— Sai — proseguì il padrone — che questi signori ti chiamano Galatea?
— O che vuol dire?...
— Vuol dire — saltò su l’addetto d’ambasciata — che è inutile venire
da lontano apposta per vederti; vuol dire che scappi sempre via e, quel
che è peggio,... senza gittare la mela.
L’addetto era superbo d’avere così completata la sua citazione
virgiliana. Gli amici diedero in un lungo scoppio di risa. La ragazza
si sentì punzecchiata.
— Ma che mela mi va mai _melando_ lei!... Se vuol fare con me a’
proverbi, la metto subito in un sacco. Sa lei quello che dice l’acqua?
“Se non corro sempre, mi ammalo.„
— Brava! — esclamarono in coro. E avrebbero ben voluto che il dialogo
continuasse; ma la Luisa, come per dar ragione al suo denominatore, con
una brusca voltata di spalle era già uscita dal salotto, rapida come
v’era entrata....
E così, contenendosi in quella maniera, la Luisa era riuscita a farsi
nella casa una condizione di vita, che poteva dirsi invidiabile. Tutti
le volevano bene e la rispettavano; anche perchè, in origine, il primo
pizzicotto datole a un braccio da uno stalliere era stato seguito
subito da uno schiaffo formidabile....
Parlava e rideva con tutti; ma senza indugiarsi mai con alcuno dieci
minuti di seguito. Volevano trattenerla con pettegolezzi di cucina
e di scuderia o con propositi galanti? Senza dire neanche — scusate!
— tirava diritto canterellando; e di lì a qualche minuto la sua voce
argentina veniva giù da una stanza del secondo piano, o si udiva in
lontananza dall’orto o dal lavatoio.
Come aveva imparato così bene a fuggir via colei?... Galatea!
S’alzava coll’alba, e tutto il giorno era infaticabile alle faccende
di casa. La notte si coricava l’ultima e voleva che prima tutto fosse a
posto. In mezzo a tutti quegli uomini, essa, unica donna, era la buona
provvidenza, con l’ago e le cesoie per attributi; e a tutti rendeva
servigi, non permettendo nemmeno che la ringraziassero. Avevano finito
col temerla e obbedirla tutti senza accorgersene. Quella torma d’uomini
e di bestie aveva trovato una padrona.
E Luisa era felice?... Aveva venti anni!... Qualche volta in mezzo
alle sue faccende, anche lei, poveretta, si vedeva passare dinanzi
agli occhi un sogno di giovinezza; e mentre la visione passava, si
sentiva come lambire la fronte da una carezza leggera; e un soffio di
vita calda e inquieta si sentiva scorrere per le floride membra. La sua
gagliarda giovinezza espandeva in quell’ambiente tranquillo e uniforme
le sue forze lussureggianti, come una pianta di limone che è messa a
crescere in un vaso troppo piccolo, spinge le radici contro le pareti e
pericola di spezzarle....
Ma in quei momenti Luisa raddoppiava il da fare e tagliava anche più di
corto con la gente e fuggiva più lesta e cantava più forte.
Della sua infanzia passata in riva al mare, aveva conservate certe
canzonette malinconiche e la passione del bagno. Nei pomeriggi
estivi, quasi ogni giorno, essa prendeva dalla guardaroba un lenzuolo
bianchissimo, acconciandoselo al capo e traendoselo dietro come un
manto da regina; e andava al lavatoio posto a settentrione dietro
la casa, dietro gli alberi del giardino, e nascosto metà da questi,
metà da una fila di vecchi giunchi piantati in riva all’acqua. Là
si spogliava e si bagnava un’ora, come una ninfa antica, sicura
e tranquilla del fatto suo. Intanto tutti gli uomini erano alle
loro faccende; ma, dato ancora che qualcuno si trovasse per
combinazione intorno a casa, a nessuno poteva venir l’idea indiscreta
d’approssimarsi. Almeno questo era il convincimento di Luisa.
Una volta però, mentre faceva le viste di nuotare in quel brevissimo
tratto d’acqua correndo col pensiero alla spiaggia dell’Adriatico,
sentì nel prato vicino il galoppo di un cavallo che approssimava. Alzò
un poco la testa e guardò fra i giunchi. Era Gyms, il capo _trainer_,
che veniva innanzi diritto, proprio verso il lavatoio, galoppando con
l’aria distratta. Si avvicinò tanto, che già Luisa vedeva la sua testa
sormontare le cime dei giunchi. Allora mandò un grido. L’inglese le
rispose con un — _oh!_ — che avrebbe potuto voler dire tante cose.
Sferzò il cavallo a sinistra e si allontanò.
L’aveva egli veduta?...
Gyms era un giovanotto di media statura, di membra gagliarde, coi
capelli biondi e sempre studiosamente pettinati, il viso freddo e
gentile. Godeva già d’un bel nome nelle scuderie italiane; era stimato
e temuto da tutto il personale di servizio come il padrone e forse più.
Anche Luisa sentiva verso di lui una certa deferenza; ed era l’unica
persona della famiglia con cui trattasse da pari a pari.
Quand’egli era fuori di casa, essa qualche volta entrava nella sua
stanza e notava volentieri che non era ricca di mobili ed elegante
come quella del padrone, ma pulita e propria, all’incirca, come quella
dei forestieri. Sopra il capezzale ammirava una bella fotografia: il
ritratto della madre di Gyms, che aveva tutta l’aria d’una vera signora
inglese. Sul tavolino accanto al letto, stavano due grossi volumi
rilegati in pelle scura e filetti d’oro. Erano il _Paradiso perduto_ e
la _Bibbia_. Luisa non capiva naturalmente una parola d’inglese, ma si
fermava qualche volta a sfogliare i volumi e a guardare le incisioni. E
intanto con la mente giovanile fantasticava....