Il giorno dopo il signor Carlo andò all’_Hôtel Brun_ a vedere il Conte.
Trovò un giovane di maniere cortesi, gioviale, facilone, all’apparenza
sincerissimo. Sulla partita interesse, non ci volle gran tempo a
intendersi, perchè la famiglia della moglie era larga nel concedere.
Dal canto suo egli, dichiarandosi stanco di quella vita irregolare e
desideroso di riunirsi a sua moglie, lasciò anche abbastanza travedere
ne’ suoi discorsi che quelli dell’interesse, se erano forse i più
forti, non erano però i soli argomenti che lo tiravano a riconciliarsi
con la “sua cara Giulia„. Nell’abbandono del dialogo, il giovinotto
disse al signor Carlo:
— Io riconosco di aver dei torti gravi verso mia moglie. E tanto più
sono franco a confessarli e a dolermene, quanto maggiore è in me la
sicurezza che Giulia mi ama e non ha mai cessato d’amarmi. Io ne ho la
prova....
— Ah?!...
— Sì, ne ho la prova. Con avvocati e medici non si debbono aver
segreti. Guardi....
E trasse fuori dalla tasca interna dell’abito una busta grande di
carta, che porse sorridendo al signor Carlo. Conteneva parecchie
lettere di Giulia inviate al marito durante i cinque anni della
separazione, a intervallo di qualche mese ognuna.
L’avvocato, dissimulando l’emozione, si mise a scorrere quelle lettere.
Erano tutto un discorso malinconico sulla vita solitaria di lei. —
Niente la divertiva, niente la distraeva. Le amiche la mortificavano
coi compianti importuni e le domande indiscrete. Degli amici poi,
alcuni la seccavano facendole la corte, alcuni altri offrendosele a
confidenti e perfino a mentori!... Poi, di tanto in tanto, un pensiero
fugace alla felicità perduta, una gentile sollecitudine di donna
per la vita raminga e disordinata ch’egli menava; una espressione di
tenerezza temperata di riserbo e di rimprovero.... Un vago accenno di
speranze per l’avvenire. — Tra le lettere c’era anche un ritratto di
Giulia in fotografia. Quello stesso che ella aveva donato al signor
Carlo e che egli teneva, inquadrato, nella sua stanza. Glie lo avea
mandato, scrivendogli che era l’_unica_ copia, che l’aveva ordinata
esclusivamente per darla a lui, e che aveva obbligato il fotografo a
distruggere la negativa....
Non volle più vedere oltre, e rimise lettere e ritratto nella busta,
masticando qualche frase di complimento. Il Conte con ogni cortesia
lo ricondusse fin sullo scalone e all’atto d’accomiatarsi gli disse,
ridendo:
— Ma sa lei che Giulia s’è fatta molto più bella in tutto questo
tempo? L’ho vista ieri al Giardino Pubblico e ne sono rimasto proprio
incantato.... Tanto meglio, non è vero?....
E lo lasciò con una lunga stretta di mano.
Quell’ultima rivelazione fu pel signor Carlo più che un dolore. Essa
metteva un acre risentimento d’offesa nell’animo dell’amante ingannato.
E in lui principiò a ribollire sordamente il desiderio vendicativo.
E pensava; quella voce interiore che gli aveva imposto d’accettare un
così strano e doloroso ufficio, era dunque stata una voce profetica!
Era dunque fatale che egli arrivasse a vedere tutta e nuda la
miserabile verità intorno a Giulia, intorno alla donna per la quale
egli, cieco, tante volte avrebbe dato con gioia la vita!... E questa
verità, senza aver forza di uccidere la passione, era come un caustico
mordente che la ricercava tutta e struggeva quanto era in essa di
morbido, di mite, di sottomesso; e la riduceva ad una specie di
scheletro animato, forte, fiero e minaccioso.
Entrato nella sua stanza ruppe il cristallo del quadro che conteneva
le fotografie; prese quella di Giulia e la fece in quattro pezzi.
Cavò poi da uno stipo un grosso fascio di lettere e, messo ogni cosa
sul caminetto, vi appiccò il fuoco. La fiamma azzurrognola ardeva
silenziosa nella luce del giorno. Il signor Carlo stette a guardarla
fino all’ultimo; e intanto gli pareva di sentirsi risuonare dentro una
voce:
— Vai avanti, giustiziere!