XVI.

La baronessa confessò al medico tutte le proprie ripugnanze; ella sola

sapeva che Zaverio, guarito, correva un pericolo grave almeno quanto

la sua pazzia. Aggiunse che s’era indotta a dirgli tutto, solo perchè

Zaverio stava fuori del territorio italiano. Ella ignorava i trattati

di estradizione.

L’amore aguzzava la diffidenza meridionale che trapelava dai suoi

sguardi profondi, dai suoi gesti, da tutto fuorchè delle sue parole, a

cui la volontà imponeva un’intera schiettezza.

Il dottore non se ne adontò: era troppo commosso dei patimenti di lei.

Quando ebbe finito il doloroso racconto egli le fe’ alcune rimostranze;

la esortò ad aversi riguardo.

Ella strinse le spalle in atto di noncuranza e disse:

— Guaritemi Zaverio.

Albeggiava; un barlume grigio, sbiadito, traspariva fra le nuvole

dense. Aveva ricominciato a piovere.

Vittoria si scosse, chiamò il servo ed uscì dicendo:

— Egli può chiedere di me, bisogna ch’io torni.

Un’ora dopo il dottore vide il canotto che riattraversava bravamente

il lago sotto l’imperversare della pioggia. La baronessa e Gabriele

parevano due fantasmi impassibili alle fatiche e alla molestie di

questo mondo.

Il dottore decise di approfittare della crisi acuta della malattia;

ogni speranza di guarigione stava lì.

Affrontò la follia di Zaverio, contrariandola; parlandogli e

facendogli parlare il linguaggio della realtà: discorrendogli del

barone, dicendogliene un gran male e cercando di persuaderlo che,

coll’ucciderlo, egli non aveva fatto che il proprio diritto.

Zaverio dapprima, tutto assorto nelle proprie fantasie, non capiva;

poi s’irritò, diede in escandescenze, disse che Candaule gli aveva

messo ai fianchi una spia per trarlo in agguato, ma che egli li avrebbe

ammazzati entrambi. Non appena vedeva il dottore se gli scagliava

addosso e ci voleva tutta la forza di Gabriele a contenerlo.

Le due donne non volevano se gli usasse violenza.

Appena udivano le sue grida accorrevano furibonde e bisognava lasciarlo

stare.

Il medico cambiò tattica; provò a togliergli dappresso ogni causa

d’eccitamento nervoso, e lasciargli nel silenzio e nella solitudine

ottenebrare i fantasmi della sua fissazione.

Chiese a Vittoria un grande sagrificio: l’indusse ad uscir di casa e a

pigliar dimora in una casetta vicina e a rimanerci per qualche giorno

senza vederlo.

Difatti Zaverio si calmò, ricadde nella torpida malinconia dei primi

tempi; poco a poco dimenticò re Candaule e il suo ministro.

Donna Elvira che non conosceva il male ne fu felicissima e riprese le

sue prime illusioni.

Il medico non osava disingannarla: ma egli notava con dolore che il

povero Zaverio precipitava alla demenza insanabile.

Bisogna fermarlo sull’orlo dell’abisso ove l’intelletto umano affonda

irreparabilmente.

Scuoterlo, stimolarlo nel suo amore.

La duchessa se ne dispiacque: aveva sperato, di separarlo dalla

baronessa; il dottore dovette parlarle chiaro, dirle tutto, dirle che

quella donna era l’unico filo che legasse il suo figliuolo alla vita.

Ella entrò in una gran collera, maledisse Vittoria, imprecò a lui,

accusandolo di essersi inteso con lei ai suoi danni. Per un po’ il

medico temette che impazzisse davvero anch’essa. Ma donna Elvira si

quetò finalmente; l’amore materno riprese ancora in lei il predominio

sull’altre passioni: ella lasciò cadere le braccia e con una dignitosa

rassegnazione disse:

— Fatela dunque venire.

Però il medico non richiamò allora in casa la baronessa: cominciò a

farle scrivere a Zaverio; Gabriele e Concetta ricapitavano le lettere e

le ambasciate.

