Aveva tanta sensibilità e fantasia così primitiva, tanta cedevolezza
alle impressioni e ingenuità di commozioni che gli bisognava umanare
tutte le cose; e se queste doti bastassero da sole a fare un poeta,
sarebbe stato un poeta ammirato fors'anche dai critici e dagli editori,
ricco e felice. Mancandogli quel che gli mancava era invece
soprannominato Mattucco, e campava di piccole mance e di carità.
Di solito, badava ai birocci e alle birocce che si fermavano davanti
alle osterie e alle botteghe del paese, e, deriso dagli uomini, si
intratteneva in seri colloqui con i buoi, i cavalli e gli asini.
Delle bestie interpretava a meraviglia i moti del cuore e del cervello,
per non dire l'animo e le idee; e nelle bestie trasferiva l'animo suo e
il suo pensiero con semplicità adeguata: poteva così indovinarne e
riferirne a sè stesso, a voce alta e chiara, domande e risposte. E chi
si doleva con lui del padrone manesco, e chi dei tafani tormentosi, e
chi del carico soverchio. Capitavano mamme che avevano il vitellino o il
cavallino o l'asinino a casa e gli confidavano le materne ansie, ed egli
ne ammirava l'affezione; le consolava. Capitavano manzoli o puledri
irrequieti, ed egli ne rimproverava i capricci; li esortava ad esser
bravi. Capitavano vecchie rozze, e il dialogo assumeva una simpatia
fraterna.
Se per improvviso miracolo uno di quei buoi o di quei cavalli o di
quegli asini avesse acquistata davvero la favella, a discorrere con lui
non avrebbe potuto usar modi e toni diversi da quelli che egli gli
attribuiva.
Nè avrebbe inorridito, Mattucco, al fenomeno mostruoso: gli sarebbe anzi
parsa la cosa più naturale del mondo, appunto per quell'intima
cordialità di rapporti fra lui e gli animali.
Rari i malintesi; e dopo, più amici di prima! Per poco non gli toccava
la cornata, o il calcio, o il morso che era rivolto a una mosca proterva
o a un'ombra fugace o a un'avversione istantanea? Chiarito l'equivoco,
subito la pace era fatta; sancita, magari, da un bacio.
Gli uomini, invece!
Sempre in guerra: sempre accuse, provocazioni, proteste, minacce,
offese, violenze. Senza tregua, mai, dalle osterie, dal mercato, dalle
strade, dalle case giungevano all'orecchio dello scemo voci d'irosi
dissidi, di contratti stentati, di promesse strappate a forza, di
inganni scoperti a caso; di frodi; di tradimenti; d'infamie; e nel suo
cervello, sì tenero alle apparenze e alle sensazioni della vita
estranea, la turbolenta umanità si confondeva tutta in un litigio unico,
tremendo, continuo, enorme, insopportabile. Che cattiveria! Ne soffriva
sebbene non ci avesse nè arte nè parte, e con i nervi eccitati e il
batticuore si rifugiava al convento, là, fuori di porta.
A mezzogiorno i frati gli davano un mestolo di zuppa, e l'ingollava
seduto sul gradino, alla cella di San Francesco. Dormendo, dopo, sul
gradino, chetava in sè il tumulto della vita sociale; e risvegliandosi e
rialzandosi restava a conversare un po' col santo, che lo rincorava, da
buon amico anche lui, nei dialoghi immaginari.
_Pater, Ave e Gloria._ Poi Mattucco tornava in paese, a intrattener le
bestie -- che bontà! --, e a paventar gli uomini -- che cattiveria!