Chi l’ha visto e non se ne ricorda? La sala del Comunale di Bologna
poco prima delle otto di sera si riempiva di gente sollecita, seria
e quasi grave. Molti avevano sotto il braccio un grosso volume; una
vera stranezza questa, nella nostra vita teatrale. Perfino le signore
entravano nei loro palchetti e si assidevano sul davanti silenziose,
con una certa aria composta ad aspettazione solenne. Platea, scanni,
poltrone, palchi, “Barcacce„ tutto affollato. Ognuno era già al suo
posto. Gli uomini quasi tutti in falda e cravatta bianca, le signore
scollate e quasi tutte elegantissime.
In quei dieci minuti d’attesa, la sala del Bibbiena sonava d’un
ronzio contenuto e profondo, che dava idea d’un gigantesco alveare.
Su nell’alto loggione scappava ogni tanto un brontolìo più rude, una
risata, un grido. Ma era l’affare d’un momento.
L’orologio del teatro segna in punto le otto; e nella sala s’è fatto
subitamente un silenzio completo. Ecco: Angelo Mariani è salito al suo
scanno di direttore; gira lentamente a destra e a sinistra la sua bella
testa chiomata; accenna con un sorriso calmo a Camillo Casarini che dal
suo palco sindacale gli risponde con un sorriso nervoso: e attacca in
orchestra il preludio.... Un coro di angeli cala lentamente dagli alti
cieli e restituisce alla terra la Coppa miracolosa in cui il Salvatore
consacrò il vino nell’ultima cena con gli Apostoli....
Il sipario è già alzato. Enrico l’Uccellatore espone i motivi della sua
venuta al popolo di Brabante, alle dame e ai baroni adunati sulle verdi
sponde della Schelda.
La giovane contessa ***, bellezza bionda, passionata e superba, è
nel suo palchetto di primo ordine, a sinistra, molto verso la bocca
d’opera. Guarda la scena col _libretto_ in mano ed ha seduto in faccia
un vecchio maestro di musica, tutto attento a voltare le pagine dello
spartito collocato fra i due sul damasco del parapetto. Il marito non
è con lei. Il marito era da un pezzo wagneriano convinto, ardente e
battagliero; e si era apparecchiato a quella prima rappresentazione
come ad un duello, passando sul pianoforte ogni giorno, per delle
ore di seguito, lo spartito, discutendo al Club con gli amici per
combattere e dissipare le prevenzioni sfavorevoli. La moglie, buona
musicista anch’essa, lo seguiva in questo suo entusiasmo, ma non in
tutto, com’egli avrebbe voluto.
La contessa si lagnava e s’impazientiva qualche volta delle frequenti
astruserie e delle lungaggini dello spartito; aveva dei dubbi, faceva
le sue riserve. In conclusione, aspettava d’assistere proprio alla
esecuzione compiuta della scena e capiva che solamente allora si
sarebbe sentita in grado di pronunciare il suo giudizio definitivo....
— Va bene, aspetta dunque d’aver sentita l’opera in teatro; ma bada
di non perdere una nota. Almeno le prime sere bisognerebbe proibire
le visite. Io, a buon conto, poichè non voglio nè distrarre nè essere
distratto, ho già comprata una poltrona e sarò solo tutta la sera col
mio spartito sulle ginocchia.
Difatti il conte sedeva in una poltrona verso il termine della fila,
dal lato opposto al palco della moglie.
Intanto il primo atto dell’opera va innanzi. Telramondo ha finito il
suo racconto calunnioso; Elsa chiamata a scolparsi dell’accusa di
fratricidio, entra a passo lento tutta assorta nella sua visione e
narra il sogno del suo bel campione consolatore. Il _Giudizio di Dio_
omai è deciso; e un araldo con voce tonante domanda se v’ha qualcuno
che voglia entrare in campo per Elsa di Brabante, contro l’uomo che
accusa. Dopo il primo appello, il secondo; e nessuno si presenta....
L’orchestra esprime i fremiti dell’angosciosa aspettazione. Elsa,
nel fervore della sua fede, lancia una preghiera a cui si uniscono,
inginocchiandosi, le donne con grida e gesti supplichevoli. A un tratto
una luce meravigliosa tremula dal fondo e balena sulle acque del fiume,
a cui tutti si voltano attoniti, estatici, atterriti, gridando al
miracolo:
_Chi vien? Chi vien? Quale arcano portento!_
Finalmente Egli giunge, ritto sulla navicella tirata dal candido cigno,
e indi a poco si mostra sulla verde sponda del fiume tutto chiuso nella
sua bella armatura d’argento; giunge l’invocato, l’atteso, il cavaliero
del San Gral, splendido e tranquillo come una apparizione celeste!
