Il dottore seppe poi questo da Concetta.
Ma ciò ch’ella sola poteva dire era quel che aveva sofferto in quella
notte spaventevole che Zaverio, forsennato, rovesciandola sul pavimento
lubrico di sangue, era fuggito imprecandole; ella sola lo sapeva,
ella che non aperse mai bocca per lamentarsene. Non meno che la
rassegnazione l’aveva trattenuta l’orgoglio, umiliato, contrito ma non
spento.
Eppoi che contavano mai i suoi tormenti?
Ma da quella notte sentì d’essere legata all’uomo ch’ella aveva
incatenato alla propria vendetta: che era venuta la sua volta d’essere
dominata e sottomessa.
E la disgraziata, in quel momento, se ne compiacque.
La passione, respinta, trionfava di lei, entrava nel suo cuore coi
bagliori sanguigni di una catastrofe; ma l’inebbriava, vi recava un
tripudio immenso — e gli istinti della sua razza prepotente, tutte le
gaie ferocie degli antichi principi di Tizzano risuscitavano nel suo
sangue, si levavano all’invito del lugubre baccanale.
Ella era una donna animosa: capace di ogni estremo. La sua indole
poteva come un fiume svolgersi lenta, maestosa, uguale fra due rive
uniformi — e, ad un tratto, levarsi, irrompere, invadere, sommergere,
distruggere.
Poteva essere una matrona placida o una eroina da tragedia.
Le tristi formalità che seguirono alla morte del barone, la perizia,
il testimoniale, la sepoltura non la turbarono menomamente: ella
non pensava a quel cadavere altrimenti che come ad un ingombro che
le levavano di fra i piedi. Assaporava fieramente la riconquistata
libertà, il suo pudore vendicato e ne faceva omaggio all’uomo che
per lei aveva avuto il coraggio di ucciderne un altro. Esagerava, a
diletto, questa forza. Il suo animo di fiera aveva la superbia di
trovare un domatore che la valesse.
Tornò a Tizzano nel castello paterno, cupo e crollante ipogeo della
sua famiglia, e quivi aspettò che Zaverio venisse a reclamare l’alta
mercede del suo delitto ed ammassava gelosamente il proprio amore ed
esultava sentendolo crescere ogni giorno — voleva che fosse immenso
— riponeva tutto il suo orgoglio nel preparargli una devozione senza
limiti e senza confronti.
Ma, dopo un anno, Zaverio non era comparso.
Non era possibile che l’avesse scordata.
Fosse morto?
Quando questo sospetto le balenò in cuore ella non dormì, non quetò
più: non ebbe più pace, volle cercarlo, volle trovarlo e senza indugio.
Ripartì pel continente; venne a Reggio.
Quivi stentò a trovar notizie della povera famiglia Stigliano.
L’avevano dimenticata.
Finalmente un vecchio portinaio le disse che la duchessa viveva col
figlio in campagna.
Corse al luogo indicato: seppe, arrivando, che Zaverio era malato di
una malattia misteriosa e che sua madre non lo faceva vedere da nessuno.
La condussero ad un abituro appena decente. Là chiese invano d’essere
introdotta.
Non si disanimò per questo: andò a smontar ad un’osteria dei dintorni;
più tardi si ripresentò. Fu di nuovo respinta.
Allora sedette sopra un banco di tufo accanto alla porta, risoluta di
non muoversi di là finchè non la facessero entrare.
Spirava un vento freddo e gagliardo che le gettava nel viso delle
folate di polvere: ella rabbrividiva, non s’accorgeva di nulla.
La sua persistenza sortì l’effetto.
Finalmente la porta si riaperse, ricomparve la vecchia che per due
volte le aveva rifiutato l’ingresso e stavolta le fe’ segno d’entrare.
Una vecchia signora, nella quale Vittoria riconobbe subito la madre di
Zaverio, la ricevette in un tinello a terreno; non le disse di sedere,
la lasciò appena varcar la soglia, le chiese bruscamente il suo nome.
Donna Vittoria glielo disse.
— Insomma che volete? domandò la duchessa con subito cipiglio.
— Parlare al duca.
— Non si può: mio figlio è malato.
