Innamorata -- Elena! Di chi? Non gl'importava saperlo; particolare
secondario nel fatto enorme. Questo: che la bambina di ieri, la
fanciulletta in cui egli aveva raccolta tutta la sua affezione e una
gioia superiore forse a quella di padre, Elena già palpitava per un bene
segreto, celato a lui, lo zio, come a qualsiasi altro che potesse
contaminarlo! Peggio che un inganno, quella condotta non dimostrava
oltraggiosa diffidenza? ingratitudine? E perchè non avvertire il
fratello o la cognata? Non ne aveva l'obbligo, Prospero Marzioli?
Egli rincasò fermando questo proposito nella mente confusa. Ma non entrò
per la porta grande: entrò per la porta del camerone che da secoli era
usato, dai Marzioli -- razza di cacciatori -- a uccelliera, museo di
vecchie armi, magazzino e officina d'ogni arnese da caccia. E con un
calcio spedì la civetta a soffiare in disparte, e avanzando ad aprir la
finestra rovesciò la panca con su le pentole del vischio e le ciotole
dei chiodi. Quella mattina si sbagliò fin nel distribuire il pasto ai
richiami: mise vermi e cuor trito nel beccatoio dei fringuelli; i merli
ebbero miglio e canepa. Anche, un beveratoio gli sfuggì di mano e andò
in pezzi. E ruppe del tutto, e quindi gettò sotto la tavola, la gabbia
di vimini da accomodare. E passato nella camera da pranzo appena fu
certo di non essere visto, salì nella sua camera; e adocchiò dalla
finestra scostando un po' la tenda.
Elena se ne stava là, nel cortile, all'ombra. Cuciva. -- Innamorata!
Ebbene: c'era da meravigliarsene tanto? Diciott'anni; ormai diciannove;
e una bella ragazza. Molto bella! Due occhi di una dolcezza ineffabile;
un sorriso di anima pura; i capelli biondi...
«Ah quando tu, zio, le dicevi: -- perchè ti pettini così? -- e lei
diceva: -- perchè è di moda --, e tu ribattevi: -- non mi piaci --, tu
mentivi: avresti voluto che nessuno la vedesse pettinata alla moda, i
biondi capelli spartiti su la fronte bianca e serena. E quando, vestita
di nuovo, la mortificavi: -- questa tinta non ti si confà; stai male --,
tu ingelosivi dell'ammirazione che susciterebbe. E quando la sorprendevi
nell'atto di specchiarsi e l'accusavi di vanità, e lei, timida,
arrossiva quasi colta in fallo, tu dubitavi fin d'allora che verrebbe il
giorno in cui, specchiandosi, essa non penserebbe solo a sè, penserebbe
a chi non sarebbe certo suo zio».
Dalla voce che gli parlava dentro in tal modo il signor Prospero derivò
argomento a darsi, per minor rimprovero, dell'imbecille.
«Timida? Imbecille! È timidezza l'amoreggiare e ricorrere a sotterfugi?
valersi di strattagemmi piuttosto che confidare nel senno dello zio, se
non della madre o del padre?».
Ma l'intima voce opponeva: «Che sai tu, vissuto fuori del mondo, delle
audacie a cui una ragazza, appunto perchè timida, appunto perchè ha
soggezione dei suoi e dello zio, può essere indotta dall'amore? Che sai,
tu, di quel senso di pudore verginale per cui un'anima ingenua
affronterebbe ogni rischio anzi che svelarsi appunto a chi crede d'aver
acquistato il senno dall'esperienza della vita? Che sai, tu, degli
ostacoli che Elena veda per la realtà del suo sogno e della fede che
abbia solo in sè stessa per superarli? E perchè mai la rimproveri nel
tuo pensiero, appiattato dietro una tenda, e non le manifesti
apertamente il tuo pensiero, il tuo dispetto, il tuo rammarico? Saresti
timido anche tu? innamorato... anche tu, di lei?».
Come se la tenda si sollevasse di colpo e Elena di laggiù e il mondo
intero gli leggessero in faccia quest'ultima dimanda, il signor Prospero
si tolse dalla finestra, e si accasciò su la poltrona ad ascoltarsi e a
consultarsi.
Innamorato, no, non gli pareva di essere (non gli pareva: a quarantatrè
anni! di sua nipote!), ma geloso, sì: non poteva negarlo; non poteva
ammettere che quella creatura bella, a cui aveva dato tanto del suo
cuore e del suo animo, divenisse preda d'un altro, d'un indegno, forse;
non poteva immaginarla fidanzata, immaginarsi spettatore dei sommessi
colloqui di lei, felice. Un martirio insopportabile!
-- Top! Vieni qua, Top! il mio Top! -- gridava Elena.
E il povero zio scattò in piedi; tornò ad osservare di soppiatto. Il
cane, di ritorno a casa, era venuto a lei; lei lo accarezzava; lo
premiava con lo zucchero o i dolci; e intanto rigirava il collare di
sotto in su; ne staccava il cartellino, la risposta.
«L'ammazzo!». Ohibò! Ammazzato Top, perduta Elena, che gli resterebbe al
mondo? Con la visione rapida e precisa di un morente, il signor Prospero
scorse tutto il suo passato, la sua esistenza inutile. Non un amore
serio; non una salda amicizia; nessun altro svago, altro diletto che la
caccia; nessun altro scopo. Eppure durante diciotto anni gli era
sembrato di vivere pienamente, nell'affetto della nipote. Elena! Elena!
Quando, piccolina, gli veniva incontro ad abbracciargli le gambe!
quando, su le ginocchia, gli tirava i baffi! quando -- e lui fingeva di
non accorgersene -- apriva gli sportelli delle gabbie, e i cardellini e
i verdoni, via! Chi gli avrebbe mai detto allora che per lei dovrebbe
soffrire? E quando la piccolina si ostinava a non capir le lezioni, e
piangeva, e lui s'inquietava e la giudicava poco intelligente, chi gli
avrebbe detto: un giorno la conoscerai più furba di te?
«Come avrà fatto a istruir Top? -- L'ammazzo!».
Ohibò, signor Prospero! Non bastava levargli, a Top, il collare? Elena
comprenderebbe che lo zio sapeva; tremerebbe; gli confesserebbe tutto.
E il signor Prospero deliberò di levar il collare a Top. E, per la
speranza di soffrir meno, prese anche una deliberazione più grave.