Quest’anno l’estate ha voluto entrare allegramente nel dominio
dell’autunno. La vendemmia sollecita è già finita nei vigneti e anche
sulle viti attorte agli alti alberi allineati per i poderi. — Sovra i
campi di frumento e di granturco è passato l’aratro. Le terre brune, e
qua e là ancora lucenti per il taglio fresco del _coltro_ profondato
nei solchi, ora si scaldano al sole e si ritemprano all’aria,
aspettando la seminagione prossima.
E la campagna è ancora tanto bella! Più bella d’una bellezza solenne e
dolce per questo ozio intermedio dei grandi lavori campestri, per tutto
questo verde lavato, rinfrescato e visibilmente ringiovanito dalle
ultime pioggie settembrine.
Il sole è alto e scotta come di giugno; ma appena io tocco l’ombra
d’una casa o di un albero, sento che il fondo dell’aria si è molto
mutato. Effetto delle notti già lunghe. E vado per questa distesa di
campagne che dalla prima radice delle colline si abbassano lentamente,
un poco ondeggiando, verso la via Emilia e verso il fiume.
Una pace immensa, un silenzio immenso. Prendo per i sentieri vicinali
— qui li chiamano _stradelli_ — tortuosi e pieni di polvere. Le siepi
di biancospino, umili nel maggio e di un verde delicato, ora si sono
fatte alte e dense e aspre, come le vuole l’amico Gabriele; se non che
di tratto in tratto un cespuglio di more selvatiche e qualche alberello
carico di bacche rosse rompono questa irta monotonia di ostacoli
bilaterali; e pare che l’occhio li noti volentieri.
Io non so bene dove mi conducano questi stradelli polverosi. Continuano
sempre dinanzi a me, entrando uno nell’altro, tagliandosi talvolta
uno coll’altro, sdoppiandosi, piegando in tutte le direzioni. Per
orientarmi, guardo il campanile rosso della parrocchia di Pizzocalvo
che sorge sull’umile collina, alla mia destra....
*
* *
Ho incontrato un barrociaio a vuoto, e mi ha detto che veniva da
Medicina e andava a Monterenzo per la strada che sale lungo il letto
dell’Idice. Nessun altro incontro. Pei contadini questa è l’ora del
desinare; e i signori villeggianti intanto digeriscono la colazione
chiacchierando intorno alla tavola. Alcuni leggono il giornale
pisolando. Qualche signora preferisce di rimettersi al lavoro d’ago,
qualche ragazza di sbadigliare sopra un romanzo o di sognare a occhi
aperti, distesa sopra una _chaise-longue_.... Il dèmone meridiano
entra per le finestre semichiuse, volteggia per le stanze silenziose e
carezza delicatamente i corpi e le anime mezzo sopìte.
Ecco che arrivo in paese di conoscenza!... Nel punto ove i due
stradelli s’incontrano, lo spazio si allarga, l’ombra è più estesa,
l’aria più fresca. Quattro alti pilastri spiccano nel verde e due
bei sedili di pietra invitano a riposare e a curiosare per la vasta
cancellata.
Io siedo e ricordo, guardando. L’antica villa signorile, ove non è
nascosta dagli alberi del parco, mostra i muri neri e verdognoli,
screpolati qua e là. Sul davanti e molto più vicino alla siepe di
cinta — una bella siepe difesa da una rete di filo di zinco — si vede
la cappella, ombreggiata anch’essa da vecchi olmi, piccola ma svelta e
pomposetta nella sua architettura della prima metà del settecento.
Di queste cappelle ne ho vedute parecchie venendo dalla collina.
Difficile ritrovare una villeggiatura un po’ antica che non abbia la
sua; e quasi tutte appaiono costruite o rifatte nello stile del secolo
scorso. Esse ricordano un tempo nel quale i nostri nonni, anche la
pietà volevano circondata di tutti i comodi e non disgiunta da certe
forme di privilegio. Le cappelle erano come l’accessorio sacro e il
distintivo gentilizio della vita campestre dei signori. Quando la
famiglia si stabiliva in campagna per i lunghi mesi dell’estate e
dell’autunno, doveva avere tutto con sè; anche la messa in casa e il
prete a disposizione.