La musica saliva per tutti i gradi della potenza descrittiva e
appassionante, e pareva che imprimesse una strana, una fulminea forza
di ascensione all’anime degli spettatori. La sala era come piena di
lampeggiamenti elettrici. Quelli del pubblico che stavano seduti si
trovarono in piedi di scatto senza avvedersene; e da tutte le parti
del teatro scoppiò un plauso, un grido continuato e insistente,
col quale tutti, artisti e profani, wagneriani e anti-wagneriani,
esprimevano e mescolavano nella stessa dilettosa corrente lo stupore e
l’ammirazione....
Angelo Mariani marcò l’ultima battuta del pezzo, crollando fieramente
il capo come un leone vittorioso; poi si voltò, pallido e sorridente, a
ringraziare il pubblico.
Non è a dire se il conte wagneriano era rapito dalla musica e lieto
del successo. Tutte le sue facoltà nuotavano come in un fluido di
appagamenti deliziosi. Quel trionfo di Wagner e degli interpreti
era un poco anche trionfo suo. Lo sentiva e n’era beato. — Che gioia
incontrarsi dopo due ore al Club, faccia a faccia cogli increduli, coi
diffidenti, cogli oppositori, e poterli confondere con la eloquenza di
un semplice: ebbene?!...
Quando in fondo alla scena comparve Lohengrin, gli sembrò che tutta
l’anima gli si condensasse negli orecchi e negli occhi. Eppure un
pensiero venne subitamente a mettersi come di traverso a quella sua
attenzione così intensa; e si voltò per vedere sua moglie. Quante
volte, discorrendo dell’opera o passando al pianoforte lo spartito,
le aveva ripetuto: — Sentirai a questo punto! O bisogna essere dei
cretini, o bisogna urlare. — Lo vinse quindi una voglia irresistibile
di leggere sul volto della bella contessa le commozioni tante volte
pronosticate.
Guardò sua moglie, ma essa non guardava la scena.... Strano! Non
guardava nemmeno allo spartito.... La contessa era sempre seduta di
fronte alla bocca d’opera, ma piegava recisamente tutta la testa e
la voltava in su, arrotondando un poco il collo candido e slanciato.
I grandi occhi neri erano anch’essi voltati in su e guardavano
fissamente, dando a tutta la faccia l’espressione elegante e spirituale
di certe teste femminili di Guido. Era pallida, immobile; salvo che il
petto, nettamente contornato dal _corsage_ di velluto nero guernito di
trine, si vedeva mosso da un respiro frequente e vivace.... Il marito
volle cogliere la direzione di quello sguardo e gli parve di verificare
che andava diritto, come un filo luminoso, a finire in terz’ordine,
tra il palco n. 16, e il palco n. 18. I tre palchi occupati dalla
“Barcaccia„ di cui egli era socio....
Si sentì correre per le vene un rimescolamento sinistro. Perchè, mentre
duemila teste erano tutte intente verso la scena, solo la testa di sua
moglie era voltata altrove?... Chi guardava? Chi poteva attrarla così,
in quel momento solenne dell’opera?... Chi era più potente di Wagner,
della musica, della curiosità femminile?... A chi _sacrificava tutto
questo_, in quel punto, sua moglie?... Spinse gli occhi avidamente
verso la “Barcaccia„ ma per la posizione in cui era non potè vedere
alcuno. Vide appena le due lenti di un binoccolo sporto un poco
avanti e puntato verso il palco della contessa.... Inutile pensare
a collocarsi più oltre per veder meglio. Con quel po’ po’ di piena
il conte si vedeva serrato nella sua poltrona come una pipa nel suo
astuccio. E dovè rassegnarsi ad attendere.
Ma appena terminato l’atto, si precipitò nel palchetto e gittò al
terz’ordine un’occhiata da falco. La “Barcaccia„ era vuota. I soci,
come al solito, s’erano sparsi per i palchi o si erano ritirati nella
retrosala a fumare e a far commenti sullo spettacolo e sul pubblico.
Allora, sempre ritto in piedi, guardò sua moglie, che, levando verso
di lui la sua bella faccia stanca, gli ripeteva con voce fioca e
carezzevole: — Immenso! Immenso!
— E l’arrivo del Cigno?
— Immenso!
Il conte si morse il labbro inferiore; poi s’abbandonò a sedere vicino
a lei, com’uomo stanco e sbalordito d’entusiasmo musicale.
Durante il resto dell’opera, la contessa *** fu attentissima. Leggeva
il libretto, riscontrava col vecchio maestro i punti più singolari
della musica sullo spartito, esclamava, applaudiva.
Invece il conte nella sua poltrona tutta la sera non fu più visto
voltare una pagina dello spartito e guardava innanzi a sè con occhi
da smemorato. Un forte armeggio facevano i pensieri dentro il suo
cervello; gli pulsavano le tempie e tratto tratto si sentiva la faccia
fredda di sudore.
Che era avvenuto? Sua moglie non era più quella di prima?...
