La miracolosa corrispondenza dei suoni continuò. Per la gente che
abitava il palazzo, e che, in causa dei sordini, non udiva altro suono
che quello del pianoforte, il fatto fu accolto come un buon segnale
della migliorata salute della fanciulla. Per il giovine parve l’ultimo
termine de’ suoi desiderii e non cercava altro. Si chiudeva nella sua
stanza e vi rimaneva tutto il tempo che avea disponibile, sonando
Beethoven e aspettando la risposta. Questa gli veniva quasi sempre
verso sera, e consisteva in uno dei pezzi eseguiti dal violinista lungo
la giornata; il pezzo che a lui era parso più bello degli altri e in
cui egli aveva messo, forse, più sentimento di adorazione e più forza
di desiderio.
E la relazione dei due giovani rimase là. In tutto il rimanente la
stessa separazione assoluta. Non un biglietto nè un cenno nè un saluto;
mai nulla.
D’altra parte il violinista avea bisogno, per vivere, d’esercitare la
sua professione. Andava per le case a dar qualche misera lezione, e
sonava nelle chiese.
Quando giunse l’autunno, fu scritturato nell’orchestra del Comunale.
Soltanto due volte vide la fanciulla nel suo palco di famiglia,
in second’ordine; sempre col visino pallido e l’aria sofferente e
malinconiosa. Mostrava di non accorgersi quasi affatto delle persone
che venivano in palco e d’essere attentissima alla musica. Tutte due
le volte, a mezzo della serata, i suoi occhi, un momento, si volsero
all’orchestra e fissarono il giovine violinista che tremò nella sua
sedia sotto quello sguardo. Poi si ritrassero lentamente, dolcemente,
con una espressione di rinuncia rassegnata e triste.... Al domani,
il messaggio d’amore del violino fu più lungo; e la risposta parve al
giovine più appassionata.
Verso la metà di carnevale il violinista accettò di essere direttore
d’una piccola orchestra per due balli che la marchesa X*** avrebbe
dati, invitando specialmente le amiche di sua figlia, uscita di poco
dal collegio.
Abbisognava un vestito nero, ma egli, poveretto, non lo aveva! Allora
mise in mezzo il vecchio portiere, il quale la sera del primo ballo,
gli portò in camera un vestito completo “da società„ comprato con poche
lire. Il _frack_ era troppo lungo per la statura del giovine, ma il
vestito, nel suo insieme, poteva passare. Egli si annodò con cura la
cravatta bianca, prese sotto il braccio il suo violino chiuso nella
busta, e andò.
Gli avevano preparato uno sgabello su cui sovrastava alquanto alla
piccola orchestra e dominava la sala, rimanendo assai bene in vista, in
quell’appartamento signorile pieno di luce e fragrante di fiori. Nella
sala grande, verso le dieci ore, erano già adunate molte signorine
delle famiglie più ricche e aristocratiche della città. Alcune potevano
dirsi ancora delle bimbe.
La voglia di ballare essendo in tutte grandissima, verso le undici
il ballo era molto bene incamminato; e già alle ragazzine cominciava
a mescolarsi qualche mamma giovine. Il direttore della piccola
orchestra eseguiva i balli migliori del repertorio in voga. Dirigeva
e sonava, facendo spiccare briosamente nel concerto la bella voce
del suo Guarnieri. La contessina R*** fece notare alle sue amiche che
avevano per direttore d’orchestra un bel giovane bruno. Le ragazze lo
guardarono un poco con simpatia; ma qualcuna rise del suo abito troppo
lungo.
A un tratto, si propagò per la sala un moto di curiosità, e molti occhi
si volsero verso una delle porte d’ingresso.
— Hanno fatto il miracolo! — disse al vicino una vecchia signora. Una
giovinetta, alzandosi in punta di piedi, aggiunse: — Ecco finalmente la
Principessa invisibile!
Il direttore d’orchestra impallidì.
