Lo rivedo ancora bene -- Svanòn -- nella penombra della memoria: alto,
massiccio, imponente quale un gigante a me bambino, e strano per gli
occhi chiari cilestri in contrasto con il viso bruno e i baffi e i
capelli neri. E ne ho precise in mente le parole, perspicue le
attitudini di quando la mia anima e la sua ebbero dalla sorte una
vicendevole tragica apprensione. Ma poco o nulla io ricordo dei suoi
modi con gli altri; non so se agli altri apparisse temibile come a me,
eppur buono; se con gli altri ridesse come con me quasi cedendo a una
giocondità improvvisa; se la dolcezza del suo sguardo fosse turbata
spesso, non fosse più di un fuggevole consenso alla debolezza e alla
letizia delle piccole creature.
Era, nella famiglia patriarcale, il secondo o terzogenito. Dei cinque
fratelli solo il più attempato aveva donna, con parecchi figliuoli
giovani già fatti, allorchè s'ammogliò il quintogenito, di cui non
rammento neppure il nome. Più che il nome -- Adalgisa -- rammento invece
della novella sposa: il sorriso che pareva splendere da tutta la sua
persona; un'imagine di luce nella oscura casa campestre, tra la
reggitora vecchia cadente, la cognata oppressa dalle faccende
famigliari, gli uomini rozzi. E nel campo, tra il verde...: così: la
scorgo, la Gisa, venir dal rio per la costa recando sul capo il cesto
della biancheria lavata e tenendolo con le braccia nude; la gonna rossa
sostenuta da un lato, alla cintola, per aver libero il passo, e una
gamba fin quasi a mezzo scoperta; i capelli biondi scomposti, e il sole
che pareva tutto per lei.
Quanto tempo era trascorso dal dì delle sue nozze a quello che lei
s'impresse così vivamente nella mia memoria puerile?
Forse non più di un anno.
***
Quel giorno avevo ottenuto il permesso d'andar con la Gisa al rio.
Lavando, cantava ad alta voce; ma nessuno udendola avrebbe dubitato
cantasse a voce tant'alta per essere udita lontano -- era lieta, era
bella --; nè a me bastava l'età della discrezione, a cui ero appena
giunto, per concepire tal dubbio allorchè, con un rumore di frondi
rimosse a un impeto, vidi arrivar Tito: Tito del Mulinetto, che veniva
qualche volta alla villa a giuocare alle bocce coi contadini.
Egli si adagiò su la riva mentre la donna sciacquava, in ginocchio su la
pietra, e io, al solito, lavoravo a scavar nella sabbia.
Discorrevano, ridevano. E mi stancavano. Mi spiacevano.
Forse antipatia di quel giovine ben diverso da Zvanòn, che se mi aveva
seco e non aveva altro da fare consentiva ai miei capricci? Per colui
invece era come io non esistessi. O me lo rendeva antipatico un arcano
presentimento?
Stanco, dissi alla donna:
-- Vado a casa.
Lei non voleva. Mi aveva in consegna, e dovevo restare. Minacciò, pregò.
Otto o nove mesi dopo, costretto a ripensare e a rievocare quanto mi
avvenne quel giorno (e ritenni in mente e in cuore per sempre) sentivo
un accento quasi di pianto nella sua preghiera di restar con lei, quasi
temesse, dal mio allontanarmi, un pericolo. Ma Tito non mi fè parola.
-- Sono stanco di star qui -- ripetei.
E scappai.
Oh non per correre a casa, come la donna credette! A mezza costa c'era
la pozza del vincheto; e mi venne voglia di un vincastro dalla rossa
scorza. Tra i vinchi d'intorno all'acqua componevano un folto le
vitalbe, i pruni, i biodi, le carici, sì che a penetrarvi non s'era
visti nemmeno da chi saliva per il sentiero alla volta della casa.
Entrai nel folto; girai alla parte opposta, dove m'invitava con belle
aste un vinco vecchio ma basso; mi arrampicai su quello. Raggiunto che
ebbi l'inforcatura del tronco, vi fermai i piedi e prima di staccare il
virgulto ambito mi volsi a guardare di là, arditamente pago della mia
prodezza. Vedevo lì giù, tra i pioppi, il rio; e la Gisa con l'uomo.
