Ricordo ancora tutti i particolari di quella mattina. Nella stanza da
pranzo della casa del medico a pian terreno, Guermanetto sedeva dinanzi
a una tavola apparecchiata e faceva colazione.
Era una cosa lugubre insieme e commovente. Il medico, sua moglie e
due altri signori ben vestiti stavano intorno a quel povero diavolo
scalzo, lacero, infangato, col viso cadaverico e gli occhi stravolti,
parlandogli con dolcezza, quasi con rispetto e in atto di servirlo. Uno
lo esortava a mangiare, un altro gli mesceva il vino e gli chiedeva
se avesse qualche commissione, qualche ambasciata, che tutto sarebbe
stato puntualmente eseguito. Istintivamente si andava formando dintorno
all’uomo quell’atmosfera di deferenze delicate e di riguardi pietosi
che sogliono sempre circondare le espiazioni e le disgrazie supreme. —
Io intanto, dietro la inferriata della finestra, vedeva muoversi lente
due grandi _lucerne_, appartenenti senza dubbio a due carabinieri del
papa che aspettavano di fuori.
Guermanetto mangiava con l’avidità di un famelico e parlava sempre.
Parlava affollato e convulso intaccando spesso nelle parole, perchè
una piccolissima balbuzie che aveva fin da ragazzo gli era cresciuta
stranamente in quei quindici giorni.
Diceva d’aver deliberato di costituirsi, perchè proprio non ne poteva
più. La sua vita di quelle due settimane era stata una vita da non
augurarsi nemmeno a un cane arrabbiato. Che giorni! E che notti!...
Un paio di queste notti egli le aveva passate a Monte Donato entro
una profonda cava di gesso abbandonata. Era abbastanza riparato dal
freddo e al sicuro; ma giù in fondo fra i crepacci colava gorgogliando
una maledetta acqua lamentosa, in cui parevagli di sentire dei _de
profundis_ e dei rantoli di gente scannata.... Un’altra notte egli
l’aveva passata lungo il Rio Stregone, nei prati della Bora. Quel
rio che scende da Monte Paderno, famoso fino dai tempi medievali pei
convegni delle streghe, quei prati paurosi dove i contadini dicono che
s’incontra di notte uno stendardo nero, il quale sta ritto e si muove
senza che si veda mai alcuno che lo porti, guidando una processione
invisibile di anime in pena.... E Guermanetto, balbettando, giurava
di averlo veduto coi suoi occhi quell’orribile stendardo nero; ed era
caduto in deliquio per la gran paura e non si era riavuto che a giorno
alto, coi raggi del sole sulla fronte.
E concluse così il suo lungo discorso:
— Meglio la galera che quell’inferno di vita! In fondo, di che possono
incolparmi!... Credevo si trattasse d’una buona bastonatura e ho dato io
la prima bastonata per far piacere al mugnaio.... In tutto il resto non
c’entro e non ci voglio entrare!
Tutti gli astanti assentirono alle sue parole; e rassicurarono che guai
troppo seri egli non aveva a temerne.
Ma quando si fu al momento della partenza, la commozione prese
visibilmente l’animo di tutti; e tutti, compresa la moglie del medico,
vollero abbracciare Guermanetto, il quale lasciava fare più che non
corrispondesse, coll’aria di un bimbo carezzato e complimentato il
giorno della sua cresima.
Salì insieme coi carabinieri sulla vecchia carrozza sconquassata, che
noi seguimmo sempre cogli occhi fino a che la perdemmo di vista, in
quella pallida allegrezza di una serena mattinata d’inverno, rimanendo
poi tutti costernati e lungamente silenziosi. La moglie del medico fu
prima a rompere il silenzio:
— Povero Guermanetto!... Sento che non lo rivedremo più....
E davvero il povero Guermanetto non l’abbiamo mai più riveduto. Erano
venuti da poco gli Austriaci con la famosa _legge stataria_; e in
materia di sentenze capitali tiravano a far presto, per infondere,
dicevasi, un salutare timore. Interrogato se egli aveva menato il
primo colpo nell’omicidio di Giacomo della Zena, detto il _Signorone_,
rispose di sì.... Chi sa che nell’animo suo non abbia potuto, anche una
volta, perfino più che l’istinto della difesa della vita, la soggezione
di Andrea il mugnaio, che gli sedeva legato al fianco e gli andava
parlando sottovoce?... Fatto sta che, insieme con costui, Guermanetto
venne condannato a morte; e lo fucilarono pochi giorni dopo nei prati
di Caprara.
Alcuni del paese che venivano dall’aver assistito all’esecuzione,
assicurarono che gli Austriaci avevano fucilato un uomo già morto di
paura.