XV.

Il dottore seppe poi questo da Concetta.

Ma ciò ch’ella sola poteva dire era quel che aveva sofferto in quella

notte spaventevole che Zaverio, forsennato, rovesciandola sul pavimento

lubrico di sangue, era fuggito imprecandole; ella sola lo sapeva,

ella che non aperse mai bocca per lamentarsene. Non meno che la

rassegnazione l’aveva trattenuta l’orgoglio, umiliato, contrito ma non

spento.

Eppoi che contavano mai i suoi tormenti?

Ma da quella notte sentì d’essere legata all’uomo ch’ella aveva

incatenato alla propria vendetta: che era venuta la sua volta d’essere

dominata e sottomessa.

E la disgraziata, in quel momento, se ne compiacque.

La passione, respinta, trionfava di lei, entrava nel suo cuore coi

bagliori sanguigni di una catastrofe; ma l’inebbriava, vi recava un

tripudio immenso — e gli istinti della sua razza prepotente, tutte le

gaie ferocie degli antichi principi di Tizzano risuscitavano nel suo

sangue, si levavano all’invito del lugubre baccanale.

Ella era una donna animosa: capace di ogni estremo. La sua indole

poteva come un fiume svolgersi lenta, maestosa, uguale fra due rive

uniformi — e, ad un tratto, levarsi, irrompere, invadere, sommergere,

distruggere.

Poteva essere una matrona placida o una eroina da tragedia.

Le tristi formalità che seguirono alla morte del barone, la perizia,

il testimoniale, la sepoltura non la turbarono menomamente: ella

non pensava a quel cadavere altrimenti che come ad un ingombro che

le levavano di fra i piedi. Assaporava fieramente la riconquistata

libertà, il suo pudore vendicato e ne faceva omaggio all’uomo che

per lei aveva avuto il coraggio di ucciderne un altro. Esagerava, a

diletto, questa forza. Il suo animo di fiera aveva la superbia di

trovare un domatore che la valesse.

Tornò a Tizzano nel castello paterno, cupo e crollante ipogeo della

sua famiglia, e quivi aspettò che Zaverio venisse a reclamare l’alta

mercede del suo delitto ed ammassava gelosamente il proprio amore ed

esultava sentendolo crescere ogni giorno — voleva che fosse immenso

— riponeva tutto il suo orgoglio nel preparargli una devozione senza

limiti e senza confronti.

Ma, dopo un anno, Zaverio non era comparso.

Non era possibile che l’avesse scordata.

Fosse morto?

Quando questo sospetto le balenò in cuore ella non dormì, non quetò

più: non ebbe più pace, volle cercarlo, volle trovarlo e senza indugio.

Ripartì pel continente; venne a Reggio.

Quivi stentò a trovar notizie della povera famiglia Stigliano.

L’avevano dimenticata.

Finalmente un vecchio portinaio le disse che la duchessa viveva col

figlio in campagna.

Corse al luogo indicato: seppe, arrivando, che Zaverio era malato di

una malattia misteriosa e che sua madre non lo faceva vedere da nessuno.

La condussero ad un abituro appena decente. Là chiese invano d’essere

introdotta.

Non si disanimò per questo: andò a smontar ad un’osteria dei dintorni;

più tardi si ripresentò. Fu di nuovo respinta.

Allora sedette sopra un banco di tufo accanto alla porta, risoluta di

non muoversi di là finchè non la facessero entrare.

Spirava un vento freddo e gagliardo che le gettava nel viso delle

folate di polvere: ella rabbrividiva, non s’accorgeva di nulla.

La sua persistenza sortì l’effetto.

Finalmente la porta si riaperse, ricomparve la vecchia che per due

volte le aveva rifiutato l’ingresso e stavolta le fe’ segno d’entrare.

Una vecchia signora, nella quale Vittoria riconobbe subito la madre di

Zaverio, la ricevette in un tinello a terreno; non le disse di sedere,

la lasciò appena varcar la soglia, le chiese bruscamente il suo nome.

Donna Vittoria glielo disse.

— Insomma che volete? domandò la duchessa con subito cipiglio.

— Parlare al duca.

— Non si può: mio figlio è malato.

