Il casellante della ferrovia, mio buon amico, legge tranquillamente,
al rezzo, nella calda ora, così come può, le notizie della guerra. Una
contadina giovane gli sta, sopra, attenta. Altre sopraggiungono: due
lattaie; l'una quasi titanica ed incinta; l'altra ancor giovinetta. Ci
salutiamo. Sto a sentire anch'io. Saint-Quintin, 26 agosto, telefonato
dalla frontiera il 30...» San-Quintino? Nome perduto, giù, nella
storia. Vittoria di S. Quintino, 1597! Emanuele Filiberto! Sentir
parlare di S. Quintino, mi fa l'effetto di vedere Emanuele Filiberto
vivo. E così Longwy; così le Argonne; così Verdun (_Udite udite, o
cittadini, ieri Verdun all'inimico aprì le porte_); così le Ardenne,
che tanto amai in te, o Boiardo, incantatore divino; così la Mosa,
così Acquisgrana (_O Mosa errante, o tepidi lavacri d'Acquisgrano_)....
Risarà, tutto quello che fu, come dice il poeta.
Anche il Sacro Impero Germanico risarà, se la va avanti così!
Ma ben mi accorgo che quei nomi, quei titoli rappresentano enigmi
enormi, misteri di cose ignote; e così i titoli, _Di bivacco in
vivacco, Anversa la nuova Israele_...
_Le donne violate_. Questo è più facile. Il cantoniere ha già letto e
racconta per conto suo con molto vivace parola: «Un povero vecchio,
come impazzito dal dolore, è stato costretto a presenziare allo
strazio della propria figlia ventenne, fatto nella sua abitazione da
un drappello di soldati tedeschi. Erano costoro circa una ventina e
nessuno di essi volle rinunziare agli esperimenti barbarici ecc.».
— E se vengono qui i tedeschi, faranno lo stesso? — chiede una donna.
Il cantoniere ci si diverte, e assicura di sì.
Un piccolo terrore invade le donne (in questi giorni s'udiva sulle
acque del mare venire il rombo del cannone. Da Pola? Una cosa fievole;
ma come uno scotimento feroce dell'aria).
Interrogano me. Anch'io dico di sì.
La giovinetta chiede: Ma lo possono fare?
— Non capite — spiega il cantoniere alle donne — che i soldati tedeschi
hanno mano regia dai loro superiori...?
Un piccolo sorriso succede al piccolo terrore. Dice la donna titanica e
incinta: — Se fossero trenta e quaranta soltanto, i tedeschi, io me li
sbatto. Basterebbe che dopo non mi ammazzassero.
Anche l'altra donna si dichiara capace di tanto. Ma almeno, dopo,
dessero un bacio. — Ora ridono. — Se fossero — spiega poi a me la donna
— quelle signore civiline..., ma noi siamo più burrascose. Mi capisce,
nevvero?
La giovinetta nulla dice. Sorride.
* * *
I giornali della sera (_Corriere_, _Secolo_) annunziano d'urgenza
che i Tedeschi sono a Compiègne: ottanta chilometri da Parigi. È uno
smarrimento. È finita! Ma tutti sentono che non soltanto per la Francia
è finita; ma anche per noi.
Nessuno più si faceva illusione su possibili vittorie francesi,
ma così presto...! E le fortezze? E gli eserciti? Che cosa è
successo in Francia? Che cosa succederà? Nel '70, Parigi resistette
tutto l'inverno. Sì, ma vero è che nel '70 i Prussiani potevano
tranquillamente attendere. La preda era certa: bastava bloccarla! Ora
no! Il tempo urge. Questa è la guerra del tempo. Perciò nessuna attesa,
nessuna pietà.
* * *
Parigi, Parigi! Le donne di Francia non hanno più belletto! Esse che
sono così «civiline!». Altro seme vi feconderà?
* * *
All'osteria, la sera, al lume della lampada acetilene, quattro
«proletari» giocano tranquillamente a tresette.
— Adesso, con la guerra — dice l'oste — tutti hanno perso la testa. Si
stava così bene prima....
(Già, si stava così bene prima: bere vino, partite a tresette, un po'
di sciopero ogni tanto, e guerra ai signori).
— Abbasso le armi e viva la pace! — esclama uno, possibile richiamato.