Intanto, al braccio del padrone di casa, appariva la signorina del
vecchio palazzo. Alta e sottile, nel suo abito bianco, col suo incedere
lento e gli sguardi raccolti, pareva che entrasse non a una festa da
ballo ma in chiesa. Gli uomini, per la massima parte, la giudicarono
distintamente bella.
Dopo alcuni minuti le fu presentato un bel giovine di maniere assai
eleganti; e si mise a ballare con lui. Finiti i giri del _valtzer_,
egli le si sedette vicino, studiandosi a farla parlare. Non pareva
facile, ma di tanto in tanto riusciva; e riuscì anche a farla
sorridere.
Aveva essa avvertita la presenza del violinista? Sì; egli n’era
convinto, lo sentiva.... Perchè dunque essa non gli volgeva gli occhi,
mai?
Il giovane attese un poco; poi cominciò a sentirsi dentro una vaga
inquietudine, poi una grande impazienza, e a breve andare un vero
spasimo intollerabile.... Insieme allo spasimo delle idee strane, come
dei guizzi ardenti, cominciarono ad attraversargli il cervello.... Per
esempio, avrebbe voluto interrompere a mezzo la suonata e andarsene; o
gli veniva una voglia secca di sbattere il violino contro il leggìo;
o di saltare dal suo alto sgabello in mezzo alla sala.... Ma intanto
il ballo procedeva inesorabilmente e a lui toccava di sonare.... E
sonava, sonava di tutta forza!... La sua fronte s’imperlava di sudore,
e dei momenti pareva che il braccio e le dita gli si irrigidissero,
mentre, agonizzando di desiderio, aspettava sempre dalla fanciulla una
occhiata, che non arrivava mai!...
Venne ancora la volta di sonare un _valtzer_. Era un _valtzer_ di
Giovanni Strauss, briosissimo pel ritmo e a fondo malinconico; uno di
quelli che Giorgio Sand disse nati da un misterioso amplesso del dolore
e della letizia.
La bianca giovinetta lo ballava col suo solito cavaliere e pareva
ogni tanto che quell’esile personcina, tra la folla delle coppie,
volteggiasse leggera leggera, abbandonandosi tutta alle braccia del
giovane.... Intanto il violino del direttore cantava con una voce così
sorprendente che il resto della piccola orchestra era come ridotto
a mezza voce. Gli astanti dovettero, per forza, occuparsi di questo
straordinario esecutore di balli; e osservarono il giovane che, ritto
sullo sgabello e pallido come un morto, dava dentro al suo violino con
delle arcate superbe.
Guardavano tutti, ma la giovinetta non guardava. Se non che, verso
la fine del _valtzer_, mentre il ritmo incalzava, mentre la voce
nervosa del primo violino pareva che tentasse di lanciarsi a sonorità
impossibili, nel silenzio della sala, sul fruscìo strisciato e
cadenzato dei piedi, s’intese uno strappo secco.... Il cantino dello
strumento del direttore s’era spezzato. La giovinetta, a quel punto,
ebbe un tremito per tutto il corpo, si fermò in tronco, e fissò i
grandi occhi sul violinista....
Il suo cavaliere la condusse verso un divano; e appena seduta essa
disse, con voce appena intelligibile, di non sentirsi bene. Di lì a un
quarto d’ora aveva abbandonato la festa.
La quale, non ostante, continuò in piena allegria. Al tocco, principiò
il _cotillon_ e alle tre il ballo era finito. Il direttore d’orchestra,
a malgrado de’ complimenti e degli inviti, non volle rimanere a cena
con gli altri sonatori, adducendo a scusa la sua grande stanchezza.
Chiuso nel suo pastrano e tremando pel freddo egli girò lungamente per
la città, a caso, sotto i portici silenziosi; e rientrò nel palazzo
solo verso le cinque. Giunto nella sua camera gittò il violino sul
letto e si mise alla finestra. La notte era rigida e serena, con la
Luna che volta al tramonto, illuminava tuttavia un pezzo del cortile e
della galleria, lasciando il resto nell’ombra fredda. Il giovane, coi
gomiti sul davanzale e la testa fra le mani, guardava nel cortile e
piangeva delle lagrime silenziose....