Il prete era, s’intende, ossequioso e compiacente. Veniva preferito
d’umore gioviale; e se era un poco baggèo non guastava. Anzi! —
Arrivava la mattina col cuoco sul barroccino della spesa. Celebrata
la messa, trovava pronta la colazione a parte; e mentre sorbiva il
cioccolatte, i signori e le signore lo circondavano festeggiandolo,
proverbiandolo, interrogandolo delle nuove di città. Se restava
a pranzo, lo incitavano ad alzare un poco il gomito e a dir male
dell’arcivescovo, o almeno del vicario generale. Se pernottava, era
sicuro che qualche sorpresa lo aspettava nella sua stanza. Una volta
gli facevano trovare nel letto un grande fantoccio, che doveva essere
la vecchia governante, segretamente innamorata di lui; un’altra volta
era il letto che gli sprofondava sotto con orribile fracasso; un’altra
volta.... Sempre le stesse burle e sempre le stesse risate.
Quello, a ogni modo, fu il tempo aureo di queste cappelle villereccie;
e qualche bella giornata avevano — con ricchezza d’apparati, di lumi,
di fiori — almeno per la solennità del Santo titolare.
Ma poi successe un’epoca infausta alle povere chiesette abbandonate.
Finchè i conti e i marchesi si limitavano a leggere Voltaire, il male
non fu irrimediabile, visto che anch’esso il signore di Ferney andava
alla messa, per un riguardo ai suoi contadini. Ma la invasione delle
novità doveva andare molto più a fondo e portare ben altri mutamenti!
Mutarono le idee, mutarono le usanze e mutarono anche i padroni. Per
effetto di chirografi troppo facilmente moltiplicati e messi in giro,
alcune cappelle, insieme alle ville e ai poderi, caddero persino _in
manus infidelium_. Voglio dire degli ebrei; e non furono sempre le
peggio trattate.... Quante altre, per gli umili usi a cui si vedevano
ridotte, avrebbero avuto ragione d’invidiare le sorti di quelle che
i padroni, nuovi o vecchi, avevano allegramente adeguate al suolo, in
onta ai sacri canoni, per ampliare l’area del prato o del giardino o
del parco inglese!
*
* *
Molte altre, come questa, rimasero semplicemente nell’abbandono e
nell’incuria. Il tempo fece la parte sua, e sopra di loro si distese
lentamente la fisonomia delle cose morte....
Quanto tempo sarà passato dacchè uno spirito di vita non è entrato
là dentro!... La bruna cicuta verdeggia liberamente a piedi dei muri
laterali e qualche bel ciuffo di erba si vede anche sui gradini e sul
margine della porta. La Santa titolare, dipinta a buon fresco entro il
vano del timpano barocco, poveretta, non ha più nè sembiante nè emblemi
riconoscibili; e mostra da ogni parte il color nero della imprimitura.
Mi vince la curiosità; e passato il cancello vado a osservare l’interno
della chiesetta per una delle due finestrelle basse ai lati della
porta.... Tra la pace animata, gioconda, luminosa della campagna aperta
e la quiete di quel breve ambiente chiuso, il contrasto non è solamente
enorme; è quasi pauroso. Credo d’avere ben poche volte sentita così
potentemente l’antitesi tra gli stati fondamentali della percezione
e le forme della vita. — Ho in me come un senso di sdoppiamento
subitaneo. — Una parte di me stesso è passata là dentro ad abitare
la chiesina abbandonata, a osservare minutamente tutti gli oggetti,
a spiare, a frugare, a fiutare da per tutto, anche gli angoli più
reconditi e più ombrosi, con un misto di attonitaggine sentimentale, di
tenerezza e di pietà.... Mi pare di sentirmi vivere in un piccolo pezzo
di spazio freddo e in un piccolo pezzo di tempo inerte, che vennero,
non so da quanti secoli, imprigionati là dentro fra quelle quattro
mura — immobili, taciturni, tristi — lontano dall’eterno movimento
mondiale, divelti e sequestrati per sempre dal gran dramma della vita
dell’universo, al quale un tempo furono congiunti....
