SIMPATIA

Bontà e forza: con questo temperamento e carattere ce n'è ancora della

gente nelle nostre campagne; temperamento e carattere dell'italiano

pretto nel pensiero e nelle vene. Esempi? Eccone uno, assunto dalla più

umile verità.

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La guerra aveva fruttato insoliti guadagni anche a Leonardo Morini,

l'«ovarolo», ma aveva privato anche lui della sua pace. Fino a

settantadue anni era vissuto senza grossi guai; senza invidiare chi

aveva famiglia; contento della salute che gli permetteva d'andar in giro

a piedi per le campagne e ai mercati a guadagnar commerciando

onestamente; contento d'aver messo da parte qualche risparmio; contento

d'abitare solo e libero in una soffitta. Ma al mondo ci sono dei

misteri. Perchè fra tante case e cascine, che visitava da anni e anni,

non trovava differenza, e andando all'Olmello si sentiva un che nel

sangue, come se andasse da gente del sangue suo? Perchè fra tanti

ragazzi, che in quelle case e cascine s'era visti attorno in tanti anni,

non aveva fatto nessuna differenza e a Celso, il figlio della non bella

e piagnucolosa Assunta e d'un contadino tanghero quale Stefano

dell'Olmello, aveva preso a voler così bene? E perchè Celso fin da

bambino gli correva incontro con un lume negli occhi e con un sorriso

che per lui nessun altro bambino aveva mai avuto; un sorriso di

riconoscenza, quasi d'intimo riconoscimento? Perchè quando gli altri

ragazzi erano cresciuti ai suoi occhi nella giusta misura dell'età,

Celso gli era parso diventar così presto un bel giovine robusto, e più

bello e più robusto e sano di tutti gli altri?

E perchè al dispiacere e al compiacimento insieme di quando Celso era

andato soldato, gli era seguito in cuore un contrasto di tanta passione

quando la gran guerra scoppiò? Forse perchè era stato soldato lui pure e

aveva combattuto nel '59? O forse era una legge: la legge del mondo e

degli affetti umani imponeva che egli, che era figlio di nessuno e non

aveva voluto esser padre, cercasse nella creatura d'altri l'affezione

filiale che non aveva potuto provare, sentisse per la creatura d'altri

l'affezione paterna che non aveva potuto provare. O era piuttosto una

condanna, un castigo. L'egoismo d'una esistenza quasi intera doveva alla

fine essere scontato da affanni per amore di estranei, doveva risolversi

in una espansione di affetto che comprendesse tutti i sentimenti

ignorati.

In verità, allorchè il vecchio Leonardo, reggendo con un braccio il

cesto da riempire di uova e poggiandosi al bastone, curvo come se avesse

sulle spalle il peso della strada percorsa e volesse conquistare anche

col petto la strada da percorrere, a passi piccoli e frettolosi arrivava

all'Olmello, recava in cuore la tenerezza di un padre buono, la bontà di

una madre tenera, un'ansia fraterna, un desiderio di amico unico, una

cristiana voglia di confortare, un bisogno di consolarsi consolando.

-- Che nuove avete? -- chiedeva, rialzato il capo, fermo a mezzo

dell'aia.

Talvolta gli davan da leggere una lettera, gli mostravano una cartolina.

Non perciò egli s'allietava del tutto. Troppo l'infastidivano le

lamentele della madre e l'impenetrabile aspetto del padre. L'Assunta,

che donna! Non intendeva che la guerra era la guerra.

E Stefano taceva. Che uomo! Due parole in un'ora; e da ignorante. Pareva

avesse il figlio in un'impresa tenebrosa e le tenebre fossero entrate

nel petto a lui, dove gli altri ci hanno il cuore, o nella testa, dove

gli altri ci hanno il cervello.

-- No! -- pensava Leonardo. -- Un padre non dovrebbe essere di ghiaccio

o di macigno. No! Una madre non dovrebbe essere di ricotta. Che gente!

E si proponeva di non ricomparir all'Olmello prima che fossero passate

due o tre settimane e le galline avessero fatto assai ova. Vi tornava

invece dopo due o tre giorni. Ma se ne pentiva sempre; ripartiva sempre

con quell'uggia, quell'amarezza di un bene deluso, quel disgusto di non

essere compreso e di non poter ridurre pari al suo l'animo del padre

rude e della madre dolente.

