Che gli asini camminando più o meno piano per la strada maestra si
provino a prendere ogni viottola che scorgono di qua e di là, si
capisce. La strada larga e bianca, precorrente senza limite visibile,
suscita in loro l'idea e il panico dell'infinito; e poichè sanno per
esperienza come da colui che trasportano e che li guida e bastona ci sia
da aspettarsele tutte -- e non sarebbe da meravigliare neppur il
proposito, in lui, d'andare all'infinito -- essi dalle viottole laterali
han l'illusione o la conoscenza o la speranza di un termine prossimo, e
tentano rivolgersi a quello.
Più difficile è spiegare perchè anche l'asino bennato oppugni a voltar
indietro pur nella più larga e più piana strada. Ecco. Il prudente
auriga tira dalla parte destra fin quasi al limite del fosso, indi tira
a sinistra con tanta energia che la bestia è costretta a piegar contro
la stanga il collo, la testa, la bocca aperta dallo spostamento del
morso, e, per esprimer meglio il suo volere, il padrone rialza e
riabbassa in fretta il randello, sì che la battuta groppa si addossa,
rintronando e dolorando all'altra stanga -- e, nossignori, non cede;
piuttosto che cedere l'asino va inesorabilmente nel fosso di sinistra
col biroccino e chi c'è sopra. Perchè? Forse per amor proprio? punto di
onore? dignità personale? In tal caso bisognerebbe supporre a questa
ostinazione, a cocciutaggine così pericolosa, un ragionamento degno d'un
uomo di carattere quale ce n'è pochi, specie al giorno d'oggi. -- Ah tu
che mi sfrutti mi hai dunque attaccato al biroccino non per bisogno, ma
-- poichè vuoi tornar indietro -- solo con l'intenzione di farmi
faticare e di bussarmi? Ebbene, no! neanche se io debba tornare alla
dolce stalla, io non volto! Preferisco pungermi alla siepe, rompermi una
gamba, fiaccarmi l'osso del collo nel baratro. Non volto: no, no e no!
E che tale o simile ragionamento non fosse da escludere lo dimostrerebbe
un fatto: che laggiù, quando sia rimasto in piedi o risorga, l'asino si
mette subito a brucar l'erba della sponda. L'ostinazione cieca non gli
permetterebbe di vederla, l'erba: la stizza invece, che nelle persone
intelligenti non toglie il lume degli occhi e passa presto -- appena
hanno avuto sodisfazione --, gli lascia dire tra sè: -- Adesso che l'ho
vinta io, sono contento. Mangiamo!
Ma quand'anche questa presunzione intellettiva nei ciuchi fosse
esagerata, l'ostinazione loro sarebbe sempre più agevole da intendere,
psicologicamente, che l'ostinazione dei cavalli.
***
Qualche anno fa venne di moda il negar l'intelligenza al cavallo, o --
nella reazione ad ogni ammirazione del passato -- per contrasto al
Buffon e all'Alfieri, o per consenso al grande -- allora -- e nuovo
Mirbeau, o per incredulità delle esperienze di Elberfeld, ove dicevano
che un certo cavallino eseguiva esercizi d'aritmetica coi piedi, i quali
oggi nemmeno usan più i poeti agli esercizi della prosodia. E si
chiamava stupido il «più nobile compagno dell'uomo» perchè è ombroso e
perchè ha lo sguardo velato: come se l'adombrare non potesse indicar il
prevalere della facoltà fantastica su la fredda ragione, che è indizio
di genialità, e come se non ci fossero stati grandi uomini, scienziati o
poeti, non solo con velato sguardo, ma con occhi morti del tutto.
Un fenomeno però della razza equina varrebbe meglio a giustificarne i
detrattori: il restio. Quale maggiore stolidezza, se volontaria?
Fermarsi a un tratto senza perchè manifesto; resistere a ogni stimolo, a
ogni esortazione più carezzevole, a ogni più duro castigo: lì, immoto
con la testa china, proprio a mo' degli asini malnati, e talvolta con il
di dietro alzato a springar calci in ricambio delle frustate, dei pugni
su la testa e dei calci nella pancia che l'uomo, per diritto di ragione
e di padronanza, elargisce all'animale, indarno.
Tale pervicacia, a udir il contadino o il birocciaio alle prese con
essa, a udirne, tra le bestemmie e gli _oh!_ e gli _uh!_ e i _va là!_
gli epiteti che tempestando e infuriando rivolge all'animale suo
(carogna! -- vigliacco! o vigliacca! -- ignorante! etc), non sarebbe da
giudicare appunto che uno stolido capriccio. Ma la scienza, dopo
parecchi secoli da che si han cavalli restii, scoperse che il fenomeno
non andava e non va chiarito moralmente, e ne accertò la causa
fisiologica e patologica.
Si tratta di un disturbo funzionale, nervoso, psicopatico; di un morboso
potere inibitorio che improvvisamente impedisce l'atto volitivo del
correre. E se è così, nè vi ha dubbio che non sia così, quale passione,
mio Dio!, quale martirio! Altro che pungersi alla siepe per
l'ostinazione d'andar nel fosso! Pensateci. Pur ammettendo che gli
manchi affatto l'intelligenza, non negherete che il cavallo ebbe dalla
natura l'esser generoso. Quanto può, dà. Ora, l'accesso del male a che
drammatico doloroso intimo conflitto lo condanna! Pensate! pensate!...
