Mi ricordo bene di lui, quantunque dall’ultima volta che lo vidi sieno
passati dei lustri, ahimè parecchi! e io fossi molto ragazzo.
Era un bel giovinotto con una campanella d’oro ai due orecchi,
come ancora usava nelle nostre campagne; era alto, svelto, biondo e
ricciuto. Aveva gli occhi d’un turchino chiaro, sempre un po’ spiritati
e mobilissimi. Alla mobilità degli occhi rispondeva tutta la persona.
Non aveva posa mai ed era sempre in giro ora per questo ora per quello,
comandato da tutti, pronto, obbediente, sottomesso agli ordini di
tutti.
Nella vecchia osteria del Palazzaccio faceva, occorrendo, ogni sorta
di mestieri. Era cuoco, guattero, tavoleggiante, stalliere, cocchiere.
Con la stessa buona voglia e la stessa pazienza, vegliava per lunghe
ore i bambini della ostessa o scozzonava un cavallaccio viziato o
seguiva i cacciatori del paese portando i fucili, le munizioni e la
sporta per la colazione. Coi cacciatori faceva anche da cane; e correva
come un bracco tutta una mattinata su e giù pei boschi e per le forre
di Sabbiuno e di Roncrio aiutando a levare un branco di pernici o a
trovare la pesta di una lepre. Circa alla mercede egli si rimetteva
sempre; e se dopo tante fatiche, invece di mancie, erano contumelie
o burle scellerate, non si ribellava mai. Accettava tutto dalla mano
di Dio e degli uomini, come se quello fosse un destino a cui egli
doveva rassegnarsi! Tutt’al più se ne lagnava qualche volta da sè solo
piagnucolando e picchiandosi coi pugni la testa, a guisa di un bimbo
stizzito e malcontento di sè.
Ma al primo comando era di nuovo in gamba, lesto come un capriolo e
contento, a vederlo, come una pasqua.
In sostanza Guermanetto era un pover’uomo, nato per servire. Il senso
della soggezione e della sottomissione lo dominava in modo che ogni
forza della sua volontà ne rimaneva annichilita. Avvezzo fino da
ragazzo ad essere comandato da tutti, a tutte l’ore e in ogni maniera
di servizi, s’era per tempo assuefatto a vedere un padrone in ognuno.
Non tutti però erano padroni a un modo per lui. Vivevano due persone
che a’ suoi occhi rappresentavano tutto quello che può avere di
più temuto l’autorità umana; ed erano Andrea il mugnaio del Pero e
Annibalino il proprietario del vasto e vecchio caseggiato che conteneva
l’osteria e le dava il nome. Per costoro, due capi scarichi, abbastanza
danarosi, bevitori celebri, bastonatori insigni e, a tempo avanzato,
dilettanti di contrabbando sul confine toscano, per costoro, dico, la
servitù di Guermanetto non aveva limiti. Essa pigliava, nella umiltà
dell’animo suo, tutte le forme possibili; andava dalla paura vilissima
alla tenerezza e all’entusiasmo devoto. Bastava che uno dei due lo
guardasse un po’ di traverso e gli dicesse una parolaccia per fargli
perdere la testa e riempirlo di sgomento; ma se gli facevano il viso
allegro o gli allungavano un bicchiere di vino accompagnato da un cenno
benevolo, a Guermanetto pareva di toccare il cielo. Diventava allegro,
burlone, spavaldo e, piacendo a que’ due, perfino coraggioso.
Sì, Guermanetto diventava anche coraggioso; o meglio, in virtù di
quello stimolo esterno, si risvegliava dentro di lui un senso di
coraggio vero, che era in lui per natura e che le sue consuetudini
servili tenevano addormentato. Egli, a un tratto, tirava fuori il suo
coraggio come un soldato sguaina la sua spada al comando del superiore.
Fatto sta che i due sozi se l’erano preso a compagno in più d’una
rissa ed egli aveva sempre ricambiato quell’onore, grande ed ambito,
attaccando il primo, ritirandosi l’ultimo, e menando le mani come
un paladino. Essi poi in premio lo regalavano di qualche misurata
parola d’encomio e lo conducevano con loro a cena, dove in ultimo gli
mettevano del sale nel vino, causa di una sbornia che gli durava due
giorni.
Gliene facevano d’ogni colore. Un giorno il mugnaio Andrea e Annibalino
il proprietario lo fecero salire con loro in barroccino e s’avviarono
di buon trotto verso il confine toscano, senza dirgli parola nè della
meta nè della ragione del viaggio. Giunti un paio di miglia sopra
Pianoro, ordinarono a Guermanetto di scendere e di sedersi sulla
spalletta di un piccolo ponte. Allora Andrea, con quell’accento
imperioso che non ammetteva replica:
— Bada, Guermanetto; tu devi rimanere qui seduto ad aspettarci fino al
nostro ritorno, che non sappiamo se sarà presto o tardi. Guai a te se
ti muovi!
Guermanetto accennò di sì col capo, e i due sozi via di carriera.
Andavano per un piccolo contrabbando di cappelli di paglia di Firenze,
e sapendo che da Pianoro a Bologna la strada provinciale era meno
sicura per la vigilanza dei finanzieri, divisavano, al ritorno, di
levare il contrabbando dal barroccino, caricarlo sulle spalle di
Guermanetto e così per le scorciatoie interne, farlo giungere in
luogo sicuro verso la città. Ma al contrabbando si opposero ostacoli
impreveduti e bisognò rinunziarvi. I due sozi allora, tanto per non
aver fatto il viaggio inutilmente, proseguirono fino all’osteria delle
Filigare e là, trovato il crocchio solito degli amici, si misero a bere
e a giocare.
Bevi e gioca, le ore passarono allegramente e non fu più discorso di
ritornare se non il giorno dopo. — Intanto Guermanetto seduto sulla
spalletta del ponte aspettava. Aspettava silenzioso ed immobile,
con gli occhi sempre fermi alla voltata della strada onde doveva
spuntare la testa del cavallo d’Andrea. Ma le ore passavano e quella
benedetta testa non si vedeva. Venne la fame co’ suoi tormenti;
calò la notte colla sua tristezza, il freddo, la stanchezza, il
dormiveglia tormentoso, la paura orribile dei morti; sull’alba un
pesante acquazzone di maggio lo investì, lo inzuppò, finì d’assiderarlo
e d’estenuarlo. Ma Guermanetto fermo al suo posto. _Guai a te se ti
muovi_! gli aveva detto Andrea; ed egli ripensava il volto, l’occhiata
e il tono di voce che avevano accompagnato le parole. Si sentiva
la forza di morire, non quella di muoversi di lì.... I due amici,
ritornando la sera dopo, sul tardi, allegrissimi per il vino bevuto
e per i denari vinti, trovarono Guermanetto disteso come un povero
cane sulla spalletta del ponte, più morto che vivo. — Lo caricarono
attraverso il barroccino, e giunti al Palazzaccio, a stento, con
minestre e vino caldo poterono farlo rinvenire.