Tre antichi cipressi, piantati a distanza eguale come per formare un
triangolo, alti e nerissimi contro l’aria della notte, incoronano la
cima. E giù per l’ampia distesa vagamente ondulata della collina, si
svolge e si adagia la bella vigna, tutta lussurreggiante di tralci e di
polloni, ricca per i suoi grappoli maturi che qua e là si travedono nel
fogliame.
Il vecchio contadino, che sta a guardia dell’uva, siede innanzi alla
capannuccia di frasche secche, con l’innocuo fucile appoggiato a uno
dei cipressi, fumando la pipa.
La vigna discende giù fino al torrente fiancheggiato da vecchi alberi
di giunco; poi risale e veste co’ bei filari allineati tutto il pendìo
dell’altra collinetta che mi sta di faccia, terminata in alto da una
folta siepe di biancospino.
Vanno per l’aria serena delle canzoni lente, amorose, con delle
modulazioni e delle cadenze melanconiche. Di là da quella siepe i
contadini, uomini e donne, seduti in largo semicerchio, sfogliano
il frumentone e cantano e canteranno sempre fino a che il lavoro non
sia finito.... Nei brevi intervalli del canto, mi giungono il fruscìo
della sfogliatura e i colpi secchi delle pannocchie monde, che gli
spannocchieri e le spannocchiatrici lanciano allegramente al di sopra
delle foglie, ammucchiate dinanzi a loro. Le pannocchie vanno a cadere
in mezzo all’aia pulita e vi disegnano un grand’arco giallo.
Per la vigna, in alto e in basso, ogni tanto passano come dei brividi
d’aria fresca; i polloni più alti si dondolano sussurrando, i tralci
si curvano uno verso l’altro, i grappoli si baciano fra loro; forse
discorrono.... Guardo la Luna che vien su dalle alture di Ciagnano e
di Settefonti. È la grande Luna rossa d’agosto, che illumina ancora
le notti di settembre col suo disco enorme; e pare una faccia umana
e animata; la Luna che su questi stessi colli, tanti secoli fa, gli
Etruschi temettero e adorarono. I suoi primi raggi, interrotti ancora
dalle forre della montagna, calano obliqui sulla vigna e gittano nella
mobilità del largo fogliame delle chiazze luminose e tremolanti,
variate e disfatte ogni momento da inquiete figure d’ombre che
passano....
Il vento della notte si mette a soffiare più forte; e dai pali
sbattuti, dalle viti piegate, dai tralci, dalle foglie, dai grappoli
viene su un miscuglio di rumori, che a momenti paiono un tumulto
lontano di voci vive, gridanti alla rinfusa.
.... Ancora pochi giorni, e per tutti questi bei filari passerà la
vendemmia. I grappoli neri e bianchi verranno pigiati nei tini, il
mosto fermentato entrerà nelle botti; poi il vino puro e generoso andrà
per il mondo, entrerà nei corpi di tanta gente e il vapore salirà ai
cervelli.... Chi può dire la potenza che adesso dorme silenziosa entro
un grappolo d’alicanto o di moscato o di canajolo? — Nel mondo greco
Giove avea vinto Saturno, ma dovette piegare dinanzi alla vittoria di
Dioniso, il giovane Dio dal sorriso ambiguo, dai fianchi tondeggianti,
dai capelli biondi e intrecciati come una femmina. Il flauto lidio
ruppe le corde alla lira dorica e co’ suoi toni affascinanti dominò
la religione nei misteri occulti, diresse le orgie esultanti sotto
l’occhio del Sole. E una nuova poesia si sprigionò dai petti anelanti
e un nuovo fervore scaldò le menti cercatrici della parola che viene
dall’anima delle cose....