— I signori fanno adesso la loro guerra, ma verrà il giorno che noi
faremo la nostra!
Cerco di dimostrare che anche i signori oggi non stanno bene. Leggo:
_Due banchieri di Bruxelles, ostaggi per il pagamento dei 200 milioni_.
— Ci sta ben bene ai signori — dice un calzolaio senza degnare di
voltarsi. — Busso e striscio... Noi siamo proletari!
* * *
1 Settembre. Quella dolce e buona signora M*** è disperata. Suo
figliuolo — lei è vedova ed ha quel figlio solo — vuol partire per
la guerra. — Non mi è scappato due anni fa quando ci fu la guerra tra
il Montenegro e la Turchia? Per fortuna me lo fermarono a Bari... Lo
persuada lei; ha tanta soggezione di lei....
E stamane, alle otto e mezzo, mentre attendo il treno che porta i
giornali, quel caro figliuolo mi è venuto incontro.
È il più mite giovane che si possa pensare: forse ha un po' del
semplice, cioè è un ragazzo che ha alcune idee semplici.
Gli dico: — Dunque lei vuole andare alla guerra?
— Sì, primo reggimento degli Ussari della Morte. Rimango un po'
intontito.
— Ma non è lei italiano?
— Sì, italiano, — ma, secondo lui, l'Italia deve marciare con le sue
alleate, e siccome l'Italia non si muove, andrà lui. E poi odia i
Russi, ed ama il Kaiser da lui conosciuto personalmente nel libro di
Ernesto Gagliardi (Guglielmo II, fatti, parole, carattere); e poi gli
Ussari della Morte sono all'avanguardia delle più pericolose scorrerie.
Spargono il terrore! Poi un popolo che l'Imperatore chiama alla
guerra e vanno tutti, è bello. Merita un aiuto. — Crede — mi domanda
trepidando — che i Cosacchi vadano a Berlino?
Non rispondo. Lo guardo. Dunque anche tu, fanciullo dagli occhi dolci,
sei nato con un odio nel cuore? Vivere per spargere il terrore? Del
resto quanti, fra quei cavalieri tremendi che portano sul casco la
morte fra due ossi incrociati, non sono che fanciulli con un piccolo
odio germogliato nel cuore.
* * *
Esodo dei bagnanti: gran folla in partenza alla piccola stazione:
giorno puro, estivo. Ecco il giornale: gli uomini afferrano,
dispiegano; leggono i grandi titoli, i dispacci. Notizie incerte,
oggi. Tu hai promesso, o Renato, di non tornare più a Bellaria se non
porterai novelle più felici per la nobile Francia. Ah, non ti vedrò
allora più, Renato Serra!
Il piccolo treno è ripartito e la gente defluisce dalla stazione. Due
belle donne erette, in accappatoio, mi strisciano col fianco adiposo.
Una dice all'altra: «Che bella giornata! Che bellezza, che bellezza,
che bellezza!» L'altra dice: «Vedrai come ce la godiamo bene ora che
c'è poca gente! Sai? Quest'anno dicono che con la guerra non verrà mica
la moda da Parigi!» «Davvero?»
È mortificante! Il contatto di questo essere pingue, la donna, fa
rabbrividire, fa dimenticare anche la guerra! Non so: le donne mi
sembrano oggi più rigogliose, più erte: come fusti di pioppe. Mentre
noi chiniamo il capo sotto la maledizione immane, lei ride!
* * *
Il _giornale d'Italia_ ha una lettera del Sergi. Deve essere vecchio
questo illustre professore. La sua voce ha accompagnato la mia
giovinezza e ne conservo un'impressione di intollerabile fastidio.
Deve anche lui, già da tempo, avere scritto qualche cosa, in nome della
scienza, su la _Decadenza latina_. Argomento di moda! Ma i Tedeschi son
gente seria, e ci prendono sul serio, che diamine! Deve avere anche
lui, il prof. Giuseppe Sergi, aver scritto qualche cosa, in nome di
Lombroso e della scienza, contro il Leopardi: «la scienza assicura
questo, la scienza vieta quest'altro; chi non è fisiologicamente
allegro, come vuole la scienza, chi dubita dei felici destini del
genere umano, sarà collocato da noi nelle tavole degli squilibrati, dei
paranoici, dei malati, come questo infelice maniaco e monocorde poeta,
Giacomo Leopardi».