— Gravemente?
Donna Elvira chinò il capo sopraffatta da una immensa amarezza.
— Oh mio Dio! mormorò Vittoria.
— Potete dire a me quel che avete a dire.
— Non ho nulla da dire.
— Dunque!
Aspettò inutilmente una spiegazione.
— Lasciate che io lo vegga, disse poi Vittoria.
— Perchè?
— Bisogna che io lo vegga, è necessario.
L’ansietà traspariva dal tremito di tutta la sua persona.
La duchessa la squadrava con diffidenza.
— Non serve; egli non conosce nessuno.
Vittoria impallidì spaventosamente e ripetè:
— Dio! Dio!
La duchessa osservava il suo turbamento. Ad un tratto parve prendere
una risoluzione.
— Venite, le disse, voi lo vedrete.
E la condusse in una cameretta in fondo al piccolo appartamento
terreno. La casa non aveva che un piano.
Sulla soglia Vittoria dovette fermarsi; si appoggiò allo stipite per
non cadere; il sangue le affluiva al volto, le injettava gli occhi.
Si sentì mancar le gambe di sotto e diacciar in tutta la persona.
Ma a poco a poco la volontà riprese il suo impero: ella ebbe finalmente
il coraggio di spingere uno sguardo innanzi a sè.
Vide una cosa orribile. Zaverio, macilento, smorto come un cadavere,
irreconoscibile per lei, immobile, cogli occhi vitrei fissi alla
finestra dove moriva il crepuscolo: le sue labbra si agitavano senza
che ne uscisse alcun suono.
Donna Elvira gli s’era appressata e lo carezzava passandogli la mano
sulla fronte sguarnita di capelli.
L’infermo non diè segno d’intelligenza.
Allora Vittoria, presa da subita passione, corse a lui, gli si buttò ai
piedi gridando:
— Zaverio! Zaverio!
Quell’ombra d’uomo si scosse, spalancò gli occhi, le sue labbra bianche
e tremanti balbettarono fievolmente:
— Baronessa!
Vittoria ebbe un lampo di gioia insperata, ineffabile:
— No, così! essa gridò. Vittoria! Vittoria!
Zaverio tese ambe le braccia e si lasciò cadere su lei, che ebbe la
forza di sostenerlo: le loro fronti si urtarono, i loro volti rimasero
l’uno contro l’altro.
Un tremito convulso agitò le membra del giovane; egli ripetè con un
filo di voce:
— Vittoria.... Vittoria....
Poi lo sforzo si allentò; egli ricadde nel seggiolone, spossato,
affranto.
Donna Elvira prese pel braccio la baronessa, la tirò fuori della camera
e con grande violenza le disse:
— Voi siete dunque colei che me l’ha così ridotto!
E senza darle tempo a rispondere, le gridava:
— Uscite!... uscite!...
Vittoria chinò la testa e mosse, macchinalmente, verso la porta.
Ma là si volse e ritornò indietro.
— Oh lasciatemi, disse supplichevole, con lui, presso a lui; egli mi ha
riconosciuta, chiederà di me.... Se le mie cure potessero giovargli?
Per la prima volta in vita sua diventava umile.
— Non vi darò punto disturbo, ve lo prometto, sarò docile, vi rileverò
nelle veglie, al suo capezzale, quando riposerete; quando vorrete io
uscirò, vi obbedirò in tutto; ma lasciatemi accanto a lui.... qualche
minuto del giorno.... non vi chiedo che questo e vi offro la mia
vita.... Accettatela.... almeno per lui.
La duchessa non poteva parlare: una collera terribile l’opprimeva; ma
coll’occhio sfavillante d’odio, col gesto convulso la spingeva fuori.
E Vittoria dovette uscire.
Si ritirò nella sua cameruccia d’osteria, agonizzante d’angoscia, col
sentimento di non poter vivere che per Zaverio e con lui, — e tanto
violento ch’ella venne a formare il disegno di strapparlo a sua madre.
Poi, nell’immenso suo cordoglio, sorgeva una speranza ardente: —
ch’egli la cercasse, che egli la volesse.