— Gravemente?

Donna Elvira chinò il capo sopraffatta da una immensa amarezza.

— Oh mio Dio! mormorò Vittoria.

— Potete dire a me quel che avete a dire.

— Non ho nulla da dire.

— Dunque!

Aspettò inutilmente una spiegazione.

— Lasciate che io lo vegga, disse poi Vittoria.

— Perchè?

— Bisogna che io lo vegga, è necessario.

L’ansietà traspariva dal tremito di tutta la sua persona.

La duchessa la squadrava con diffidenza.

— Non serve; egli non conosce nessuno.

Vittoria impallidì spaventosamente e ripetè:

— Dio! Dio!

La duchessa osservava il suo turbamento. Ad un tratto parve prendere

una risoluzione.

— Venite, le disse, voi lo vedrete.

E la condusse in una cameretta in fondo al piccolo appartamento

terreno. La casa non aveva che un piano.

Sulla soglia Vittoria dovette fermarsi; si appoggiò allo stipite per

non cadere; il sangue le affluiva al volto, le injettava gli occhi.

Si sentì mancar le gambe di sotto e diacciar in tutta la persona.

Ma a poco a poco la volontà riprese il suo impero: ella ebbe finalmente

il coraggio di spingere uno sguardo innanzi a sè.

Vide una cosa orribile. Zaverio, macilento, smorto come un cadavere,

irreconoscibile per lei, immobile, cogli occhi vitrei fissi alla

finestra dove moriva il crepuscolo: le sue labbra si agitavano senza

che ne uscisse alcun suono.

Donna Elvira gli s’era appressata e lo carezzava passandogli la mano

sulla fronte sguarnita di capelli.

L’infermo non diè segno d’intelligenza.

Allora Vittoria, presa da subita passione, corse a lui, gli si buttò ai

piedi gridando:

— Zaverio! Zaverio!

Quell’ombra d’uomo si scosse, spalancò gli occhi, le sue labbra bianche

e tremanti balbettarono fievolmente:

— Baronessa!

Vittoria ebbe un lampo di gioia insperata, ineffabile:

— No, così! essa gridò. Vittoria! Vittoria!

Zaverio tese ambe le braccia e si lasciò cadere su lei, che ebbe la

forza di sostenerlo: le loro fronti si urtarono, i loro volti rimasero

l’uno contro l’altro.

Un tremito convulso agitò le membra del giovane; egli ripetè con un

filo di voce:

— Vittoria.... Vittoria....

Poi lo sforzo si allentò; egli ricadde nel seggiolone, spossato,

affranto.

Donna Elvira prese pel braccio la baronessa, la tirò fuori della camera

e con grande violenza le disse:

— Voi siete dunque colei che me l’ha così ridotto!

E senza darle tempo a rispondere, le gridava:

— Uscite!... uscite!...

Vittoria chinò la testa e mosse, macchinalmente, verso la porta.

Ma là si volse e ritornò indietro.

— Oh lasciatemi, disse supplichevole, con lui, presso a lui; egli mi ha

riconosciuta, chiederà di me.... Se le mie cure potessero giovargli?

Per la prima volta in vita sua diventava umile.

— Non vi darò punto disturbo, ve lo prometto, sarò docile, vi rileverò

nelle veglie, al suo capezzale, quando riposerete; quando vorrete io

uscirò, vi obbedirò in tutto; ma lasciatemi accanto a lui.... qualche

minuto del giorno.... non vi chiedo che questo e vi offro la mia

vita.... Accettatela.... almeno per lui.

La duchessa non poteva parlare: una collera terribile l’opprimeva; ma

coll’occhio sfavillante d’odio, col gesto convulso la spingeva fuori.

E Vittoria dovette uscire.

Si ritirò nella sua cameruccia d’osteria, agonizzante d’angoscia, col

sentimento di non poter vivere che per Zaverio e con lui, — e tanto

violento ch’ella venne a formare il disegno di strapparlo a sua madre.

Poi, nell’immenso suo cordoglio, sorgeva una speranza ardente: —

ch’egli la cercasse, che egli la volesse.