L’Ebrezza! Ma che cosa è mai questo nuovo e misterioso coefficiente che
gli uomini hanno il potere di inocularsi volontariamente, aggiungendolo
ai proprii sensi come una forza nuova di sensibilità, allacciandolo
allo spirito come le due piccole ali che cingevano i piedi a
Mercurio?... Guardate: essa è come un salto repentino con cui la
Psiche umana balza in uno stato diverso dal consueto. Il senso intimo
dell’essere, l’aspetto del mondo, la fisonomia e il valore della Vita
cangiano a un tratto per il suo incantesimo. È ascensione o discesa? È
forza o debolezza? È liberazione o servitù?... L’Ebrezza è forse come
l’iride, che ha la tinta e la sfumatura di tutti i colori. — Dalla
blanda caldezza cerebrale in cui lampeggiò l’estro divino d’un poeta,
all’istupidimento del briaco che cade sotto la tavola: dalla incipiente
e dolce eccitazione nervosa, che nella donna inspira la pietà e l’amore
e nell’uomo la generosità e l’eroismo, al furore brutale che scatena
l’orgia svergognata nei bordelli e fa trarre i coltelli nelle taverne:
dai sogni pieni di brio confidente e di consolazione, vaporanti da
un bicchiere prelibato, alle cupe visioni e agli atroci spasimi del
delirio alcoolico, che tormenta e ammazza.... quale immensa distesa
di episodi umani attraverso la vita, attraverso la storia, e tutti
derivanti dal medesimo principio!... Nelle chiese e nelle reggie,
dentro ai palazzi e dentro ai tuguri, per le piazze e per gli ospedali,
nel consorzio e nella vita solinga, dovunque vive questa povera
schiatta umana avida di sensazioni, bisognosa di sonno e di oblio, che
diramazione smisurata e fantasticamente varia di effetti futuri! E come
sono tutti collegati a questa pianta che ora verdeggia tranquilla sulla
collina, a questi grappoli che ora finiscono di maturare in silenzio e
brillano sotto la Luna!
E dopo tutto: quando è che può veramente dirsi degli uomini che essi
sono bene in cervello? Chi ci porge la verità? È nella regola o nella
eccezione che si trova la saggezza?... Salomone, il re savio, ha
scritto: “date del vino a coloro che sono oppressi dalla fatica e a
coloro che vivono nell’amaritudine del loro cuore.„
.... Il mio intanto è divorato da una lunga afflizione tormentosa!...
Io guardo la bella vigna distesa sotto i miei occhi e penso che tutto
un mondo di sensazioni e di energie, di eccitamenti, d’estri e di
immagini, tutto uno stato dell’animo, tutto un aspetto della Vita e —
chi sa?! — forse il più forte e il più felice, mi è duramente conteso
da una curiosa condizione del mio organismo.
O bella baccante cantata da Euripide, che giaci seminuda col capo
cinto di nebridi sacre, invano tu balzeresti da terra mandando il grido
del Dio che ti possiede e m’inviteresti a seguirti alla montagna per
mescolarmi con te alla festa di Bromio! Perchè dovrei io seguirti?...
O allegri bevitori della taverna d’Averbach, cantati da Goethe, come
brilla il vin del Reno nei vostri bicchieri e come sono pazze le
vostre canzoni! Ben poterono Faust e Mefistofele sedersi invitati alla
vostra tavola ospitale. Io no. Per voi, allegri bevitori renani, la mia
calamità sarebbe considerata come un difetto spregevole. Sono un povero
Astemio....
Ma perchè non posso anch’io bere del vino? Perchè questa “parte
di Sole„ che scende a imprigionarsi nei grappoli, non può essere
assimilata anche da me e circolare nel mio sangue e giocondarlo? Perchè
esso, “la letizia degli uomini e di Dio„ com’è chiamato dal Salmista,
— appena mi tocca le labbra, e le mie nari sentono il suo odore —
un senso di dolorosa repugnanza si solleva da tutto il mio essere?
Astemio!... Onesta parola mi suona come una umiliazione e una condanna;
e io mi rodo dentro e provo un fremito di rivolta, figgendo gli occhi
sulla vigna.