Intanto i miei occhi si sono avvezzati a veder meglio nell’interno.
Un pulviscolo d’oro si muove silenzioso dentro un raggio di sole
pallidissimo, che è passato a stento dall’alto, per una vetrata sulla
quale, chi sa da quanto tempo, si vanno addensando il grumo e la
polvere e le tele di ragno.... Il raggio di sole arriva a rischiarare
un inginocchiatoio, che un tempo deve essere stato tinto in verde,
collocato dinanzi a una povera _Praeparatio ad Missam_, gialla come
una vecchia carta pecora e strappata largamente nel mezzo. Da tempo
immemorabile quella _Praeparatio_.... non prepara più nulla a nessuno.
Sopra l’altare senza candelabri, vaneggia una cornice di gesso, a muro.
Ma il quadro manca. Era forse un buon dipinto del Franceschini o del
Calvi o di uno dei due Gandolfi, e fu levato di là, e ora si trova in
qualche vecchia galleria. Ma quella grande cornice vuota accresce la
squallidezza a tutto quello squallore; e pare che sconsacri la piccola
chiesa.
*
* *
Una cosa è certa. Anche da questo chiuso e da questo silenzio e
da questo abbandono, esce un sottile aroma di poesia. Mi tornano
in mente — chi sa per quali meandri mnemonici! — delle strofe
caramente melanconiche di Jacopo Vittorelli e di Ippolito Pindemonte;
tornano perfino certe lontanissime letture dei romanzi del visconte
D’Arlincourt, ove le chiesette campestri, vicino ai castelli turriti
o in mezzo ai boschi, nelle pronube albe serene o nelle notti cupe di
tempeste e di delitti, hanno spesso tanto da fare.
Attorno alle pareti interne della cappella, giù verso il pavimento,
riesco a leggere in modo abbastanza distinto alcune lapidi sepolcrali.
Incontro per tre volte un nome, _Giovanna_; e mi sovviene che lo
porta pure l’attempata signora, che abita adesso nella villa paterna,
dalle mura screpolate e nerastre. — Una rovina anch’essa la signora,
come tutto il rimanente, quantunque opponga al tempo delle resistenze
disperate.
Ed ecco, io penso, tutto quello che qui rimane in piedi di tante
tradizioni domestiche! Un nome comunissimo di donna, tenuto vivo nella
famiglia, per mera consuetudine, e che presto finirà.... E dire che
probabilmente alcune di quelle ormai lontane antenate, quando pensavano
al sepolcreto domestico, avranno anche immaginato con tenerezza
confidente una lunga catena di ricordi pii proseguita dalle future
generazioni.... Avranno pensato alla loro cappella gentilizia parata
a bruno in certi memori giorni, e a delle grandi corone di fiori
freschi posate dinanzi alle lapidi mortuali.... O nostre ingenue fedi
nella pietà dei ricordi domestici! La Vita guarda davanti a sè con
sollecitudine affannosa, e presto si scorda di voltarsi indietro.
In buon punto, una voce femminile viene a rompere quel mio triste
soliloquio; e mi volgo verso la strada.... Alta sopra la verde linea
della siepe, vedo una testa di donna con una gran chioma di un colore
inverosimile, che si avanza, si avanza rapidamente, come se volasse;
e arrivata al secondo pilastro, svolta improvvisamente verso l’interno
della villa... Santi numi! È lei, la mia _quarta_ Giovanna, che torna
da una passeggiata in bicicletta, seguìta dal suo giovane fattore.
Alla sua età e sotto questo fulgore del Sole, che gli eroi d’Omero
invocavano sulle loro gesta!
Col busto eretto sui fianchi doviziosi, il volto acceso, una parte dei
capelli al vento e le due mani ferme al lucido manubrio, passa come
un lampo la indomita signora, evidentemente non badando nè a me nè
alla chiesetta ove posero le sue antenate. È veramente splendida; è
addirittura sorprendente, per chi sappia il suo atto di nascita!.... Un
mio giovane amico, poeta e miope, ora vedrebbe in lei il simbolo della
Vita, che passa trionfando....
Io mi levo il cappello.