Il desiderio si mutava mano mano in visione; udiva la voce di Zaverio
chiamarla e quella della madre che lo garriva e ricusava di compiacerlo.
E Vittoria chiedeva ad alta voce:
— Ma perchè?
Sentendo che qualcuno s’appressava, ella balzò ad aprire dicendo:
— Eccomi.
Diffatti venivano a cercarla da parte della duchessa.
Zaverio era stato preso da delirio; la chiamava, voleva uscire.
Il suo spirito risaliva ad un tratto, dalla cupa e taciturna tetraggine
ove da un anno affondava, alle torture più acute della passione:
risuscitava intero, non nella coscienza, bensì nel desiderio.
Quando Vittoria entrò da lui l’infelice le tese le braccia.
Ella vi si gettò, si abbandonò coraggiosamente, sorridendo, alla
stretta di quel maniaco furioso che le fece scricchiolar l’ossa e
l’avrebbe soffocata se i muscoli affranti, disfatti, avessero avuto
ancora tanto vigore da reggere oltre all’impeto impulsivo di un minuto.
Subito egli si accasciò: i suoi occhi stralunati, rotearono,
s’infossarono nelle occhiaie livide e cave e alla vampa fugace del
volto sottentrò un pallore cadaverico.
Vittoria tremò che spirasse in quel punto: ritta in piedi, attonita lo
guardava, non osava toccarlo e inconsciamente mormorava:
— Gesù!... Gesù!...
Ma Zaverio rinvenne: la passione, capace di uccidere un cuore presente
a sentirla, si ammortì nella sua densa melensaggine.
Per più ore Vittoria stette al suo fianco, immobile, senza dir motto.
Ed egli non si accorse più di lei.
Poi si addormentò profondamente e non si risvegliò che il giorno dopo.
La madre non assistè a quella scena: un’acuta gelosia veniva ad
aggiungersi alle sue pene.
Appena Zaverio fu assopito entrò e fe’ cenno a Vittoria d’uscire.
Ella non oppose resistenza; soltanto disse:
— Se mi lasciaste passar la notte qui nella stanza vicina?... Se mi
volesse, io sentirei.
Donna Elvira acconsentì.
Vittoria da quel momento non lasciò più Zaverio.
L’indomani egli la ravvisò di nuovo e le disse qualche parola timida e
riguardosa, come nei primi giorni della loro conoscenza.
Egli s’immaginava d’essere venuto a visitarla in casa sua, come allora
usava fare.
Di tratto in tratto si guardava intorno; pareva un po’ stupito.
Nei dì seguenti fu più sereno: discorreva ad intervalli; la chiamava
baronessa.
Vittoria sperò di guarirlo: e un giorno, nella gioia di questa
illusione, fu sublime di tenerezza.
Gli si buttò ai piedi, gli baciò le mani furiosa, e gli gridò:
— Son tua, son tua!
Ma egli si turbò forte; pareva per un momento che un qualche pauroso
ricordo balenasse nel suo spirito, un grande sgomento gli stringesse il
cuore.
— È troppo presto, pensò Vittoria.
E impose freno alla propria passione; per una settimana si mantenne
tranquilla e riguardosa, secondandolo con prudenza. Quando lo sforzo le
diventava troppo grave usciva dalla camera.
Zaverio la salutava e le diceva:
— Buon giorno, baronessa.
Una sera — egli era stato più espansivo del solito — Vittoria, non
potendo contenersi, s’alzò, ed egli, con rincrescimento, le domandò:
— Mi mandate via? Oh rimanete qui; vi voglio tanto bene!
Vittoria non resse più.
— E anch’io t’amo, sclamò delirante d’amore, e resteremo sempre
insieme, sempre, sempre, se tu vuoi io sarò la tua donna.
— La mia donna! sclamò Zaverio sbarrando gli occhi.
Essa gli buttò le braccia al collo; allora egli la respinse.
— La mia donna? ripetè atterrito, e il barone?
A Vittoria questo nome diede un tuffo nel sangue.
Zaverio ebbe un accesso di frenesia che durò parecchie ore.
Ella fu più cauta in seguito.