Dopo un primo mulinello confuso d’idee, d’ipotesi e di congetture, la
mente diede luogo ad un lavoro un po’ più ordinato.
E cominciò la ricerca dell’_uomo_. Il conte passò ad uno ad uno in
rassegna i suoi amici, i suoi conoscenti, gli amici e i conoscenti
della moglie, le amiche, le case delle amiche, i viaggi fatti insieme,
le assenze sue da Bologna.... Nulla che dèsse presa ad un sospetto
ragionevole! La contessa aveva sempre condotto una vita irreprensibile;
e mai l’ombra di un sospetto era passata sopra la loro felicità. Appena
ella mostrava di compiacersi degli omaggi resi alla sua bellezza;
e s’anche non fosse stata virtuosa, la sua alterezza aristocratica
avrebbe fatto la guardia alla sua virtù. Un tempo, quando era ragazza,
s’era bisbigliato di una passioncella romantica per il figlio minore
del marchese D***, un amico d’infanzia; ma furono voci vaghe e senza
costrutto. L’amico d’infanzia da parecchi anni era andato ufficiale
di marina e non s’erano quasi più visti. E poi dov’era ora l’amico
d’infanzia? A Bologna no certo. Forse al Chilì!...
Ad onta di tutte queste considerazioni rassicuranti, il conte aveva
sempre dinanzi alla fantasia la testa e gli occhi di sua moglie voltati
in su, verso la “Barcaccia„ e proprio al momento dell’arrivo del
Cigno....
All’uscire di teatro, l’aria fresca della notte lo riscosse un poco;
e gli parve di sentirsi più tranquillo. Aiutò la contessa a salire in
carrozza e le disse, ridendo, che passava al Club, a fumare uno sigaro
e “a godere del suo trionfo.„ Quando entrò, la sala era piena di soci
che parlavano a quattro, a sei alla volta, commentando lo spettacolo,
disputando sull’opera e pronunciando i soliti apoftegmi musicali.
Appena lo videro gli furono intorno in dieci o dodici. Qualcuno gli
espresse il suo entusiasmo, qualcuno si diede per vinto, qualcuno
sottilizzò in distinzioni per coprire la propria disfatta.
Tutta l’anima del conte s’espandeva nel suo wagneriano trionfo. Dopo
dieci minuti egli aveva riconquistata la sua gaiezza, il suo brio, la
sua formidabile parlantina di polemista musicomane.... All’improvviso
sente una voce: — Non mi conosci più? — Si volta, e squadra da capo a
piedi un giovanotto alto con la cèra abbronzata, la barba a ventaglio,
gli occhi scintillanti e assai distinto nella eleganza del suo abito da
società. Era “l’amico d’infanzia!„
L’amico d’infanzia che non era altrimenti al Chilì, ma invece a Napoli;
che non aveva voluto mancare alla prima del _Lohengrin_ e si proponeva
finalmente di passare a casa sua un due mesi e mezzo di permesso....
Le chiacchiere per Bologna dopo un mese furono molte. Si disse perfino
che il conte li aveva sorpresi _in flagrante_ ed ucciso senz’altro
l’ufficiale di marina. Poi si parlò di un duello all’americana, poi di
separazioni e d’altre cose simili. Finalmente un bel giorno si seppe
che il conte e la contessa erano partiti insieme per un lungo viaggio.
Non ritornarono che dopo due anni, in apparenza benissimo fra loro;
ma fu subito notato che ognuno conduceva la vita per conto suo, il più
allegramente che poteva.
_(17 novembre 1882)_
Il _Lohengrin_ si ridà al Comunale. Ma sono trascorsi undici anni ed
è passata di molt’acqua sotto ai ponti. È morto Camillo Casarini, è
morto Angiolo Mariani, è morto il giovane uffiziale di marina. Anche la
nostra giovinezza è morta.
Non sono ancora le otto, e il teatro è già pieno e quasi affollato
come undici anni fa. Arrivano le signore, ma sono meno silenziose.
La contessa *** è nel suo solito palco seduta in faccia alla bocca
d’opera. Suo marito non lo vedo in palco e nemmeno nella fila delle
poltrone. Molti sostengono che la contessa è ancora una bella donna, e
parecchi giovinetti le fanno vistosamente la corte; ma sono trascorsi
undici anni ed è passata di molt’acqua sotto ai ponti....
Seduto in “Barcaccia„ io mi diverto a guardarla, riandando in fantasia
i tempi e i casi trascorsi. Sono curioso di vedere se, all’arrivo del
Cigno, la potenza di un ricordo la indurrà a voltare la testa in su,
verso di noi.... Ma no. Quando balena la luce nel fondo e le prime
sezioni del coro cominciano a cantare:
_Chi vien? Chi vien? Qual arcano portento!_
ella reclina la testa come gravata di subita stanchezza; e rimane così
fino al termine dell’atto.
Vi ricordate, signora, vi ricordate?