(VECCHIA CRONACA).
Al signore della Rocca erano giunte notizie gravi ed ordini precisi.
A Bologna, per volontà di Sisto V, avevano già strangolato in carcere,
con un bel cordone di velluto rosso, il conte Giovanni Pepoli. Parecchi
de’ suoi seguaci e complici erano stati anch’essi strangolati, senza
nemmeno l’onore del cordone di velluto! Altri erravano fuggiaschi per
le valli e per le montagne dell’Appennino; ma li inseguiva l’ira del
terribile papa e poca speranza di scampo avevano. A lui, il Conte,
salva la vita e gli averi; ma doveva andare subito a Roma a chieder
perdono e fare atto di umile sudditanza, prostrato a’ piedi santissimi
del sovrano.
Non era il caso d’esitare; e bisognava partir subito.
La Contessa sarebbe dunque rimasta sola nel castello. A esporre la sua
delicata giovinezza ai disagi e ai pericoli del lungo viaggio in quella
cruda invernata e per quelle vie mal sicure, nemmeno si poteva pensare.
Il Conte andava corrugando le sopracciglia nere e si metteva spesso una
mano nei capelli grigi, perchè un sinistro pensiero gli passava per la
mente....
Ma il giorno innanzi la partenza tenne un lungo e segreto colloquio
con la sua zia, valida e fiera vecchia ne’ suoi ottant’anni; poi fece
schierare nella gran sala, al cospetto d’entrambi, tutta la gente del
castello. Alla gente egli rivolse discorso breve, ma con quell’accento
di comando insieme e di minaccia, al quale non si era mai osato
resistere neppure con un moto dell’animo: — Ogni potere, durante la sua
assenza, passava nella vecchia contessa. Legge assoluta per _tutti_,
dal più alto al più umile abitatore della Rocca, la sua sovrana
volontà; e guai all’autore della più piccola trasgressione!
L’indomani il conte partì. Gli addii della giovane sposa furono
affettuosi, ma senza lagrime.
E come avrebbe potuto piangere la Contessa alla partenza del
marito?... Troppo ora la empiva tutta di sè e la signoreggiava un altro
sentimento! L’amore, negato a lei giovinetta nel freddo isolamento
della vita claustrale; l’amore, desiderio vago e timida speranza, che,
appena intravvisto, le era stato duramente vietato, quando la famiglia,
toltala dall’antico e nobilissimo convento della Sambuca, l’aveva
subito messa tra le braccia del Conte, che poteva essere suo padre!
Invece il giovane conte degli Alidosi aveva quattro anni meno di lei
e non era che suo lontano parente da parte del marito. Quando, pei
rovesci di quella potente casata, il padre fu costretto a mandarlo
al castello dell’amico perchè vi crescesse sicuro e vi fosse educato
da cavaliere, Oliverotto degli Alidosi era poco più che un ragazzo
malfermo in salute, timido e come spaurito della vita che s’era aperta
dinanzi a lui in mezzo a dolori e terrori di tragedie domestiche.
Parlava di rado e male. Solo qualche volta, dai suoi occhi nerissimi
pareva che lampeggiasse intensa la vitalità della fiera schiatta da cui
era nato.
La dolce castellana raccolse da prima su quel taciturno fanciullo le
cure e gli affetti della maternità, che altrimenti non le era stato
concesso d’espandere. Ed ebbe la gioia di veder fiorire la sua salute,
e le sue membra fortificarsi, e da quella triste puerizia uscire
rapidamente una giovinezza animosa e leggiadra.
Una volta, tornando insieme al Conte da una caccia sull’Appennino
pistoiese che li aveva tenuti fuori parecchi giorni, Oliverotto, vista
la bella Contessa che li aspettava nell’angusto cortile del castello,
gittò l’arme a un servo, corse a lei e la baciò; poi rimase lì
interdetto e turbato vedendo che la bella dama arrossiva, e sentendosi
anch’egli salire al volto un gran calore come di vampata improvvisa....