Il desiderio si mutava mano mano in visione; udiva la voce di Zaverio

chiamarla e quella della madre che lo garriva e ricusava di compiacerlo.

E Vittoria chiedeva ad alta voce:

— Ma perchè?

Sentendo che qualcuno s’appressava, ella balzò ad aprire dicendo:

— Eccomi.

Diffatti venivano a cercarla da parte della duchessa.

Zaverio era stato preso da delirio; la chiamava, voleva uscire.

Il suo spirito risaliva ad un tratto, dalla cupa e taciturna tetraggine

ove da un anno affondava, alle torture più acute della passione:

risuscitava intero, non nella coscienza, bensì nel desiderio.

Quando Vittoria entrò da lui l’infelice le tese le braccia.

Ella vi si gettò, si abbandonò coraggiosamente, sorridendo, alla

stretta di quel maniaco furioso che le fece scricchiolar l’ossa e

l’avrebbe soffocata se i muscoli affranti, disfatti, avessero avuto

ancora tanto vigore da reggere oltre all’impeto impulsivo di un minuto.

Subito egli si accasciò: i suoi occhi stralunati, rotearono,

s’infossarono nelle occhiaie livide e cave e alla vampa fugace del

volto sottentrò un pallore cadaverico.

Vittoria tremò che spirasse in quel punto: ritta in piedi, attonita lo

guardava, non osava toccarlo e inconsciamente mormorava:

— Gesù!... Gesù!...

Ma Zaverio rinvenne: la passione, capace di uccidere un cuore presente

a sentirla, si ammortì nella sua densa melensaggine.

Per più ore Vittoria stette al suo fianco, immobile, senza dir motto.

Ed egli non si accorse più di lei.

Poi si addormentò profondamente e non si risvegliò che il giorno dopo.

La madre non assistè a quella scena: un’acuta gelosia veniva ad

aggiungersi alle sue pene.

Appena Zaverio fu assopito entrò e fe’ cenno a Vittoria d’uscire.

Ella non oppose resistenza; soltanto disse:

— Se mi lasciaste passar la notte qui nella stanza vicina?... Se mi

volesse, io sentirei.

Donna Elvira acconsentì.

Vittoria da quel momento non lasciò più Zaverio.

L’indomani egli la ravvisò di nuovo e le disse qualche parola timida e

riguardosa, come nei primi giorni della loro conoscenza.

Egli s’immaginava d’essere venuto a visitarla in casa sua, come allora

usava fare.

Di tratto in tratto si guardava intorno; pareva un po’ stupito.

Nei dì seguenti fu più sereno: discorreva ad intervalli; la chiamava

baronessa.

Vittoria sperò di guarirlo: e un giorno, nella gioia di questa

illusione, fu sublime di tenerezza.

Gli si buttò ai piedi, gli baciò le mani furiosa, e gli gridò:

— Son tua, son tua!

Ma egli si turbò forte; pareva per un momento che un qualche pauroso

ricordo balenasse nel suo spirito, un grande sgomento gli stringesse il

cuore.

— È troppo presto, pensò Vittoria.

E impose freno alla propria passione; per una settimana si mantenne

tranquilla e riguardosa, secondandolo con prudenza. Quando lo sforzo le

diventava troppo grave usciva dalla camera.

Zaverio la salutava e le diceva:

— Buon giorno, baronessa.

Una sera — egli era stato più espansivo del solito — Vittoria, non

potendo contenersi, s’alzò, ed egli, con rincrescimento, le domandò:

— Mi mandate via? Oh rimanete qui; vi voglio tanto bene!

Vittoria non resse più.

— E anch’io t’amo, sclamò delirante d’amore, e resteremo sempre

insieme, sempre, sempre, se tu vuoi io sarò la tua donna.

— La mia donna! sclamò Zaverio sbarrando gli occhi.

Essa gli buttò le braccia al collo; allora egli la respinse.

— La mia donna? ripetè atterrito, e il barone?

A Vittoria questo nome diede un tuffo nel sangue.

Zaverio ebbe un accesso di frenesia che durò parecchie ore.

Ella fu più cauta in seguito.

