Io non penso, mia dolce amica, d’aver demeritata la vostra stima. E
fosse pur vero tutto quello che voi siete andata fantasticando dopo la
mia lettera di martedì, o credete voi proprio che anche in un desiderio
a prima vista disumano, grottesco, bislacco e un pochino teratologico,
non possa nascondersi un alto senso di poesia? E sopratutto un alto
senso di verità?
Voglio che m’ascoltiate attentamente e pacatamente.... Ora io sento
di potervi parlare con calma e voi non avete più a temere nè crudezza
di linguaggio biblico, nè impeti di “lirismo forsennato„ come dite
voi. Sono calmo, v’ho detto, e sopratutto non ho mai cessato d’essere
uomo! Anzi ho in me il convincimento, — dopo tutto quello che è passato
nell’animo mio nei giorni addietro — che un aspetto nuovo della umanità
mi si è svelato e s’è in qualche modo aggiunto all’essere mio d’uomo.
Perchè l’arte (abbiatelo per certo) non è sempre solo una imitazione
della natura, ma qualche volta ne è la continuazione e il complemento.
Vedete dunque che io non ho niente da rimproverarmi e voi niente da
sospettare sul conto mio....
Ed ecco come andò.
Io nemmeno sapevo che quella fosse la festa dell’Ascensione. Avevo
pranzato solo e di buona ora all’Albergo _Milano_. Come passare meno
male il tempo in quel lungo dopo pranzo? A Roma, in casi simili, io ho
sempre la risposta pronta. Salgo in una _botte_ e mi faccio condurre a
San Pietro. Ho per quella grande piazza elittica una specie di passione
strana che alimenta in me una bramosia inesauribile di rivederla. Il
getto superbo di quelle due fontane illuminate dal sole, pare ogni
volta che mi slarghi il petto e mi faccia ballare il cuore di gioia,
mentre l’immane colonnato curvilineo, serrandomi a destra e a sinistra
l’orizzonte, e tutte quelle statue poggianti ritte sopra l’attico e
in atto di osservarmi severe, par che mi avvisino che io sono entrato
in un vecchio mondo misterioso e magnifico. Anche per l’insieme della
basilica vaticana io ho sempre avuta una forte ammirazione, e la sento
dentro aumentare e ingigantire di mano in mano che mi si raffreddano
i romantici entusiasmi per certe architetture gotiche.... So che
anche voi, mia cara, mi condannate per questo; ed io chino il capo
rassegnato, aspettando che il tempo mi renda giustizia. Lento ma ottimo
giustiziere il tempo, non è vero?... Voi lo sapete per prova.
Arrivai dunque in piazza San Pietro un’ora circa prima del tramonto del
sole. Cominciavano le grandi ombre a stendersi dalle moli colossali.
Delle due fontane quella ch’io vedevo, arrivando, alla mia sinistra,
pareva tutta raccolta e tranquilla nella calma dell’ombra vespertina;
ma l’altra, dardeggiata obliquamente dal sole, era tutta una letizia
di raggi e di zampilli e di nebbia luminosa e cangiante, diffusa
all’intorno per largo tratto. Un gruppo di signori forestieri, uomini
e donne, stava fermo ad ammirarla; e parevano tutti contenti d’essere
inaffiati da quella rugiada.
Credevo, come al solito, di trovare la grande chiesa, a quell’ora,
deserta; ma m’ingannai.
La festa dell’Ascensione aveva chiamata là molta gente: forestieri
delle provincie, romani _de_ Roma, _inglesi_, suore, trasteverini,
_minenti_, frati, preti, pifferari; la turba mista e bizzarra che
San Pietro accoglie in alcuni giorni dell’anno e che inutilmente
cerchereste altrove. Le centinaia e le migliaia che si sparpagliano,
povero formicaio umano, sotto le navate enormi e si perdono, come
ombre, dietro i piloni smisurati, non facendo nemmeno sentire il
fruscìo dei loro piedi.