Il sentimento di Zaverio si risvegliò: egli accoglieva i servi con

una viva diffidenza, non parlava quasi in loro presenza; qualche

volta chiedeva notizie del barone. Da solo nominava, piangendo, donna

Vittoria, delirava chiamandola con tenerezza.

Il medico s’era fatto insegnare dai servi il linguaggio del barone di

Ruoppolo e gli parlava a quel modo con tanta abilità che a poco a poco

Zaverio, piuttosto rispondendo al fantasma della sua mente che a lui,

lo pigliava per quello davvero.

Finalmente egli tentò un colpo decisivo.

Una sera mandò Gabriele ad invitarlo a venire dalla baronessa come

quella notte fatale onde derivava la sua pazzia.

Il servo con grande precauzione condusse Zaverio per il lago alla

casetta dove abitava donna Vittoria.

Quivi ella lo ricevette in una camera che, per consiglio del medico,

aveva arredata pressapoco come quella del barone a Mergellina.

Il dottore assistè, nascosto dietro una portiera, al loro colloquio.

Era convenuto che donna Vittoria lo secondasse e ripetesse la scena

terribile di tre anni prima.

La povera donna dovette, con che martirio si può pensare, riprendere

il suo cipiglio altero, sprezzante d’una volta, maltrattar lui ch’ella

adorava disperatamente, frugare nel proprio cuore straziato per

cercarvi i ricordi delle proprie pene e strapparli ad uno ad uno.

Ella ebbe la forza di far tuttociò e con tanta bravura che Zaverio

dapprincipio s’illuse perfettamente. Egli fu come allora, docile,

umile, afflitto e innamorato.

Appena si fosse rivoltato, donna Vittoria doveva cedere, buttarsegli

fra le braccia, manifestargli il proprio amore, inebbriarlo di

tenerezza.

In pari tempo il dottore, ch’egli scambiava per il barone, si sarebbe

mostrato e avrebbe finto di ammazzarsi.

Speravano che la diversa catastrofe avrebbe dato un nuovo corso ai

pensieri di Zaverio, e dissipati i suoi rimorsi: questo mezzo doveva

servir loro di mezzo per fargli superare d’un balzo l’abisso che era

venuto ad interrompere la sua vita intellettuale.

Ma, ad un tratto, Zaverio mutò: invece di ribellarsi, s’intenerì, si

gittò ai piedi di donna Vittoria, e la supplicò di non spingerlo al

delitto: si rotolò sul tappeto gridando angosciosamente:

— Voi siete il mio mal genio e io vi amo, abbiate pietà di me....

abbiate pietà.

Ciò non era previsto.

Donna Vittoria, smarrita, straziata, non sapeva che fare: cercava

invano un consiglio.

Allora il dottore affrettò la simulazione del suicidio; sparò la

pistola e si lasciò cadere sul limitare del salotto.

Zaverio balzò in piedi esterrefatto, un tremito convulso gli squassava

la persona.

Un lampo d’intelligenza gli balenò negli occhi.

Egli si appressò vivamente al dottore che giaceva immobile a terra,

lo guardò attentamente un gran pezzo; si passò la mano sulla fronte

come per raccogliere i suoi pensieri, poi, tentennando il capo, disse

lentamente:

— Non è lui, non è lui quello che ho ucciso io.

Vittoria gli gettò le braccia al collo singhiozzando.

Egli la respinse e si allontanò dà lei.

Un’altra persona era entrata: donna Elvira che era venuta dietro al

figlio ed aveva assistito alla scena dolorosa.

Ella si fe’ innanzi. E Zaverio le corse incontro, e le si abbandonò sul

seno, gridando:

— Mamma, mamma!

Erano tre anni ch’egli non la ravvisava più.

La povera donna fu per morirne dalla gioia: lo strinse, lo baciò

furiosa, lo levò di peso, se lo portò via di là con uno sforzo

sovrumano fino alla vicina sua casa.

Il medico e Vittoria la seguirono; ella lasciò entrare il medico ma

cacciò la baronessa gridando:

— Scellerata, vuoi uccidermelo, non t’ha detto che sei il suo mal genio!

