I.

Quando il signor Carlo uscì dal cancello della villa, s’accorse che

la notte era già molto avanti perchè la luna s’era nascosta dietro la

collina e il buio nella strada, sotto i grandi alberi d’acacia, era

così fitto, che a stento potè trovare il marciapiede di sasso vivo per

discendere senza intoppi verso la città.

Aveva dunque prolungata più del solito la sua visita in casa

Luigiani.... Come mai non se n’era accorto? Ma altre e più gravi

interrogazioni si movevano nella mente del signor Carlo. La serata

era trascorsa, in apparenza, come le altre. Fin verso le undici il

signor Luigiani, sua moglie, la zia Teresa e il fattore avevano giocata

la partita. Di prima sera, alcuni vicini di villa avevano fatta una

breve fermata e s’erano ritirati presto perchè per la mattina appresso

avevano stabilita, in gran comitiva, una gita a Monte Paderno.

Egli e la signora Giulia.... Egli e Giulia, nella quieta luce del

salotto, seduti sul divano posto fra il muro e la vasta tavola di

noce, avevano passato il tempo ora guardando un giornale illustrato

e sfogliando qualche libro, ora prendendo parte per ischerzo alle

contese frequenti dei giuocatori; e il più del tempo parlando fra loro

due a bassa voce. Ma quella sera Giulia aveva qualcosa in lei di nuovo

e d’inquietante, che egli non era riuscito a penetrare. Al suo primo

ingresso nel salotto, s’era accorto che ella era un poco pallida; le

aveva chiesto subito in presenza degli altri se non si sentisse poco

bene, e lei aveva risposto che stava benissimo.... Ma allora perchè la

sua voce non aveva il suono delle altre sere, e pareva come velata da

un’interna stanchezza? E tutto il suo contegno con lui per tutta la

sera?... Strano!... Una certa riserva che si sarebbe potuta pigliare

per un principio di diffidenza; uno studio palese a impedire che la

loro conversazione si lasciasse andare a quel tono di appassionata

intimità, che da un pezzo, tutte le altre sere, fosse pure solo per

un minuto, lo rendeva sempre tanto felice!... E in mezzo a tutto

questo, delle occhiate come al signor Carlo pareva di non ne avere

avute mai; delle occhiate lunghe, intense, addolorate, che per tre

o quattro volte, a un tratto, si erano posate sopra di lui, come per

avvolgerlo tutto; e lo avevano fatto tremare di commozione insieme e di

sospetto....

Una volta egli le aveva detto piano all’orecchio:

— Confessami la verità, Giulia; tu non sei del tuo solito umore....

Stassera c’è qualche cosa....

Ma Giulia lo aveva interrotto seccamente:

— No! No!...

Bisognò cambiare discorso:

— Ora dovresti metterti al pianoforte e farmi ancora sentire la

_Primavera_ di Gounod: così come iersera, cantando ed accompagnandoti a

bassa voce; proprio per noi due soli....

La Giulia girò lentamente gli occhi sopra il pianoforte chiuso; li girò

verso le finestre del salotto che guardavano sulla strada, e si scusò

con tanta svogliatezza, ch’egli non ebbe più la forza di insistere.

E il contegno della madre era poco strano? Essa, la donna apatica,

che non s’occupava mai della figliola, se non quando era in campo la

sua vanità materna, quella sera era stata tutta attenzioni per lei.

Si distraeva dal giuoco per guardarla e interrogarla con un accento

di tenerezza insolita. Una volta perfino, fra un giro e l’altro

del _mediatore_, s’era alzata dal tavolino e fermatasi dinanzi alla

figliuola seduta, s’era curvata sopra di lei baciandola affettuosamente

nelle due guancie e sussurrandole all’orecchio alcune parole. La Giulia

aveva risposto alla madre con un lungo bacio....

Insomma qualche novità era nell’aria. Il signor Carlo n’era convinto;

lo sentiva; e sentiva pure che questa novità, qualunque fosse, toccava

anche lui in ciò che aveva di più caro nella vita: l’amore di quella

donna! Intanto aveva sempre vivo nella mano il senso della stretta

vivace con cui ella, ferma sul piano della scala, gli aveva dato la

buona notte; sentiva nel cervello come il calore della sua ultima

occhiata e lo accompagnava nell’aria il profumo sottile che per tutta

la sera aveva odorato dalle vesti e dai capelli di lei.

In questo stato d’animo, il signor Carlo scese dalla collina, entrò

in città e s’incamminò verso casa rapidamente, come un uomo che abbia

fretta di trovarsi chiuso e solo....

Quando fu nella sua stanza, si sentì affaticato, avvilito, triste.

Spogliandosi, mirò nello specchio grande dell’armadio e si vide

brutto e vecchio. I suoi quarant’anni spiccavano negli occhi pesti e

in qualche ruga dura del volto; e la sua testa nera gli apparve più

brizzolata del solito.

Quando fu in letto, si mise a guardare un quadro, nella parete a

destra, entro il quale, sotto un cristallo, erano incorniciate molte

fotografie. Parevano messe là alla rinfusa, come una folla di persone,

che si pigiano per mettere ognuna il viso fuori d’una finestra. Ma una

fotografia usciva tutta intera dal gruppo e si faceva guardare per la

prima. Era il ritratto di lei, bella, sorridente, coll’abito un po’

scollato....

Il signor Carlo ora guardava attento quel ritratto che, attraverso i

riflessi del cristallo sembrava animarsi e muoversi; ora chiudeva gli

occhi abbandonando le braccia e corrugando la fronte. Aveva dei tremiti

improvvisi e dei sospiri profondi. Certo una grande inquietudine

ricercava tutto il suo essere; e impeti d’ira e di tenerezza, di fede e

di scoramento, vi si alternavano con procellosa rapidità. A un tratto

si levò sul cubito e afferrò con la mano un grosso volume che era sul

tavolino accanto al letto. Aveva il volto alterato e la guardatura

strana, quasi feroce. Che gli passava per la testa? Forse il proposito

d’avventare il volume contro il quadro e colpire quella fotografia che

pareva guardarlo sorridendo?...

Credeva di conoscerla, la sua passione; ma in quella notte s’accorse,

sotto il pungolo del dubbio e dinanzi alla paura dell’ignoto, che aveva

delle profondità in cui egli non era ancora disceso.

Finalmente s’addormentò. La mattina appresso, svegliandosi tardi, ebbe

la sorpresa di sentirsi abbastanza sollevato e presso che calmo. S’era

vestito e stava per uscire, quando la sua vecchia fantesca gli portò

una lettera “di premura„.

Corse palpitando con gli occhi alla sopraccarta.

Non era il carattere di Giulia, ma quello di sua madre.

“Venite — scriveva — appena avrete letto. Io e Giulia abbiamo bisogno

di voi.„

Il signor Carlo discese in fretta le scale. Si fece condurre in fiacre

fino al principio della collina, poi si mise a salire la strada erta

per la quale era disceso la notte innanzi in preda a tanta agitazione.

Ora invece aveva il viso animato, sereno, quasi baldanzoso, perchè

un senso di confidenza, non precisata da alcuna idea ma viva e

confortante, gli riempiva l’animo e pareva che gli dilatasse i polmoni

nella ripida salita. La giornata era bellissima; gli uccelli cantavano

allegramente sugli alberi e tutta la distesa dei colli pareva inondata

di una tranquilla letizia nella luce e nel calore di quel meriggio

autunnale.

I miei racconti · 第 31 / 57 题