***

Un brutto giorno, un giorno che la nebbia bagnava i panni addosso e

stillava dai rami, e i passeri, negli alberi, rabbrividavano sotto le

penne arruffate, Leonardo entrò nel campo da fuori della carraia. Co'

suoi passettini rapidi e il suo bastone, discese lungo il ciglio erboso

alla volta di Stefano che stava affondando il fosso. A vederlo, il

contadino attese, il piede sul vangile e le mani a sommo della vanga.

Perchè il vecchio non era andato in casa, prima, dalla donna? Ma il

contadino non mosse voce. Guardava senza anima manifesta, e aspettava. E

il vecchio col freddo nell'anima sorrise appena appena e disse:

-- In paese si discorre d'una gran battaglia.

Stefano aspettava immobile.

-- Si parla di molti feriti; di molti morti. Ma speriamo...

Poi Leonardo tacque.

Allora il padre chiese come non avesse udita l'ultima parola:

-- E lui?

-- Eh! Innanzi che si sappia che ne è stato, di Celso, se l'ha scappata,

come io spero, correrà un po' di tempo.

L'altro ebbe negli occhi un'accensione d'ira; ebbe uno sguardo bieco,

quasi di odio; ed esclamò forte:

-- Cosa siete dunque venuto a fare?

Cos'era venuto a fare? Leonardo non dubitò che il silenzio, lo sguardo,

la violenza mal repressa e la dimanda di colui significassero una

tremenda angoscia costretta in sè da una timidezza o da una energia

quasi selvaggia, esprimessero la pena di dover aspettare troppo a lungo

una notizia atroce. Pensò:

-- Che bestia!

Cosa era venuto a fare? Non lo sapeva chiaramente nemmeno lui, povero

vecchio, il perchè era accorso subito dal paese: era accorso perchè il

cuore l'aveva portato: ecco. Bisogna dirle, domandarle certe cose? Per

dare una parola di speranza, se non per riceverla, era venuto; per

prepararsi il cuore con loro, se mai...

E impermalito, Leonardo stava per rispondere: -- Non verrò più a

disturbarvi -- quando dall'alto del poggio (Stefano si era rimesso a

vangare) l'Assunta chiamò, invocò:

-- Leonardo! Leonardo!

Egli le andò incontro; sorridendo, al solito, disse:

-- Sì. C'è stata una battaglia. Ma -- aggiunse -- niente paura! Avete

avuto cattive nuove? No. Dunque...

La donna lo fissò prima di piangere; per l'apprensione improvvisa ebbe

negli occhi un insolito acume, e chiese:

-- Ne siete sicuro, ch'è salvo?

-- Sicuro del tutto..., oggi com'oggi...

E lei rompendo in singhiozzi, disperata, con la voce di chi impreca:

-- Ma allora, cosa siete venuto a fare?

***

Poichè dunque non s'intendevano; poichè lo rimproveravano invece di

ringraziarlo, Leonardo giurò, sul serio questa volta, che all'Olmello

non lo rivedrebbero più, se Celso non tornasse a casa.

E soffriva, il vecchio, a pensarci; e ci pensava sempre. Sperava. E

quando sperava, si immaginava Celso così lieto d'esser scampato alla

morte, così felice di riabbracciare i suoi, che non ne restava più, del

suo bene, per il vecchio amico. Nè il rancore e l'uggia gli cessarono

come si diffuse la voce che con parecchi morti del paese era rimasto

ferito Celso dell'Olmello.

E passò quasi un mese; e Celso gli scrisse lui, a Leonardo, che ormai

guarito del tutto veniva in licenza.

***

Il giorno che gli aveva scritto di tornare il vecchio andò alla stazione

per tempo, al mattino; e sì che il diretto che credeva porterebbe il

reduce arrivava a un'ora del pomeriggio! Essendo freddo, camminava su e

giù per il marciapiedi, fin che la mano gli si gelava sul bastone e

l'aria gli aveva tagliato abbastanza le orecchie.

Entrava allora nella sala d'aspetto a scaldarsi alla stufa. Ma non

potendo resistere al tanfo di chiuso, usciva di nuovo.

Passò un treno merci. S'arrestò, più tardi, un treno omnibus. E, dopo,

una tradotta. Da questa Leonardo vide scendere un soldato; poi non vide

più nulla perchè aveva visto che era lui. Nella sua mente confusa, nel

suo animo sbalordito fu come l'imminenza d'un destino che si compieva...