Zaverio era svenuto. Mentre il medico gli prestava le cure dell’arte

sua, la madre s’inginocchiò al capezzale, pregando, aspettando ch’egli

si riavesse.

Ma appena egli ricuperò i sensi chiese di donna Vittoria.

La povera duchessa ebbe un bel chiamarlo per nome e coprirlo di

carezze: egli non la riconobbe più.

Dovette permettere, per calmarlo, che l’odiata baronessa ritornasse e

riprendesse dominio sulla sua creatura.

Quando donna Vittoria comparve pallida come un cadavere, egli si quetò,

le prese le mani in silenzio, se la tirò sul petto e la tenne così

abbracciata un gran pezzo.

Poi, subitamente, si scosse, ridiventò inquieto e volle alzarsi.

— Vieni, andiamo, le disse.

Ella pendeva dalle sue labbra, un filo di speranza le rimaneva.

— Che tuo marito non ci trovi più, mormorò a bassa voce Zaverio,

andiamo.

La baronessa, presa da violentissima angoscia, vacillò un minuto; poi

il sentimento del proprio cómpito la sostenne.

Zaverio volle uscire; bisognò compiacerlo.

Lo menarono, facendogli fare altra strada, alla casa della baronessa.

Quivi, si addormentò fra le braccia di lei.

Ma l’indomani mattina ripetè la stessa scena.

Così nei dì seguenti; salvo le poche ore di riposo che gli imponeva la

stanchezza, egli voleva continuamente essere in viaggio per sfuggire

alle ricerche del barone che, diceva lui, l’inseguiva per riavere la

moglie.

Perciò lo condussero di albergo in albergo, da Lugano a Bellinzona, poi

a Vevey, a Ginevra.

Il dottore li seguì alcuni giorni: poi dovette confessare alle due

donne che l’opera sua era inutile; la crisi era oltrepassata ed aveva

esaurito l’ultima scintilla dell’intelligenza di Zaverio: — il quale

oramai si smarriva nella demenza caotica.

Le consigliò di viaggiare all’estero anche per rendere servizio a donna

Vittoria.

Egli tornò indietro.

Dopo due anni, in un paesello nei dintorni di Vienna, egli incontrò

ancora Zaverio e la baronessa. La duchessa era morta: la madre

infelicissima si era lasciata deperire; era spirata un giorno senza che

alcuno se ne accorgesse.

Donna Vittoria non era più che uno scheletro. Si capiva che non viveva

più che per la sua missione d’infermiera: che quando questa cura le

fosse mancata non avrebbe avuto altro che a distendersi nella fossa e

chiudere gli occhi: alla vita ell’era morta da un pezzo.

Zaverio s’era quetato. Era persuaso d’aver rapito la moglie al barone

e d’averlo sviato. — Solo, a mesi d’intervallo, per precauzione voleva

mutar dimora. Egli mulinava di divorziar donna Vittoria dal marito.

Cercava per questo un avvocato: vedeva avvocati in tutti gli uomini che

lo appressavano. — E la povera donna Vittoria, ella così altera del

proprio pudore, ella che aveva a questo sacrificato la propria pace e

la vita d’un uomo, oramai si rassegnava ad essere, da colui che ella

amava, riguardata come una moglie adultera: quale scadimento morale!

L’espiazione era terribilmente completa!

Zaverio disse al dottore:

— Voi siete avvocato e non sapete trovare un cavillo bono! presto,

andiamo, — il giudice mi aiuterà, l’ha promesso — poi anche Vittorio

Emanuele mi farà una buona sentenza. — Non ho bisogno che d’un

avvocato; volete difendermi bene? — Ecco un cappello da generale per

voi — e gli dava la sua berretta. — Avanti, presto, chiamano la causa,

andiamo in Tribunale.

Sul punto di salutarlo, donna Vittoria domandò:

— Dottore, non c’è più nulla, più nulla da fare?

Il medico non rispose, allargò le braccia.

La baronessa soggiunse:

— Se guarisce, verremo a trovarvi in Italia.

Ma ella non è venuta — e il medico non l’ha mai aspettata.

Candaule · 第 23 / 41 题