Cominciarono fino d’allora per il Conte i corrugamenti delle ciglia
e quel gesto di portare la mano ai capelli, mentre la sua mente, più
sovente che non avesse voluto, pensava insieme alla Contessa e al
giovane ospite....
Ma l’amore non istette per questo; e fece occultamente la sua strada,
senza che i due avessero modo d’avvertirlo e di schermirsi. Essi
s’amavano già di passione e non lo sapevano: e quando lo seppero,
s’amarono con più violento abbandono, obliando, calpestando, sfidando
ogni ritegno ed ogni ostacolo.
Ed erano appena alle prime dolcezze, quando arrivarono gli ordini
improvvisi, che fecero partire il Conte per Roma.
Cominciò allora per i due innamorati una vita di supplizio indicibile.
In tutta la rocca e nei dintorni prese subito a dominare con volontà
minuziosa e temuta la vecchia zia del Conte; la quale, sia che agisse
per gli ordini avuti, sia che si compiacesse ad attuare un suo proprio
disegno, circondò ed afflisse i due giovani di vigilanze così severe e
continue, che ogni più viva e gelosa immaginazione ne sarebbe rimasta
superata. La vecchia pareva ritornata indietro di vent’anni. Non era
più nè impedita nell’andare nè miope nè sorda. Si trovava sempre in
ogni luogo dove la sua ingegnosa sorveglianza la richiedesse; e dormiva
con un occhio solo, se pure è vero ch’ella dormisse, là in quel suo
lettuccio che s’era fatto portare vicino all’uscio della stanza da
letto della Contessa. Con questa poi adoperava ogni gentilezza più
compita e col giovine Oliverotto anche; ma nelle ventiquattro ore del
giorno, mai un minuto secondo nel quale i due potessero trovarsi soli a
scambiarsi una parola, a stringersi la mano di furto!...
Tormento siracusano. E tanto più atroce perchè i due innamorati, in
udire della prossima partenza del conte, s’erano naturalmente lasciati
andare ad ogni sorta d’immaginazioni dilettose. Quella inattesa
contrarietà pareva dunque a loro una durezza ingiusta del destino a cui
si rivoltavano, egli con le imprecazioni ed essa con le lagrime. Vane
le lagrime e vane le imprecazioni! La vecchia era sempre al suo posto,
e tutti nella rocca con una esattezza implacabile eseguivano, fin quasi
a sorpassarlo, il suo comandamento.
Sulle prime, Oliverotto non si diede per vinto e cercò di rompere
qualche maglia a quella perfida e fitta rete di sorveglianze e di
spionaggi che d’ogni parte li involgeva; ma ogni suo tentativo, per
audace o astuto che fosse, riuscì inutile.
Una notte, guardando alla finestra della Contessa, credè di accorgersi
che non gli facevano la solita guardia. Scese nel fossato della Rocca,
esplorò bene intorno. Nessuno. Alzò gli occhi alla finestra della
stanza ove essa dormiva, e vide splendervi il lume. Allora si sentì
tutto invadere dalla brama di salire in qualunque modo fino a quella
finestra, chiamare la sua donna, parlarle delle sue pene e veder di
cogliere attraverso la inferriata un suo bacio.... Sì, uno, cento baci
per calmare un poco la sete d’amore che dentro lo tormentava!