Confessiamo la nostra viltà: il timore di apparire nelle tavole dei
mistici, dei pazzi, dei delinquenti, come si vede nei libri di Cesare
Lombroso, mi rese assai timido ed allora vestii il mio pensiero di un
tenue sorriso. Ognuno si difende coi mezzi che ha.
Ed ora, strano! il prof. Sergi scrive una lunga lettera di protesta
contro la distruzione di Louvain; e vi sono queste parole: _La
guerra europea che ora si combatte, ci mostra che l'uomo è sempre
barbaro, anche quando ha una cultura superiore. I Tedeschi, nessun lo
nega, sono maestri nella scienza, nell'arte, nell'amministrazione,
nell'educazione, ma hanno rivelato che tutta la cultura non ha
umanizzato l'uomo._
Ma non disse tutto questo Santo Francesco a frate Leone, quel dì che
per la neve andavano da Perugia a Santa Maria degli Angeli? «O Frate
Leone, pecorella di Dio, benchè il frate minore parli con lingua
d'angelo e sappia i corsi delle stelle, e le virtù delle erbe, e gli
fossero rivelati tutti i tesori della terra, e conoscesse le virtù
degli uccelli, e dei pesci, e di tutti gli animali, e degli uomini,
e degli alberi, e delle pietre, e delle radici, e delle acque — cioè
benchè l'uomo fosse scienziato di ogni scienza, ricco di ogni ricchezza
— scrivi che non è in ciò perfetta letizia».
E leggevo con passione il mirabile fiore di quelle leggende, nella
scuola, fra l'immenso stupore. Ma lo stupore cadde, e le rivedo ancora
tutte le facce dei miei allievi del Politecnico, improvvisamente
spalancarsi e, dal silenzio, scoppiare in un'immensa risata: tutta una
parete di teste che ridevano, fin su, agli ultimi banchi. Rivedo la
scena dopo tanti anni.
— Ma era un pazzo, san Francesco! — disse in fine uno studente, con
voce pietosa come se anch'io, lettore, precipitassi in quella follia.
— Lo dice il Lombroso, infatti, ma non è ben dimostrato.
* * *
2 Settembre. Bombe da aereoplani su Parigi. _Die Taube_, la colomba che
getta bombe! _La ville lumière, il cervello del mondo_, era ridicolo.
Una lezione se la meritava la Francia, ma le bombe — avviso...., ma
l'oltraggio di avvertire Parigi con bombe giù dai _Tauben_... Meglio i
mortai!
Strano! _Die Taube_, la colomba. La colomba che semina strage. Pare il
simbolo della nostra anima con l'etichetta umanitaria e pacifica, che
esplode.
Scriverà d'Annunzio un'altra canzone sul _Corriere della sera_? Ah, se
è vero — come celiando spesso asserivano i miei cari amici e colleghi —
che in me è un po' d'anima reazionaria, dovrei gioire ora dei colpi di
lancia e di _Taube_, inferti nel tuo nobile corpo, o Francia!
E perchè tanta tristezza mi vince?
* * *
In terza pagina l'_Avanti!_ ha un articolo del prof. Giovanni Zibordi:
_Il socialismo italiano e il socialismo europeo._ Il semplicismo di
questa prosa è implacabile come una vignetta a base di scheletri dello
Scalarini. Dire: _guerra a nessun patto nemmeno contro l'invasore_,
è un'idea buddista, un'idea tolstoiana, mi pare: e sta bene. Ma
l'insistere nell'affermare che questa immane guerra non è altro che
la guerra borghese contro il proletariato è..., è intollerabile.
Noi sappiamo che vi sono molti pescicani orribili fra i borghesi; ma
sappiamo anche che fra i proletari vi sono molti e orribili uomini,
indegni pur di procrear prole.
Via! Anche i preti, che dividono gli uomini in due categorie, o tutti
in inferno o tutti in paradiso, hanno sentito che questa partizione
assoluta era deficiente, ed hanno creato il purgatorio! Volete essere
più preti dei preti?
* * *
Un gruppo di giovanotti scamiciati (due fiaccherai, il garzone del
macellaio, un facchino ecc.) sdraiati alquanto liberamente sui cuscini
d'una vettura ferma, vedono la testata dell'_Avanti!_ che sto leggendo.