Essa, in piedi ora, porgeva a Tito, disceso a lei, i pannolini; e li
torcevano tenendoli l'una a una estremità e l'altro all'altra. Poi egli
li gettava indietro, su l'erba.
Infine, salirono alla riva.
Ed egli accostò il viso al bel viso.
E poco dopo, mentre stavo appiattato e seduto a sfogliare il virgulto,
scorsi tra il folto la donna che avanzava sola per il sentiero declive.
Aveva sul capo il cesto della biancheria lavata e lo reggeva con le
braccia nude: la gonna sollevata a un fianco, una gamba scoperta sin
quasi a mezza gamba; i capelli scomposti.
E il sole pareva tutto per lei.
Rimasi alla pozza perchè, mentre percuotevo l'acqua con l'asta a
sollevar spruzzi sfavillanti, ci avevo fatta una scoperta: di certi
pesciolini mai visti, a due zampe che parevano terminare in manine; col
capo tozzo, gli occhietti spalancati, con tutto il corpo tutto coda,
grosso e corto; la pelle scura, a macchie più scure. Brutti. Oh
prenderne almeno uno!...
Quand'ecco un rumore, una voce grossa.
-- Cosa fate qui?
Sobbalzai, mi volsi. Cedetti a Zvanòn, che mi afferrò un braccio e mi
scostò dall'acqua.
-- A rischio d'annegarvi! Allora sì, i vostri! -- sgridava.
Per scusarmi gli dissi:
-- Voglio uno di quei pesciolini.
E lui, severo:
-- Pesciolini? Ranocchini, sono; ranocchi non ancora fatti. Andiamo!
Tagliò i vimini per cui era venuto; si sospese dietro, alla stringa, il
pennato; mi prese, con la mano libera, la mano, e ripetè:
-- Andiamo!
E soggiunse, mentre andavamo: -- Lo dirò a vostra madre il rischio che
avete corso: di annegarvi nella pozza!
Cominciavo a persuadermi di aver commesso una marachella più grave delle
solite; e se di mia madre temevo più il dolore che i rimproveri, di mio
padre temevo il rimprovero più di qualsiasi castigo. Bisognava che
Zvanòn non dicesse nulla alla mamma; bisognava che egli dimenticasse il
mio fallo prima di giungere a casa. Ebbi, nell'ingenua scaltrezza di un
fanciullo settenne, l'idea di distrarlo dal pensiero di me con ciò che
vagamente sospettavo dovesse stupirlo; e gli dissi: -- Sai? Ho visto che
Tito del Mulinello ha dato un bacio alla Gisa.
Egli si fermò, di colpo; mi guardò negli occhi per sorprendervi la
verità. Un istante. Sentii, nell'istante, la sua anima apprendersi alla
mia; e n'ebbi tal pena che, non interrogato, confermai in fretta.
-- Sì sì: è vero!
Allora lui rise. Disse, come a darmi subito ragione del suo stupore
enorme:
-- Oh dunque non lo sapete, voi, che Tito è fratello della Gisa?
E riprendemmo la via.
-- Povero Tito! -- aggiunse Zvanòn dopo un tratto --. Deve tornar
soldato, fra poco. Non verrà più a giuocare alle bocce con noi.
Eravamo al sommo della costa; oramai a casa. E io dubitavo ancora;
temevo che Zvanòn mi conducesse dalla mamma. Ma un'altra idea mi
soccorse.
-- E le boccine di terra creta quando me le fai? Fammele, Zvanòn!
Tacque. Poi rispose:
-- Adesso adesso... Io lego i fasci di sterpaglia. Voi intanto
ammolirete la terra creta, e dopo faremo la fornacetta da cuocer le
palline.
Così io ottenni ch'egli dimenticasse d'accusarmi, ed egli dovè sperare
che non parlerei a nessuno di Tito e della Gisa, e di quel che avevo
visto.