La mente di Zaverio, arretrandosi davanti all’omicidio da lui commesso,

s’era rifiutata di conoscerlo. La sua vita morale era stata sbarrata a

quel punto da un orrore insuperabile — di cui aveva smarrito le cause,

ma che sussisteva intero negli effetti.

Bastava il più piccolo tentativo di spingerlo oltre quella cerchia che

l’istinto s’era fatta, perchè egli si turbasse e ricalcitrasse.

Vittoria fu costretta a pesare tutte le parole, a secondarlo in tutte

le illusioni che erano per lui un mezzo necessario, a vivere con lui in

un mondo di fantasmi divenuto per lui il solo mondo reale possibile.

E com’era sottilmente permaloso e sofistico! com’egli sconcertava tutte

le frodi pietose per tirarlo di là!

Per lui ell’era tuttavia la moglie del barone e viveva in casa propria

dov’egli veniva solo a trovarla.

Spesso interrompeva il discorso, s’alzava, la salutava, si guardava

intorno cercando il cappello: voleva uscire: e guai a contraddirlo!

Allora accorreva la madre e, con infinite precauzioni, si adoperava a

trattenerlo.

Dapprima obbediva, ma colla sommessione forzata e gonfia di ribellione

del carcerato che cede alla volontà del suo guardiano; ne rimaneva

sbalordito, amareggiato, intrattabile per tutta la giornata.

Ma finalmente bisognò lasciarlo uscire e fargli tener dietro finchè,

smarrito e stanco, si lasciasse ricondurre in casa.

Allora se la pigliava colle autorità che rimutano le strade per dar

noia ai cittadini.

Il suo torpore era dileguato. Le sue turbolenze, sempre più frequenti e

violente, rendevano malagevole la vigilanza. Il chiuderlo in camera lo

irritava; dava in ismanie, scoteva gli usci e le imposte gettando grida

furiose. Bisognava tenerlo d’occhio, ma senza farsi troppo scorgere,

per non risvegliare le sue insensate ma accorte diffidenze e i suoi

vaneggiamenti.

Le due donne vivevano in continue apprensioni: talvolta, la notte,

s’incontravano esterrefatte alla porta di Zaverio.

La disgrazia, con tanto pudore dissimulata da donna Elvira, cominciava

a trapelare in paese. La gente, quando il povero pazzo usciva, si

fermava a guardarlo. Poi la presenza della forestiera destava molte

curiosità e molte ciarle.

Vittoria propose alla duchessa di lasciare la Calabria e addusse per

ragione la necessità di consultare qualche specialità per Zaverio, la

cui pazzia, spiegatasi ad un tratto all’arrivo di lei, era fino allora

stata dalla tenerezza materna scambiata per un languore ipocondriaco o

una tetraggine d’epate, come l’aveva definita, per errore o per pietà,

il vecchio medico di Reggio, che, solo, lo aveva visitato.

Ella voleva condurlo all’estero, in Inghilterra, magari più lontano,

agli Stati Uniti, per sottrarlo ad ogni sospetto o almeno ad ogni

pericolo.

L’erede dell’orgogliosa casa di Tizzano, finchè non si trattava che di

lei, non aveva pensato un minuto alla volgarità tutta borghese di una

procedura penale, di cui ignorava affatto il congegno giuridico; — ma

la devozione per Zaverio l’aveva resa prudente.

Donna Elvira accondiscese ma alla condizione d’interrogare prima

qualcuna delle notabilità alieniste d’Italia. Questo viaggio

all’estero, di cui ella non conosceva la necessità, le ripugnava: ella

temeva di trovarsi, per l’età e la povertà sua, soggetta alla giovine e

ricca baronessa.

La sua gelosia osteggiava il disegno di Vittoria, di cui ignorava i

segreti motivi; e ne diffidava.

Però partirono in fretta e non menarono seco altri servi che Gabriele e

Concetta.

Vennero a Firenze, allora capitale del regno, e presero a pigione un

solitario villino sul colle di Fiesole che aveva un padiglione unito

al corpo principale da un lungo viale, disposizione che rispondeva

mirabilmente alle fantasie di Zaverio. Ci dormiva la baronessa quando

dormiva, e, di giorno, correva a ricevervi il povero infermo quando gli

saltava il ticchio di recarsi a visitarla.