L'istinto lo porterebbe alla corsa senza freno, al galoppo fin che gli
basti il respiro, e il misero non può più muoversi!; la natura l'ha
creato sensibile ai richiami della voce, al tocco delle redini, al
dolore delle frustate, e deve star lì immoto, inchiodato, a udir il
padrone gridar come una bestia terribile, a ricever le percosse, a
tremar a nervo a nervo, a bagnarsi di sudor freddo, senza voce, senza
maniera di svelar il suo martirio, di chiedere pietà -- non posso più
correre! non posso più andare! --; veder davanti a sè aperta, libera, la
strada in cui gli è pur così grato superar i fratelli o seguirli, e aver
addosso, intanto, l'apprensione orrenda di non poter più dar un balzo e
avviarsi: mai più! Un cavallo! Non sarebbe -- dite -- una pena atroce
quand'anche gli mancasse affatto l'intelligenza? E gli mancasse davvero!
Soffrirebbe meno.
Invece....
***
Cenzo Dimondi è ancor vivo e sano, e narra volentieri la storia del suo
Baio.
Se capitate alla bottega -- tre chilometri oltre Pedriolo, su la destra
del Sillaro -- ove con _Sali tabacchi maiale e altri generi_ egli vende,
fra gli altri generi, vin buono, bevete un bicchiere con lui e fatevi
ripetere il racconto: non mi accuserete dopo d'averci introdotto
aggiunte sentimentali per renderlo più vero.
-- Un cavallo, che i miei ragazzi chiamavan Baio, era la mia delizia --
narra Cenzo Dimondi. -- Sano, fido e di tanto sentimento che non
sopportava nemmeno lo schiocco della frusta. In due mesi da che l'avevo
comprato, non mi aveva recato un torto, mai. Quando, un giorno di
settembre, venivo da Bologna. Vicino a casa vidi che doveva esser
piovuto da poco e che in montagna il cielo s'abbuiava. Tornare indietro,
al ponte, e allungare il viaggio per non attraversare il fiume a guado,
al solito? No: il fiume non dava segno di cresciuta, nè io potevo
immaginarmi che in montagna alta ci fosse stata intemperie. Senza
sospetto di quel che stava per succedere calai dunque dalla riva, per la
carraia che lei vede là dirimpetto. E il cavallo, tranquillissimo,
taglia il primo raggio d'acqua; passa la secca; rimette le gambe nella
corrente più larga; tranquillo tranquillo avanza fino a metà e... si
ferma.
Lei dice: -- un capogiro. Ma col capogiro i cavalli, nel fiume, mi si
eran sempre mostrati diversi. Dubitano un poco e basta eccitarli un
poco. E lui. Baio, eccitato con la voce, non si mosse.
Non giovando nè le parole nè lo scuotergli addosso le redini, lo tentai
con la frusta. Niente. Nessun dubbio più: era restio! Io sapevo anche
allora che il restio è quasi una paralisi che dura dieci minuti, un
quarto, fin mezzora. Bisognava pazientare, attendere. Ma la mia donna di
qui, dalla bottega, mi vide col biroccino fermo in mezzo all'acqua e
cominciò a gridare: -- Presto, Cenzo, che non arrivi la fiumana! -- E i
ragazzi: -- La fiumana, babbo! -- Mi diedi a frustare, prima senz'ira,
poi senza misericordia: sopra, sotto, nelle gambe, nel collo, nella
testa; la pelle s'enfiava a cordoni. E niente, come se battessi lei, che
non c'era. E gli urli della donna e dei ragazzi diventarono più acuti.
-- Si sente la romba! Scappa, Cenzo, per amor di Dio! -- La fiumana,
babbo! la fiumana!
Già, avrei dovuto scendere; abbandonar cavallo e biroccino; perderli,
chè la piena qui, sboccando dal letto stretto e fondo, rovescierebbe e
si porterebbe via un paio di buoi con il carro. Ma mi ero impuntato
anch'io. Se il restio è un male -- pensavo --, un male più grande lo
scaccerà. E mi misi a picchiare il cavallo col manico della frusta
tenendolo a due mani. Botte da accopparlo. E niente; come niente!
Disperati, mia moglie e i miei figliuoli, che mi vedevan me là in mezzo
e vedevan la piena che arrivava arrivava, ora chiamavano aiuto. --
Aiuto! aiuto! -- Aiutarmi chi? Non c'eravam che noi, in questa parte, a
quel tempo. Aiutarmi in che modo?
Mentre bastonavo e bastonavo, da matto, voltai l'occhio... Mi si drizzan
i capelli in testa anche adesso a ricordarmene; mi si gela il sangue
nelle vene. L'acqua torba raggiungeva la chiara, dilagava furibonda; le
onde...
Stavo per diventar matto davvero; per saltar giù dal biroccino. Se salto
giù, mi annego. Le onde tra pochi momenti erano alle ruote, le dico!
Gridai: -- I miei figliuoli! -- E... Dio! Dio! Il cavallo si slancia; in
due, tre balzi trascina il biroccino fuori dell'acqua, si avventa
attraverso la secca e su, di galoppo, per la riva: su! su! siamo nella
strada. Ah!... Salvo! Come dentro a un sogno vedo le facce bianche della
mia donna e dei miei figliuoli che mi guardavano senza più voce; E qui,
davanti alla bottega il cavallo, Baio, mi stramazza. Morto.
A questo punto Cenzo Dimondi non si vergogna a raccogliere due lacrimoni
nel fazzoletto. Indi seguita:
-- Baio, un cavallo di tanto sentimento, attaccato dal male non sentiva
più nè parole, nè frustate, nè bastonate. Ma aveva capito il pericolo:
non dico il pericolo di me o di lui: un pericolo spaventoso, quasi di
tutti, di tutto il mondo!, e l'aveva capito dalle grida dei miei, dalla
romba lontana, dallo squasso vicino, dall'urlo mio. E volle vincere il
male che l'inchiodava, a ogni costo. Lo vinse. Ma gli crepò il cuore.
Dopo un'altra pausa Cenzo Dimondi conclude con una dimanda:
-- È così o non è così?