E a sentirsi dire: -- Voi qui, Leonardo? --, a sentirsi abbracciare, a

sentirsi chiedere: -- E i miei? --, tornò in sè ma non per rispondere:

per ridere, ridere di contentezza. Pareva ebbro.

Intanto alcuni conoscenti attorniavano il giovine, e mentre questi

scambiava qualche parola il vecchio si fe' largo, lo tirò per una

manica; e sollecitava:

-- Andiamo, Celso! A casa! Via!

Nè volle attraversare il paese.

-- Tua madre ha pianto tanto...; tuo padre... Bisogna andar subito a

casa! A casa! Via! Presto!

Per i campi, volle che andassero, soli, liberi. Felice!

E quando fu sicuro che nessuno glielo rapirebbe, Leonardo si fermò un

istante; alzò lo sguardo incontro allo sguardo del giovine; chiese:

-- E lassù?

Celso si mise a parlare della guerra; senza esagerazioni.

Ai Casetti, s'interruppe. Disse: -- Due salti, e vado a salutar la mia

bionda.

-- T'aspetto -- fece l'altro. E l'aspettò lì, al freddo, tossendo.

***

Ma a casa, quando arrivarono finalmente a casa, Leonardo ebbe la

rivelazione. Dal modo con cui il ragazzo si comportò con i suoi, capì

che non s'era sbagliato ad affezionarglisi tanto, e dal modo che i suoi,

del ragazzo, si comportarono, capì che li aveva mal giudicati.

Celso si stringeva la madre al petto con la forza d'un bambino e la

chiamava: -- la mia mamma! la mia vecchia --; e la baciava non sazio.

Indi rivolto al padre, che gli disse -- gli disse solo: -- Sei qui,

Celso? --, contenne con un visibile sforzo la commozione e disse, disse

solo:

-- Come state, pa'?

Finalmente era chiarito il mistero!

Sì: il difetto della madre era la troppa tenerezza, e durezza il difetto

del padre; ma il vecchio comprese che si comportavan così anche per una

reazione vicendevole e involontaria, e comprese che il difetto dell'uno

e dell'altra si eran temperati nell'animo di Celso a una virtù che lui,

povero vecchio, aveva sentita senza rendersene ragione. Era la stessa

sua virtù istintiva: bontà e forza.

***

E quel giorno Leonardo si ammalò. La notte la casigliana che abitava una

stanzaccia attigua alla sua l'udì tossire e vaneggiare. Faticosamente,

nei giorni dopo, egli scendeva e saliva le ripide scale: sedeva sui

gradini e, sorpreso, fingeva di star là a perdere il tempo; per non

parer mal ridotto, cantarellava piano piano. La tosse lo riassaliva

secca, soffocante.

Celso che non dubitava fosse ammalato, non veniva in paese; preferiva

far all'amore ai Casetti con la bionda. Rincasando, però, dimandava ogni

volta: -- E Leonardo non s'è visto?

Arrivò all'Olmello un pomeriggio. Con la tosse, sudato, affannoso,

affranto.

-- Il ragazzo dimanda di voi -- l'Assunta gli disse. -- Lui sorrideva.

Chiese delle uova.

Di ritorno col cesto, l'Assunta gli disse anche, senza piangere, che il

ragazzo presto ripartirebbe. Senza piangere! E Stefano quel giorno parlò

di molte cose. Stefano parlò!

Ma il vecchio non aveva nemmen più la forza di meravigliarsi. E se

avviandosi si fosse voltato indietro, avrebbe scorto il contadino

scuotere il capo, mentre la donna mormorava: -- Quello è un uomo che se

ne va.

Leonardo se ne andava infatti, zampicando, col suo bastone, come verso

un destino che si compieva. Quando la sera fu, per grazia di Dio, in

paese, si fermò dal notaio; offerse le uova che l'Assunta gli aveva date

e sorridendo pregò:

-- Vorrei fare, signor dottore, testamento... adesso.

La mattina dopo Celso venne a cercarlo per salutarlo. Partiva.

Sulla porta la casigliana gli disse:

-- Stanotte non l'ho sentito tossire.

E aggiunse: -- È un uomo che se ne va.

Salirono insieme. Batterono. Silenzio.

Tirata la cordicella e aperto l'uscio, lo videro, nel letto; videro che

se n'era già andato.

E il soldato, l'erede, gli chiuse gli occhi.

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