Non era scemata la necessità di queste precauzioni; ne dipendeva la

pace di Zaverio.

Così, rimosse tutte le cause di turbamento, egli era quasi sereno. La

sua salute rifioriva; egli si abbandonava alla insolita dolcezza di

quella vita, di cui l’ottuso intelletto non scorgeva la trama dolorosa:

le ansietà e le torture della madre, i pietosi raggiri e il martirio

travaglioso della baronessa.

Vittoria era riuscita mano mano a condurlo, colla sagace accortezza

della donna innamorata, ad una intimità soave ed uguale che riuniva

alle tenerezze dell’amore la placidezza dell’amicizia. Sapeva

rassicurarlo e, ardente di passione, prodigandogli tutte le sue

carezze, risparmiargli le emozioni troppo profonde.

Una volta le chiese del barone; gli rispose che era in viaggio; poi

domandò s’era tornato, gli rispose di no — ed egli non ne parlò più.

I suoi sensi s’accontentavano di questa situazione, e la sua coscienza

ottenebrata non ne vedeva l’irregolarità.

Tuttavia Vittoria voleva guarirlo: non la piegavano i disinganni

continui e crescenti, non la sgomentavano le conseguenze che pure le si

affacciavano spesso terribili alla mente — le affrontava animosa.

— Se Zaverio, ricuperato l’intelletto, la ributtasse inorridito

come quella tal sera? Se le pestasse il cuore, come allora le aveva

calpestata la persona? Che importa? era pronta, a questo, a tutto.

Purchè guarisse, purchè guarisse!

Ma, pur troppo, non c’era il menomo segno di guarigione: anzi il

suo organismo si piegava a quel nuovo stato: vi prendeva un nuovo

equilibrio: la pazzia inclinava alla demenza.

Vittoria non voleva riconoscere questo.

Ma lo sentiva chiaramente la madre e le dava una disperazione violenta,

un furore indicibile.

Zaverio non l’aveva più riconosciuta; se mentr’egli parlava con

Vittoria, ella entrava, si fermava di botto e chiedeva piano:

— Chi è? manda via, manda via.

L’infelicissima madre, colla cieca ingiustizia dei sentimenti profondi,

accusava Vittoria di rubarle suo figlio e l’odiava per la sua influenza

malefica e l’abborriva perchè doveva sopportarla.

Aveva degli accessi di collera terribili. Si provava talvolta

d’interporsi fra loro due — era costretta sempre a cedergli il posto.

Zaverio chiamava sempre Vittoria — solo Vittoria.

Donna Elvira sfogava sovr’essa il suo rancore con violente rampogne,

con invettive nelle quali il suo linguaggio trascendeva a volgarità

incredibili.

E Vittoria tollerava tutto.

La duchessa la teneva nè più nè meno che come un farmaco necessario:

che si piglia con disgusto e si butta il soverchio.

— Egli non ha bisogno di voi, le diceva duramente tutte le volte che

Zaverio dormiva e Vittoria indugiava un poco nella sua camera.

Arrivò al punto di vietarle di entrare in casa: di toglierle il supremo

conforto di vegliarlo quando stava poco bene. Era troppo. Vittoria

poteva sopportar tutto, ma per lui, al suo fianco.

La povera donna passò delle notti intere in giardino, sulla soglia

della porta vietata, smaniando convulsa d’angoscia.

Finalmente si ribellò. Donna Elvira, diffidando dei servi devoti a

Vittoria, si rinchiudeva sola in casa la notte.

Una volta, Vittoria, che non aveva visto Zaverio in tutta la giornata

— fece scassinare la porta da Gabriele e penetrò nella camera

dell’infermo. Ma la madre accorse e le intimò di uscire.

Ella riprese tutto il suo orgoglio e rispose che non intendeva muoversi

di là, che non si staccherebbe mai più da Zaverio.

La madre, livida di collera, soggiunse:

— Ebbene, io condurrò meco Zaverio.

— Vi seguirò dovunque.

— Ricorrerò ai tribunali, vi farò rinchiudere come un essere malefico

qual siete. Che diritto avete voi su Zaverio? io sono sua madre: voi

chi siete?