***
Otto o nove mesi dopo, a Bologna, al pomeriggio di un giorno invernale,
una scampanellata mi fece correre prima della domestica ad aprir
l'uscio.
Zvanòn!
Non mi sorrise; non mi salutò; mi guardò. Un istante.
Ed ebbi di nuovo quell'impressione di pena, indefinibile, per me, se non
dicendo che l'anima sua si apprese, nell'istante, alla mia. Questa volta
però non era stupore in lui: angoscia. Ed era Zvanòn ed era un altro.
-- Cosa m'hai portato? -- gli chiesi timidamente.
Non rispose. Mi chiese:
-- Dov'è vostro padre?
La domestica lo condusse nello studio.
Indi a poco, da uno spiraglio, scorsi che mio padre usciva con il
contadino. E giacchè Zvanòn non era più lui, io intuii una sventura.
Infatti quando mio padre tornò... -- Ascoltavo palpitante dietro l'uscio
quel che diceva con la mamma --... Zvanòn aveva ammazzato con un colpo
della vanga dal lato del taglio, in litigio, per una cinquantina di
franchi che gli doveva -- perduti nel giuoco da Tito -- Tito del
Mulinetto!
Per una cinquantina di franchi che Tito aveva perduti al giuoco?
-- No no! -- fui per gridare in uno scoppio di pianto, e precipitarmi di
là, dai miei, e dire: -- Io lo so il vero perchè Zvanòn ha ammazzato
Tito!
Ero certo. Il lampo della verità aveva illuminata la mia mente non più
ingenua, come otto e nove mesi prima. Entrai in cucina. Dissi alla
donna:
-- Zvànon ha ammazzato Tito, con la vanga!
La vecchia domestica allibì. Non poteva credere. Conosceva da tanti anni
quella famiglia: galantuomini: gente di fede: cristiani. Impossibile!
-- Per una cinquantina di lire. Tito non gliele voleva dare... -- E
chiesi:
-- Tito non è il fratello della Gisa?
-- Ma che! -- fece la donna. Soggiunse: -- Povera Gisa! Avere per
cognato un assassino!
La vecchia non sospettava d'altro. Ma io sapevo perchè Zvanòn aveva
ammazzato Tito: Zvanòn che mio padre aveva accompagnato a costituirsi.
Ne ero certo. Quelle occhiate...
***
Ed io tacqui il mio segreto. Non ero forse complice del delitto?
Questa paura mi occupò tremenda. Pensavo: se io non mi fossi fermato
alla pozza dove c'erano i ranocchini non ancora fatti, e non avessi
voluto prenderne uno, e per prenderlo non avessi corso il rischio
d'annegare, Zvanòn non mi avrebbe minacciato d'un castigo e io non avrei
detto nulla a Zvanòn.
Zvanòn, no, non avrebbe ammazzato Tito! Certissimo. Quelle occhiate...
Di chi dunque la prima colpa?
Se io svelassi il mio segreto non metterebbero in prigione anche me: me
che avevo la mia mamma sempre malata, e non potevo darle tanto dolore, e
non potevo abbandonarla senza che io morissi? No, non dovevo dirglielo
il mio segreto, dirle la paura che mi occupava tremenda, senza che lei
patisse della mia stessa paura. In prigione il suo figliuolo, compagno
di un assassino!
Con tutti dovevo tacere. Con tutti!
Ma quel segreto era troppo più grande di me.
A scuola, chinavo improvvisamente il capo sul banco e piangevo.
-- Perchè piangi? -- mi domandavano i compagni, il maestro.
Rispondevo:
-- Non lo so.
E mi canzonavano perchè piangevo senza sapere il perchè.
***
Al processo Zvanòn ripetè quel che aveva detto a mio padre il dì che era
venuto per consiglio, e quel che aveva detto al procuratore del Re e a
tutti.
In litigio, acciecato dall'ira, aveva colpito, senza intenzione di
uccidere. Voleva essere pagato del debito; dei cinquanta franchi vinti
al giuoco.
Alla dimanda se fra lui e Tito del Mulinetto fossero stati precedenti
rancori o ci fossero altre cause di rancore, rispose: -- No.