Uno mi interpella: — Be', come va questa guerra? Ci saremo fra poco
anche noi?
— I Tedeschi sono a Parigi... — rispondo.
Lo sanno, e perciò domandano: — E verranno anche qui?
Chi lo sa?
Ho pronunciato una frase imprudente. Colpa la lettura dell'_Avanti!_ Ho
detto: — Se anche verranno, per voialtri non andrà mai male; andrà male
per noi.
— Come sarebbe a dire?
Bisognò spiegare: — Se lì, nelle scritte, invece di esserci, _Regio
Governo Italiano_, ci fosse scritto, _Kaiserlich-Königliche Regierung_,
a voi cosa vi fa? Quando il grano, quando il vino fosse a quel prezzo,
quando corresse il denaro, quando le vostre leghe andassero avanti
bene, a voi che cosa vi fa?
Io ho parlato mitemente, senza amarezza, senza ironia: una pura
constatazione.
Pensano un po'. Uno abbocca e dice: — Ah, per me è lo stesso.
Dice uno: — Vuol dire allora che l'andrà male pei signori.
— Anche per i signori andrà lo stesso. Faranno i loro affari,
viaggeranno sulle loro automobili....
Scattò il fiaccheraio: — Ah! i signori che viaggiano sui cuscini rossi
delle automobili, che ci buttano tutta quella polvere negli occhi...,
che fanno la mattina una spesa che il mercato non basta mai...
— Disprezzate i cuscini rossi delle automobili, disprezzate i
milioni di Torlonia, (è il paragone, qui, delle favolose ricchezze),
disprezzate la superfluità della vita, disprezzate le pietanze
delicate, e sarete superiori ai signori...
Devo aver detto queste parole con calore, perchè restano un po'
pensosi. Uno dice additandomi: — Non vedi lui come è vestito? (Scalzo
e senza colletto).
Ma il fiaccheraio, bizzarro, viso da salapuzio, obbietta e dice: —
Ma le donne tutte in ghingherli, le belle donne dei signori come si
possono avere senza soldi? A noi non ci guardano nemmeno....
— Ma non avete le vostre donne?
— Nere come la madonna di Loreto, buone a fetare come i conigli, e poi
puzzano di pesce. Vogliamo anche noi le donne bianche con l'odor della
cipria e che non facciano tanti figli...
Scoppia una risata. Io non so che rispondere: la donna, l'eterno
lievito! Il fiaccheraio esemplifica con eloquenza zoliana. Ma il
macellaio, più serio, gli impone silenzio. — Sta zitto tu, brutto
matto! Lascialo parlare! — E a me domanda: — E allora per chi l'andrà
male?
«Per me, per noi che siamo i veri signori!» Ma in verità non so
spiegarmi. Dico soltanto: — Per me...
— Già — dice il macellaio che ha capito —, lui vuol dire, o ignoranti,
che io, o tedeschi o italiani, seguiterò lo stesso ad ammazzare le
bestie. Ma lui è impiegato del Governo, e può darsi che perda il posto.
Ah, in verità, v'è un altro posto, un altro capitale ben più prezioso
che si può perdere!
* * *
Lunedì, 7 Settembre.
Prego il postino, un buon uomo che ha aggiunto alla naturale semplicità
un po' di conoscenza dell'alfabeto, di cambiarmi un assegno della Banca
d'Italia.
— La Posta non cambia.
Lo sapevo: ma lo domandai di progetto.
— Perchè?
Risponde gravemente come ammaestrandomi: — Perchè non si fa niente nel
mondo senza interesse!
Eppure i Romani scrissero _che l'acqua e il fuoco si devono dare
gratuitamente_. Oh, buon postino, v'è chi dice che non sei istruito
abbastanza. Ma tu sei stato all'università. Romagna, Romagna, se perdi
quel poco di generosità e di _charitas_ che ancora possiedi, che ti
rimarrà?
* * *
— È vero che si fa la pace? — mi chiede il salumiere. Ha letto il
titolo del giornale, che ha lì sul banco. Lo compera per l'occasione,
ma gli ci vuol troppo tempo, a leggerlo, e poi libri e giornali van
bene per i pensionati o per quelli — come me — che non hanno niente da
fare. Ad ogni modo ha letto: «I Governi inglese, francese e russo si
impegnano mutuamente a non concludere la pace separatamente durante la
guerra attuale.»