La mente di Zaverio, arretrandosi davanti all’omicidio da lui commesso,
s’era rifiutata di conoscerlo. La sua vita morale era stata sbarrata a
quel punto da un orrore insuperabile — di cui aveva smarrito le cause,
ma che sussisteva intero negli effetti.
Bastava il più piccolo tentativo di spingerlo oltre quella cerchia che
l’istinto s’era fatta, perchè egli si turbasse e ricalcitrasse.
Vittoria fu costretta a pesare tutte le parole, a secondarlo in tutte
le illusioni che erano per lui un mezzo necessario, a vivere con lui in
un mondo di fantasmi divenuto per lui il solo mondo reale possibile.
E com’era sottilmente permaloso e sofistico! com’egli sconcertava tutte
le frodi pietose per tirarlo di là!
Per lui ell’era tuttavia la moglie del barone e viveva in casa propria
dov’egli veniva solo a trovarla.
Spesso interrompeva il discorso, s’alzava, la salutava, si guardava
intorno cercando il cappello: voleva uscire: e guai a contraddirlo!
Allora accorreva la madre e, con infinite precauzioni, si adoperava a
trattenerlo.
Dapprima obbediva, ma colla sommessione forzata e gonfia di ribellione
del carcerato che cede alla volontà del suo guardiano; ne rimaneva
sbalordito, amareggiato, intrattabile per tutta la giornata.
Ma finalmente bisognò lasciarlo uscire e fargli tener dietro finchè,
smarrito e stanco, si lasciasse ricondurre in casa.
Allora se la pigliava colle autorità che rimutano le strade per dar
noia ai cittadini.
Il suo torpore era dileguato. Le sue turbolenze, sempre più frequenti e
violente, rendevano malagevole la vigilanza. Il chiuderlo in camera lo
irritava; dava in ismanie, scoteva gli usci e le imposte gettando grida
furiose. Bisognava tenerlo d’occhio, ma senza farsi troppo scorgere,
per non risvegliare le sue insensate ma accorte diffidenze e i suoi
vaneggiamenti.
Le due donne vivevano in continue apprensioni: talvolta, la notte,
s’incontravano esterrefatte alla porta di Zaverio.
La disgrazia, con tanto pudore dissimulata da donna Elvira, cominciava
a trapelare in paese. La gente, quando il povero pazzo usciva, si
fermava a guardarlo. Poi la presenza della forestiera destava molte
curiosità e molte ciarle.
Vittoria propose alla duchessa di lasciare la Calabria e addusse per
ragione la necessità di consultare qualche specialità per Zaverio, la
cui pazzia, spiegatasi ad un tratto all’arrivo di lei, era fino allora
stata dalla tenerezza materna scambiata per un languore ipocondriaco o
una tetraggine d’epate, come l’aveva definita, per errore o per pietà,
il vecchio medico di Reggio, che, solo, lo aveva visitato.
Ella voleva condurlo all’estero, in Inghilterra, magari più lontano,
agli Stati Uniti, per sottrarlo ad ogni sospetto o almeno ad ogni
pericolo.
L’erede dell’orgogliosa casa di Tizzano, finchè non si trattava che di
lei, non aveva pensato un minuto alla volgarità tutta borghese di una
procedura penale, di cui ignorava affatto il congegno giuridico; — ma
la devozione per Zaverio l’aveva resa prudente.
Donna Elvira accondiscese ma alla condizione d’interrogare prima
qualcuna delle notabilità alieniste d’Italia. Questo viaggio
all’estero, di cui ella non conosceva la necessità, le ripugnava: ella
temeva di trovarsi, per l’età e la povertà sua, soggetta alla giovine e
ricca baronessa.
La sua gelosia osteggiava il disegno di Vittoria, di cui ignorava i
segreti motivi; e ne diffidava.
Però partirono in fretta e non menarono seco altri servi che Gabriele e
Concetta.
Vennero a Firenze, allora capitale del regno, e presero a pigione un
solitario villino sul colle di Fiesole che aveva un padiglione unito
al corpo principale da un lungo viale, disposizione che rispondeva
mirabilmente alle fantasie di Zaverio. Ci dormiva la baronessa quando
dormiva, e, di giorno, correva a ricevervi il povero infermo quando gli
saltava il ticchio di recarsi a visitarla.