Immaginava il giovane che la forza del volere e il desiderio
ardentissimo gli avrebbero conferita la facilità rampicante d’uno
scoiattolo; ma invece il salire non fu senza grandi ostacoli e
dolori.... Saliva adagio adagio, adoprando ogni punta di sasso ed ogni
crepaccio del vecchio muraglione; talvolta era costretto a fermarsi a
lungo, talvolta a ridiscendere e studiare altra combinazione di cavità
e di sporgenze. Più d’una lucertola, sentendo le dita che il giovane
ficcava fra le pietre, usciva spaventata strisciandogli fra la faccia
e il muro; e una nottola, turbata anch’essa nel suo nascondiglio, gli
volava dintorno silenziosa e lugubre. Di man in mano che s’appressimava
al termine desiderato, crescevano gli ostacoli, l’incertezza, la smania
disperata. Aveva le mani e i piedi sanguinanti e tutto il corpo gli
grondava di sudore freddo.... Finalmente potè abbrancare una sbarra
dell’inferriata e, fatto un ultimo sforzo, arrivò a tirarsi su di
mezza persona contro la finestra. Gittò innanzi lo sguardo e stava per
sussurrare il nome della cara donna, quando s’accorse d’avere innanzi a
sè, ritta, appoggiata al davanzale della finestra, la vecchia contessa,
che lo guardava senza muoversi, con occhi severi....
Poco mancò che Oliverotto non cascasse all’indietro nel fossato della
Rocca.
Unico conforto non conteso ai due innamorati era dunque il vedersi e il
parlarsi in presenza d’altri; e in quello essi condensavano tutte le
sollecitudini e cercavano d’acquetare o contenere alla meglio tutti i
desiderii.
Passavano così le giornate lente, uniformi, uggiose. Oliverotto e la
Contessa ogni dì stavano lunghe ore seduti uno in faccia all’altro,
essa fingendo d’istoriare coll’ago i pietosi fatti di Bradamante, egli
fingendo di leggere qualche trattato dell’arte della guerra o qualche
libro di cavalleria. La vecchia contessa e alcun altro fidato della
casa non mancavano mai di esser presenti.
I due si parlavano di rado. Invece si guardavano lungamente,
intensamente, deliziandosi e tormentandosi insieme con un linguaggio
muto e infaticabile. E gli occhi neri d’Oliverotto pareva che,
supplicando, chiedessero: — fino a quando? — E gli occhi azzurri della
Contessa non sapeano che rispondere, chiedendo anche essi: — fino
a quando? — Le quattro ardenti pupille, stanche e non mai sazie di
quella amorosa e intensa contemplazione, di tanto in tanto tremavano,
si inumidivano, pareva che si stemperassero chetamente in bagliori
languidi e tristi.... Nelle serate lunghe, dirimpetto al focolare
gigantesco, mentre sugli alari bruciavano i vecchi faggi di Monte
Venere e si udiva fuori lamentarsi il vento dell’Appennino, Oliverotto
leggeva alla contessa qualche scena del _Pastor fido_:
Ben è soave cosa
Quel bacio che si prende
Da una vermiglia e delicata rosa
Di bella guancia; e pur, ch’il vero intende,
Come intendete voi
Avventurosi amanti che il provate,
Dirà che quello è morto bacio a cui
La baciata beltà bacio non rende.
Ma i colpi di due labbra innamorate
Quando a ferir si va bocca con bocca....
La morbosa tenerezza di questo e somiglianti passi era al cuore dei
due poveri giovani come olio bollente alla fiamma. Gli occhi, ora vivi
e scintillanti, ora annuvolati, smarriti e depressi, riprendevano
quel loro ufficio di esprimere insieme e di esasperare il desiderio
infelice.... E talvolta l’interno struggimento cresceva a tal segno che
la Contessa era costretta, avanti l’ora, di ritirarsi nelle sue stanze.
Oliverotto allora correva ansando sugli spalti della Rocca a respirare
l’aria gelata della notte, ad imprecare alle stelle, a tempestare
contro il suo avverso destino!
In meno d’un mese, i due amanti erano ridotti ad uno stato davvero
compassionevole; e guardandoli nei visi consunti si sarebbe detto che
sulla loro giovinezza passava un soffio di vecchiaia precoce.... Ma
tutto ciò era meno che nulla in confronto a un meraviglioso fenomeno
che nei loro occhi si veniva manifestando.
