroso sporco sporgeva

sull’altre. Dietro, l’aureola bianca e dorata di un’ora innanzi s’era

cambiata in un nuvolone scuro, in un nero cumulo che pareva volesse

schiacciarla.

Sotto, i pietroni del fiume avevano l’aspetto di ossami in una fossa di

cimitero.

In fondo, verso San Francesco, una fila di lumi che parevano torcie di

sepoltura.

Siro ripassò davanti a Porta Pila.

Lo sconosciuto proseguì ancora verso il Rubado, ma repentinamente piegò

a sinistra, varcò il fiume sul ponte di Santa Zita, e prese la strada

di San Pietro alla Foce. Rasentò il cantiere, passò davanti il casotto

della dogana.

Siro conosceva il comandante della stazione; una volta veniva spesso

alla sera a giuocare la partita a tarocchi e facevano insieme un gran

sparlar delle donne e del matrimonio; — egli fu lì lì per cedere

all’abitudine e svoltar nella porta.

Ma rivide quell’altro, dimenticò ogni altra cosa.

Attraversarono il sobborgo della Foce.

Era oramai notte fatta.

Degli usci aperti apparivano nei casolari le placide faccende della

cena.

Candaule · 第 27 / 41 题