Vittoria capì che la madre aveva dalla sua la legge: allibì, si umiliò,

cedette anche allora, le promise tutto ciò che volle.

E mantenne la parola: fu magnanima nella sommessione come nel resto.

E d’allora in poi l’astio della duchessa non ebbe più freno: la

strapazzò a suo talento. Le buttava sul viso le ingiurie più atroci,

più ingiuste. La tormentava con le più crudeli diffidenze.

Vittoria aveva ormai da fare con due pazzi, e le pene che le dava

Zaverio erano ancora le sue consolazioni. Quel cuore valoroso non aveva

per schermirsi dall’odio implacabile che un corsaletto di spine.

Ella però le adorava queste spine: nell’ore di stanchezza, quando la

sua volontà piegava un momento sotto il fardello della fatica, si

addormentava sul margine della scabrosa _viacrucis_, ella sognava

l’amore, se lo vedeva appressare timido e sommesso come a Mergellina e

si abbandonava fra le sue braccia.

Al progetto di andare all’estero aveva dovuto rinunziare. E quasi non

le pareva più necessario. Zaverio era tanto discreto; non parlava che

con lei. I medici che in quel torno lo videro, non potendone cavare

alcun costrutto, avevano raccomandato la calma; e sì che egli era fin

troppo calmo!

La sua vita era un cielo caliginoso con qualche squarcio d’azzurro.

Ma un caso vi rimenò il temporale.

Un processo clamoroso diffuse per tutta Italia i nomi di due illustri

alienisti lombardi.

La duchessa volle consultarli.

E perciò erano venuti a Milano dove presero un quartierino sul Corso.

Dei due medici che cercavano uno era malato, l’altro fuori, a Lugano.

Donna Elvira risolvette d’aspettare.

Zaverio era sempre tranquillo, usciva, seguito da Gabriele, solo o con

Vittoria.

Abitavano sopra la Galleria vecchia, rimpetto alla bottega del Dotti.

Zaverio, ogni volta che passava, si fermava a contemplare — con

infantile curiosità, le stampe nella vetrina.

Una di esse lo colpì. Era una incisione delle più note: la riproduzione

del quadro famoso di Gerôme _Re Candaule_. Il grande artista francese

ha saputo rappresentare in un punto tutta la sanguinosa tragedia: far

capire la stolida vanità del Re lidio che espone la moglie nuda alla

curiosità del suo ministro Gige, e la paurosa concupiscenza di questo,

e lo sdegno feroce della donna offesa che medita di servirsi, pella

vendetta, dell’uomo stesso ch’era stato strumento all’oltraggio.

Zaverio aveva visto altra volta quel disegno, ne conosceva l’argomento:

più volte gli si era affacciato alla mente nei giorni che avevano

preceduto la catastrofe di Mergellina. Allora l’analogia di quella

storia col suo caso lo spaventava; ora, rivedendolo, parve ridestarsi

in lui il sopito ricordo di ciò ch’era seguito.

Rientrò in casa agitatissimo. Chiese di Vittoria. Ella accorse; ma la

sua presenza non valse a quetarlo.

— Baronessa, le domandò, dov’è vostro marito?

Una disperazione tanto violenta traspariva dai suoi sguardi che

Vittoria ebbe paura di aver ottenuta ad un tratto quella guarigione che

sospirava da tanto tempo.

L’indomani Zaverio riuscì ad eludere la loro vigilanza, corse alla

vetrina del Dotti, si piantò innanzi all’immagine funesta e svenne

gettando grida insensate.

Da quel momento egli aveva confuso la propria storia con quella di Gige

e Candaule, egli si credette Gige, ma prima del delitto quando lotta

fra la devozione per il suo Re, la minaccia della regina per indurlo al

regicidio e la lusinga di ottenere in premio del delitto il trono e il

possesso della donna bellissima.

Era una nuova pazzia che scoppiava entro la prima.

Donna Elvira lo condusse allora a Lugano, dove seppe che il dottore

ch’essa cercava era al Belvedere. Volle assolutamente consultarlo e

perciò l’aveva mandato a cercare.

Candaule · 第 22 / 41 题