Mentre spingevo il pesante tendone della porta, m’arrivò subito una
modulazione musicale. Era un istrumento? Era voce umana? Così alla
prima non potei capire. Era un suono di timbro e d’acutezza insolita,
esilissimo, eppure vibrante per quella vastità in modo che pareva tutta
riempirla. Fatti alcuni passi nella basilica, sentii distintamente la
frase di un versetto biblico arrivarmi colle note all’orecchio. Era
dunque canto umano senza dubbio.
E quale canto, signora! Immaginate una voce che fonda insieme la
dolcezza del flauto e l’animata soavità della laringe umana; una voce
che salga, salga leggera e spontanea come vola per l’aria un’allodola,
quando s’inebria del sole; e allor che vi pare che questa voce siasi
posata sugli ultimissimi vertici della gamma sopracuta, ecco che spicca
ancora altri voli, e sale e sale sempre egualmente leggera, egualmente
spontanea, senza la più piccola espressione di sforzo, senza il più
tenue indizio d’artificio, di ricerca, di stento; una voce infine che
vi dà l’idea immediata “del sentimento fatto suono„ e dell’ascensione
d’un’anima verso l’infinito sull’ali di quel sentimento.
Che vi dirò di più? Ho sentito la Frezzolini e la Barbi in camera e la
Patti in teatro; ho ammirato Masini, Vögel, Cotogni; ma in mezzo alla
mia ammirazione rimaneva sempre qualcosa di inappagato in fondo al
mio desiderio; rimaneva di togliere un certo dissidio fra l’intenzione
dell’artista, non di rado elevata e fine, e la piena condiscendenza de’
suoi mezzi vocali.... Qui invece tutto il mio essere era mirabilmente
soddisfatto. Non la minima asprezza nel passaggio da un registro
all’altro della voce, non penuria di estensione, non disuguaglianza di
timbro da nota a nota: ma un linguaggio musicale calmo, dolce, solenne,
intonatissimo, che mi stupiva e mi rapiva a un punto solo con la
potenza di una gratissima sensazione, non provata innanzi mai!
Mi spinsi avanti per la basilica con passi affrettati, verso quella
voce e quel canto.... Nel giorno dell’Ascensione i _cantori_ della
Cappella Sistina scendono in San Pietro e prendono parte alla
celebrazione della festa. Cantano sotto la cupola di Michelangelo,
in una piccola cantoria eretta all’uopo, accompagnati da un piccolo
organo, che anch’oggi, come al tempo di Ettore Berlioz, è mosso sovra
delle rotelle per il pavimento.
La folla si faceva di mano in mano più densa, ma io m’adoprai in modo
che dopo una diecina di minuti ero arrivato proprio sotto la cantoria e
guardavo in faccia il _solista_.
Eseguivano un _mottetto_ dell’Allegri quasi tutto affidato a lui. Il
coro entrava di tanto in tanto con brevi _risposte_; e l’organo, con
pochi accordi tenuti aiutava a sostenere l’intonazione perfetta.
Finalmente ho inteso la voce vera del _soprano_. Vadano a riporsi
le signore cantatrici che usurpano questo nome! Le chiameremo, se
vogliono, _soprane_; ma è da augurare per il bene dell’arte del
canto, declinante a grandi passi, ch’esse smettano una buona volta
la sciagurata ambizione d’assorgere cogli sforzi della loro laringe
a certe acutezze diatoniche solo legittimamente consentite ai soprani
veri, ai soprani sacri, ai soprani per diritto divino.
Oh chi ridona all’arte i vecchi contralti, così giustamente rimpianti
da Gioacchino Rossini! Una sciagurata ambizione, accesa dalla cupidità
del guadagno, sciupa le nostre più belle voci femminili, mutando la
nota vellutata e intonata in uno strillo squilibrato e sgradevole....
Nè vi paia strano, o signora, ch’io in quel giorno abbia anche compreso
e partecipato il disgusto di Parini per i soprani in teatro:
Abborro sulla scena
Un canoro elefante....