È la guerra terribile, senza fine, senza quartiere. La Francia è
l'incudine su cui Russia ed Inghilterra batteranno il tremendo ferro
teutonico. Oh, non mai così vera la voce del poeta: _Perchè viva la
Francia, oggi si muore!_
Il dottore ammette che il Kaiser passerà qualche notte insonne.
Il grande Stato Maggiore Tedesco ha preveduto tutto: forse non ha
preveduto che avrebbe offeso l'anima del mondo.
* * *
Non ho voglia di far dell'ironia. Germania! Non amabile Germania; ma
ammirabile e, in tante cose, inimitabile Germania! Dicono che oggi
s'è americanizzata, che è stata presa dal fasto all'americana. Ma il
Reno scorre ancora al lume della luna; la Foresta Nera è ancora piena
di leggende; vi sono ancora sui muri e nelle volontà tanti _verboten_
che fanno contrappeso ai nostri: _facite chillo che vulite, e chi
se ne frega?_ I suoi giovani — occhi azzurri — hanno un orgoglio
nazionale immenso, questo l'ho veduto e lo so, ma hanno anche un
sorriso facile, aperto! Germania! Sì, anche la feudale Germania del
Kaiser, mi pareva che avesse una missione nel mondo. Dirò di più:
guardando giù nella storia, ho sempre sostato davanti al mausoleo del
grande ostrogoto Teodorico. Gli ultimi re Longobardi mi sono apparsi
eroici e magnifici e mi sarebbe parso bene che essi avessero potuto
dare unità all'Italia e fonder le stirpi. Ma Federico Secondo di
Svevia, il gran Federico, mi parve, nell'Evo Medio, luce di civiltà
in cui il genio latino e germanico si confondessero. E perchè no? Il
Kaiser che sosta meditabondo davanti alle desolate ruine di Castel
del Monte, il castello di Federico, mi si adombrava come un nobile
cavaliere emergente dal flutto di queste scomposte nostre democrazie.
Ho ammirato le pazienti ricostruzioni dei suoi dotti ed archeologi
ma senza entusiasmi. Anzi quando, io giovanetto, sentivo dire, per
indicare celebrità vera «noto anche nella dotta Germania», provavo un
senso di dignità offesa. Ma quando un occhialuto della dotta Germania
entrava in una nostra biblioteca, che reverenza! Non ho mai capito
quello che ripetevano i nostri dotti, «che il libero pensiero comincia
con Martin Lutero». Forse un po' prima! Ma, ripeto, ho sempre creduto
la Germania grande popolo ed organo ammirabile nella vita del mondo.
_Frisch, fromm, frei!_ Ma benissimo! _Fresco, pio, libero!_ È quello
che ci vuole. Sì, bravi Germani, rinfrescate, fate un po' religioso
questo nostro mondo di miscredenti a buon mercato, di scettici! Da noi
si deride la vostra disciplina perchè — dicono — è passiva; si esalta
la nostra riottosità perchè — dicono — è individualismo. Rinfrescate,
rinfrescate, o Germani!
Ma quale mostruosa deità era sotto il _frisch, fromm, frei_? Ma così da
divenire Germania, giogo e catena del mondo, no!
Ma oggi, oggi, v'è qualcosa che in me si ribella. Oggi i Germani
ripetono: _Noi temiamo Dio e nessun altro nel mondo._ Ebbene, no! E
se anche questo disse Bismark, Bismark lo dedusse dall'anima barbarica
degli Svevi, quando mandarono il messaggio a Cesare: _Noi temiamo Dio
e nessun altro nel mondo._ Questa orgogliosa sfida al mondo non può
avere corona di vittoria, perchè distruggerebbe la tua stessa civiltà,
o Germania. O vuol dire, o Germani, che secondo vostra filosofia
(Kant, Hegel, Marx, Bismark), tutto si risolve nella vostra coscienza,
che la vostra coscienza è il vostro Dio? che soltanto quella temete?
Immenso orgoglio allora, ma anche immensa debolezza, perchè l'uomo non
è il domatore della vita. Basta un po' di mal di pancia, un microbio
ostinato, a far perdere all'uomo-dio di Hegel tutta la sua divinità!
* * *