Non era scemata la necessità di queste precauzioni; ne dipendeva la
pace di Zaverio.
Così, rimosse tutte le cause di turbamento, egli era quasi sereno. La
sua salute rifioriva; egli si abbandonava alla insolita dolcezza di
quella vita, di cui l’ottuso intelletto non scorgeva la trama dolorosa:
le ansietà e le torture della madre, i pietosi raggiri e il martirio
travaglioso della baronessa.
Vittoria era riuscita mano mano a condurlo, colla sagace accortezza
della donna innamorata, ad una intimità soave ed uguale che riuniva
alle tenerezze dell’amore la placidezza dell’amicizia. Sapeva
rassicurarlo e, ardente di passione, prodigandogli tutte le sue
carezze, risparmiargli le emozioni troppo profonde.
Una volta le chiese del barone; gli rispose che era in viaggio; poi
domandò s’era tornato, gli rispose di no — ed egli non ne parlò più.
I suoi sensi s’accontentavano di questa situazione, e la sua coscienza
ottenebrata non ne vedeva l’irregolarità.
Tuttavia Vittoria voleva guarirlo: non la piegavano i disinganni
continui e crescenti, non la sgomentavano le conseguenze che pure le si
affacciavano spesso terribili alla mente — le affrontava animosa.
— Se Zaverio, ricuperato l’intelletto, la ributtasse inorridito
come quella tal sera? Se le pestasse il cuore, come allora le aveva
calpestata la persona? Che importa? era pronta, a questo, a tutto.
Purchè guarisse, purchè guarisse!
Ma, pur troppo, non c’era il menomo segno di guarigione: anzi il
suo organismo si piegava a quel nuovo stato: vi prendeva un nuovo
equilibrio: la pazzia inclinava alla demenza.
Vittoria non voleva riconoscere questo.
Ma lo sentiva chiaramente la madre e le dava una disperazione violenta,
un furore indicibile.
Zaverio non l’aveva più riconosciuta; se mentr’egli parlava con
Vittoria, ella entrava, si fermava di botto e chiedeva piano:
— Chi è? manda via, manda via.
L’infelicissima madre, colla cieca ingiustizia dei sentimenti profondi,
accusava Vittoria di rubarle suo figlio e l’odiava per la sua influenza
malefica e l’abborriva perchè doveva sopportarla.
Aveva degli accessi di collera terribili. Si provava talvolta
d’interporsi fra loro due — era costretta sempre a cedergli il posto.
Zaverio chiamava sempre Vittoria — solo Vittoria.
Donna Elvira sfogava sovr’essa il suo rancore con violente rampogne,
con invettive nelle quali il suo linguaggio trascendeva a volgarità
incredibili.
E Vittoria tollerava tutto.
La duchessa la teneva nè più nè meno che come un farmaco necessario:
che si piglia con disgusto e si butta il soverchio.
— Egli non ha bisogno di voi, le diceva duramente tutte le volte che
Zaverio dormiva e Vittoria indugiava un poco nella sua camera.
Arrivò al punto di vietarle di entrare in casa: di toglierle il supremo
conforto di vegliarlo quando stava poco bene. Era troppo. Vittoria
poteva sopportar tutto, ma per lui, al suo fianco.
La povera donna passò delle notti intere in giardino, sulla soglia
della porta vietata, smaniando convulsa d’angoscia.
Finalmente si ribellò. Donna Elvira, diffidando dei servi devoti a
Vittoria, si rinchiudeva sola in casa la notte.
Una volta, Vittoria, che non aveva visto Zaverio in tutta la giornata
— fece scassinare la porta da Gabriele e penetrò nella camera
dell’infermo. Ma la madre accorse e le intimò di uscire.
Ella riprese tutto il suo orgoglio e rispose che non intendeva muoversi
di là, che non si staccherebbe mai più da Zaverio.
La madre, livida di collera, soggiunse:
— Ebbene, io condurrò meco Zaverio.
— Vi seguirò dovunque.
— Ricorrerò ai tribunali, vi farò rinchiudere come un essere malefico
qual siete. Che diritto avete voi su Zaverio? io sono sua madre: voi
chi siete?