.... E su dal torrente, nell’aria interposta fra le due colline, si
alzano e si muovono delle figure, confuse da prima, e che via via si
rendono più distinte e chiare nel lume argenteo della Luna.... È una
gran folla silenziosa, una folla varia e bizzarra di gente di tutte
le epoche e di tutti i paesi, vestita di tutte le foggie. E vedo
che tutti bevono facendo un gesto di beatitudine.... I sacerdoti nei
camici bianchi e nelle lucenti dalmatiche alzano con solennità i calici
d’oro; i poeti, con l’alloro in testa e gli occhi scintillanti, fanno
il gesto di brindare in grandi nappi d’argento coronati di rose....
Ai sacerdoti, ai poeti, ai guerrieri de’ tempi andati veggo che si
uniscono allegramente delle belle donnine, vestite all’ultima moda,
eleganti e spigliate.... Esse si accostano ridendo agli uomini antichi;
toccano i calici coi lunghi bicchieri spumanti, toccano le patere
antiche, e gittano indietro le teste graziose come già prese da un
principio di ebrietà.... Da tutte le parti il vino brilla, spuma, si
riversa dagli orli spandendosi a torno in allegri zampilli.... Vino
bianco, nero, color d’ambra, color di rubino, color d’ametista: vino,
vino, vino dovunque si posano avidamente i miei occhi.... O Tantalo,
Tantalo!... Dopo breve ora quella moltitudine comincia ad essere più
animata, i volti più accesi, i gesti più audaci e più ditirambici....
Alcuni pochi, data un’ultima libazione, si lasciano andar giù come
persone vinte dal sonno e scompaiono nel fondo; ma la gran massa
è sempre più infervorata nel bere.... E il bere non le basta più.
Principiano i corpi a dondolarsi e le gambe a muoversi ritmicamente.
Un gran ballo incomincia.... Tutti si muovono, aerei e silenziosi,
senza indizio di musica. Forse una musica c’è, ma non arriva al mio
orecchio; forse il ritmo della danza l’ha ognuno nei nervi e nel
sangue; un ritmo interiore che sempre cresce e rinforza, perchè i
movimenti si fanno sempre più rapidi, sempre più concitati.... Come
ondeggiano soavemente le moderne figure femminili! Che ardore, che
gioia, che abbandono beato in quelle strane coppie danzanti!... Il
cerchio del ballo di mano in mano si allarga, si allarga, avvicinandosi
a me.... Ecco che nella sua grande orbita esso arriva quasi a lambire
il ciglio delle due colline.... I danzatori mi passano sempre più
vicino con rapidità vertiginosa; parmi di sentire il loro anelito
caldo.... i capelli odorosi e svolazzanti delle donne quasi mi sfiorano
il viso.... Alcune mi gittano passando una occhiata lucente.... Oh
anch’io, anch’io!... Dovessi morire subito dopo, voglio per una volta
sentire in me la divina Ebrezza, vivere un’ora entro questo circolo
incantato, mescolarmi, e sia pure per un minuto solo, a questa danza
felice!... Che è?... Mentre stavo per lanciarmi disperatamente in mezzo
al vortice, vedo che alcune coppie si separano e si scompigliano;... la
danza par che abbia trovato un intoppo; si arresta, si scioglie.... E
io mi veggo dinanzi un argine di persone che mi sbarrano il passo e mi
atterriscono. Tutti hanno il volto corrucciato e mi guardano con occhi
ostili.... Le donne torcono la faccia disdegnando e sogghignando.... I
sacerdoti protendono le braccia verso di me come in atto d’anatema. E
per la prima volta da quella gran folla taciturna esce un coro di voci:
_Via di qua l’Astemio!_... È terribile!... Poi delle braccia di bronzo
mi urtano il petto; ed io cado riverso.
. . . . . . .
Sogno o visione, dev’essere durato un pezzo. Mi levo su da terra
con le membra indolenzite pel freddo della notte. Non odo più il
canto degli spannocchiatori; il guardiano dell’uva dorme; la Luna è
prossima a tramontare.... La bella vigna, la vigna maledetta si adagia
placidamente sulla collina; e i tre cipressi gittano la lunga ombra
funerea sui tralci e i grappoli....