Non era, no, un inganno visivo della gente, ma un fatto che ogni giorno
saltava agli occhi sempre di più.
Le grandi pupille della bionda Contessa, che erano di un bellissimo
azzurro oltremarino, sembrò da prima che un poco si annebbiassero
smontando in una tinta meno dolce e meno pura. Poi quell’annebbiamento
si rese sempre più opaco: e crebbe e crebbe tanto che fu ben necessario
riconoscere ch’essa mutava in nero il colore degli occhi. Era forse
effetto delle lagrime che l’infelice versava di continuo la notte,
invece di pigliar sonno?... Ma d’altra parte anche negli occhi di
Oliverotto accadeva mutamento! Le pupille nerissime e fiere del giovane
amoroso cominciarono a temprarsi d’una luce più dolce e mansueta che
adagio adagio le veniva come clarificando; poi apparvero striate qua e
là di piccole vene azzurreggianti, le quali, dilatandosi ogni giorno,
accennavano ad invadere presto tutto il campo dell’iride....
Che era avvenuto nell’interno di quei due esseri? Con che forza
di corrente misteriosa le due anime, incontrandosi, toccandosi,
baciandosi, solo e sempre per gli occhi, agli occhi avevano potuto
indurre quella trasformazione, anzi quello scambio mirabile?...
La vecchia sorvegliatrice non fece motto e nemmeno diede mai segno
d’essersi accorta di cosa alcuna; ma la gente della Rocca guardava, tra
stupita e atterrita, a quello che taluni chiamavano una bieca opera del
Diavolo, altri semplicemente un nuovo miracolo d’Amore.
Non andò molto tempo che già per largo tratto di paese s’era sparsa la
voce del fatto inverosimile; e molti trassero al castello, studiando
qualche pretesto onde accertarsene cogli occhi proprii.
I due amanti sulle prime gustarono una strana e immensa voluttà,
contemplandosi così trasformati dalla potenza dei loro sguardi. Si
sentivano come più uniti nell’amore; vedevano nei loro occhi come un
segno di predestinazione a unione più intima e durevole. Ma ben presto
sopraggiunse il terrore ad agitare in vario senso le loro anime. Un
giorno o l’altro sarebbe pur tornato il Conte....
La Contessa, nelle veglie interminabili, meditava di sottrarsi colla
morte alla propria vergogna, e a chi sa quale dura espiazione, quando
il terribile marito l’avrebbe guardata negli occhi accusatori!...
Oliverotto, dal canto suo, inspirandolo la disperazione, lavorava
ad un piano di fuga in cui era risoluto d’affrontare per la salvezza
della sua donna l’estremo del cimento. Ma intanto ogni mattina ambedue
pensavano, rabbrividendo come due condannati a morte, che in quel
giorno stesso, forse, sarebbe giunto alla Rocca l’annunzio di un
prossimo ritorno!
. . . . . . .
Giunse invece una improvvisa serenità in quell’orizzonte così
minaccioso. Un giorno, sull’imbrunire, bisognò calare il ponte e
ricevere nella Rocca, con le debite onoranze, un messo del Senato
bolognese. Egli riferì il sunto di un dispaccio da Roma: — Sisto V,
sia che avesse chiamato a sè con lusinghe il Conte per averlo più
sicuro nelle mani, sia che in quel frattempo nuovi e più forti capi
d’accusa si fossero scoperti contro di lui, appena giunto il Conte a
Roma, lo aveva fatto legare e chiudere a Castel Sant’Angelo; e dopo
breve processo, strangolare. — Il dispaccio del Senato non diceva se
la clemenza sovrana avesse largito al nobile giustiziato l’onore e il
conforto del cordone di velluto; bensì annunziava che la giustizia del
sommo pontefice non sarebbe andata oltre nel punire, mantenendo alla
famiglia del ribelle spento beni, titoli e privilegi.