Sì, quella voce eccezionale e quasi sorvolante agli orizzonti della
vita, è fatta per esprimere slanci di preghiera e puri rapimenti di
estasi religiosa. Non è fatta per disposarsi alle torbide passioni
del dramma umano nè per concorrere, profanandosi, al divertimento
scenico. Nella scena essa doveva perdere il suo prestigio mistico senza
acquistare il vigore, la pieghevolezza e la verità dolorosa del dramma;
e questo forse spiega perchè il vero dramma musicale moderno comincia e
coincide col bando dei veri soprani dalle nostre scene melodrammatiche.
Però, se comprendo l’ammirazione dei nostri nonni elevata al più alto
grado, trovo impossibile e ridicola la passione. L’amore di Sarazine
per Zambinella e la sanguinosa avventura a cui riesce, per quanto
magistralmente narrati da Balzac, mi lasciano freddo ed incredulo.
Meglio comprendo gli epigrammi scritti dal popolo napoletano sulla casa
costrutta da Caffariello....
Io guardavo attento il mio soprano. Era un giovane alto, pallido, non
grasso, con una barbetta rada e gentile, ritto e composto nella sua
cotta bianchissima davanti al leggìo. Mentre la sua voce si elevava
come un razzo canoro serpeggiando in trilli e scale, dispiegandosi
in magnifiche declamazioni, raccogliendosi in cadenze elegantissime,
io non riuscivo a notare in lui il più piccolo segno di fatica e di
sforzo. La testa era lievemente inchinata sulla musica che teneva con
le due mani immobili. Cantava a quel modo e pareva che leggesse. Solo
i suoi occhi si dilatavano, illuminandosi tratto tratto, allorchè
una frase musicale toccava il suo momento d’espansione; solo le rughe
della sua fronte si spianavano e si contraevano un poco assecondando le
movenze del ritmo.
Ebbene, guardando quegli occhi illuminati e il tremito di quella
fronte, io ho sentito che quel giovane cantore gustava in quell’ora
una felicità alta ed intensa come io e voi, mia cara, non abbiamo
probabilmente gustata mai.... Egli era felice; ma più che di tutta
quella folla attenta e rivolta a lui, e del lieve mormorio di
ammirazione contenuta che le sue mirabili note suscitavano sotto la più
augusta cupola del mondo, egli era, io credo, felice della bellezza
del suo canto, che si sentiva ripiovere sull’anima come una rugiada
celeste.
Io l’ho compreso e l’ho invidiato. Nel calore del mio entusiasmo ho
pronunciato dentro di me il pazzo augurio, che ho avuto la franchezza
di significarvi e che mi ha tirato addosso le espressioni del vostro
orrore.
Che volete ch’io vi dica? Durante quel mottetto dell’Allegri uno strano
cambiamento è avvenuto in me; e mi pareva che nell’animo mio si facesse
una gran luce improvvisa. In quella luce io vedevo, — bizzarra visione,
— gli antichi Coribanti che menavano intorno, con gesti e grida di
gente estatica, una danza vertiginosa; e in mezzo a quella ridda vedevo
alzarsi la figura grave e serena di Origene che, tendendo una mano e
gli occhi verso le stelle, esclamava: _beati!_... Al tempo stesso mi
venivano in mente certe parole con cui il duca di Richelieu ringraziò
la bontà divina quando si accorse d’esser giunto al termine della sua
carriera d’uomo; non quella diplomatica, nè militare, s’intende.
E pensavo: — quando questo giovane sarà anch’esso innanzi cogli anni e
un giorno s’accorgerà di non aver più la voce atta al mistico ufficio
a cui ora la consacra, con che parole ringrazierà egli Dio della sua
carriera compiuta?... In sostanza la mia mente s’andava arrampicando
su per delle guglie perigliose e splendide. Mi tintinnavano negli
orecchi e mi sentivo vibrare per tutto l’essere, accordi e dissonanze
piene di voluttà ignota.... Alzavo gli occhi e mi pareva che anche gli
Evangelisti, dai giganteschi pennacchi della vôlta, mi accennassero
colla testa che avevo ragione. Sarò stato pazzo, se volete, ma ero
superbo e felice.
Potete condannarmi; ma, sinceramente, a compiangermi avreste torto.