Vittoria capì che la madre aveva dalla sua la legge: allibì, si umiliò,
cedette anche allora, le promise tutto ciò che volle.
E mantenne la parola: fu magnanima nella sommessione come nel resto.
E d’allora in poi l’astio della duchessa non ebbe più freno: la
strapazzò a suo talento. Le buttava sul viso le ingiurie più atroci,
più ingiuste. La tormentava con le più crudeli diffidenze.
Vittoria aveva ormai da fare con due pazzi, e le pene che le dava
Zaverio erano ancora le sue consolazioni. Quel cuore valoroso non aveva
per schermirsi dall’odio implacabile che un corsaletto di spine.
Ella però le adorava queste spine: nell’ore di stanchezza, quando la
sua volontà piegava un momento sotto il fardello della fatica, si
addormentava sul margine della scabrosa _viacrucis_, ella sognava
l’amore, se lo vedeva appressare timido e sommesso come a Mergellina e
si abbandonava fra le sue braccia.
Al progetto di andare all’estero aveva dovuto rinunziare. E quasi non
le pareva più necessario. Zaverio era tanto discreto; non parlava che
con lei. I medici che in quel torno lo videro, non potendone cavare
alcun costrutto, avevano raccomandato la calma; e sì che egli era fin
troppo calmo!
La sua vita era un cielo caliginoso con qualche squarcio d’azzurro.
Ma un caso vi rimenò il temporale.
Un processo clamoroso diffuse per tutta Italia i nomi di due illustri
alienisti lombardi.
La duchessa volle consultarli.
E perciò erano venuti a Milano dove presero un quartierino sul Corso.
Dei due medici che cercavano uno era malato, l’altro fuori, a Lugano.
Donna Elvira risolvette d’aspettare.
Zaverio era sempre tranquillo, usciva, seguito da Gabriele, solo o con
Vittoria.
Abitavano sopra la Galleria vecchia, rimpetto alla bottega del Dotti.
Zaverio, ogni volta che passava, si fermava a contemplare — con
infantile curiosità, le stampe nella vetrina.
Una di esse lo colpì. Era una incisione delle più note: la riproduzione
del quadro famoso di Gerôme _Re Candaule_. Il grande artista francese
ha saputo rappresentare in un punto tutta la sanguinosa tragedia: far
capire la stolida vanità del Re lidio che espone la moglie nuda alla
curiosità del suo ministro Gige, e la paurosa concupiscenza di questo,
e lo sdegno feroce della donna offesa che medita di servirsi, pella
vendetta, dell’uomo stesso ch’era stato strumento all’oltraggio.
Zaverio aveva visto altra volta quel disegno, ne conosceva l’argomento:
più volte gli si era affacciato alla mente nei giorni che avevano
preceduto la catastrofe di Mergellina. Allora l’analogia di quella
storia col suo caso lo spaventava; ora, rivedendolo, parve ridestarsi
in lui il sopito ricordo di ciò ch’era seguito.
Rientrò in casa agitatissimo. Chiese di Vittoria. Ella accorse; ma la
sua presenza non valse a quetarlo.
— Baronessa, le domandò, dov’è vostro marito?
Una disperazione tanto violenta traspariva dai suoi sguardi che
Vittoria ebbe paura di aver ottenuta ad un tratto quella guarigione che
sospirava da tanto tempo.
L’indomani Zaverio riuscì ad eludere la loro vigilanza, corse alla
vetrina del Dotti, si piantò innanzi all’immagine funesta e svenne
gettando grida insensate.
Da quel momento egli aveva confuso la propria storia con quella di Gige
e Candaule, egli si credette Gige, ma prima del delitto quando lotta
fra la devozione per il suo Re, la minaccia della regina per indurlo al
regicidio e la lusinga di ottenere in premio del delitto il trono e il
possesso della donna bellissima.
Era una nuova pazzia che scoppiava entro la prima.
Donna Elvira lo condusse allora a Lugano, dove seppe che il dottore
ch’essa cercava era al Belvedere. Volle assolutamente consultarlo e
perciò l’aveva mandato a cercare.