Se dir volessi a mille e mille lingue,
se por in carte a mille e mille penne,
col senno ch'ogni groppo ci distingue,
dramma del sommo ben ch'allor mi venne,
dapoi che l'alta donna con le pingue
di sdegno gote al ciel spiegò le penne,
direi che tra' mortali l'esser mio
saria non d'uomo anzi terrestre Dio.
Giá mai sí bel secreto fu di lei
né in erbe, fonti, pietre, stelle occulto,
ch'al subito girar de gli occhi miei
non mi restasse in l'alta mente sculto.
So ben che mille Atlanti e Tolomei
de l'intelletto, ch'oggi m'è sepulto,
non sen trarrebber una particella,
perché saliscon d'una in altra stella.
Ma, lasso! il chiaro vetro in ch'io solea
specchiar da fronte i secli, e poi le spalle,
per ch'io 'l trovai sí fosco? perché Astrea
piú star non volse meco in questa valle?
perché ridir non so quant'io scorgea
per un angosto ma soave calle?
Lassiamlo dunque; anzi a le cose parve
scendiamo, poscia che l'altezza sparve!
Sparve Natura molto neghittosa,
mercé che volse a Dio l'orgoglio equarse.
I' mi fermai sott'una macchia ombrosa,[315]
mirando l'ape, quinci e quindi sparse,
a sacco porre una campagna erbosa
ed a vicenda in loco poi ritrarse,
ove locar di cera e mèle vidi
per cave querze i tetti lor e' nidi.
[315] Si non vis intelligi, neque intelligaris,
lector.
Se fu ne' grandi corpi molto industre
Natura, ove mirabil officina
corcò, quanto piú parmi saggia e illustre
fingendo l'apa in forma sí piccina!
Né l'apa sol, ma ciò ch'umor palustre
nudrisce, dico, o riscaldata brina,
donde sbucarse veggio tarli e culci,
vespe, cicade, mosche, ragni e pulci.
Dimmi tu, senso altier che a tutta puossa
intender cerchi Dio né mai lo aggiugni,
perché, s'han elli sangue, nervi ed ossa
sol per sapere, non te stesso impugni?
perché sottrarsi da qualche percossa
lor presti miro, che morte no 'i giugni?
Segno evidente ch'in tal corpicello
non men la madre oprò ch'in un gambello.
Ch'instrusse mai quella solerte vespa
svenar il ragno e trasferirlo al speco,
dove co' piedi e rostro pria l'increspa
e tienlo poi, qual uovo, in grembo seco,
in fin ch'un figlio in quella tana crespa
gli nasca d'ale privo, ignudo e cieco,
ma di troncate mosche tanto 'l pasce,
ch'egli giá vespa salta fuor di fasce?
Qual mastro dito a l'errabondo fuso
volve di quel del ragno piú bel stame,
ch'or suso va cosí veloce, or giuso,
nodando, per far preda, l'alte trame?
Poi, ne la stanza pendula rinchiuso,
attende al varco, per scemar la fame,
qual animal vi caschi ne le stuppe,
che con prolisse gambe ravviluppe.
Né la formica men sagace parmi,
ch'ognor s'affanna per schivar il stento.
Di quanta forza veggio che co' l'armi[316]
e schiene va burlando il gran frumento
(cosí nel far teatri grevi marmi
sòlsi condur per gli uomini al cimento),
poi l'incaverna e fiedelo col rostro,
che non s'imboschi dentro l'ampio chiostro!
[316] «Pars grandia trudunt | Obnixae frumenta
humeris». VIRG.
Ecco sen passa d'una in altra forma
quel vermo onde la seta for s'elice.
O bell'instinto natural e norma,
che sanza le sua fila né testrice
né aurefice ben soi trapunti forma!
Taccio l'ovra del candido bombice
che dal svelto per pioggia fior di querza
nasce cangiato in fin la volta terza.
Mille altre spezie de la picciol greggia
pospongo agevolmente or in disparte.
Segue ch'io solamente l'ampia reggia
de l'ape contemplando chiuda in carte;
ché 'l magistrato lor forse pareggia,
se non in tutto, il nostro almen in parte,
sí come quelle c'han statuti e legge,
né manca il duca lor che le corregge.
Anzi de la piú parte da' suffraggi
lo eletto imperator sostien la verga;
satelliti, littori, servi e paggi
vannogli sempre appresso ovunque perga.
Esso le pene simili a li oltraggi
librando va: però non è chi s'erga
soperbamente contra lui, ché amando
temesi un rege piú che minacciando.[317]
[317] «Qui vult amari, languida regnet manu». SEN.
Non come l'altre l'umido mucrone
(armollo assai sua maiestade) cura.
Mentre la plebe strenua compone
senza Vetruvio tanta architettura,
egli sta sopra e lor case dispone,
servando (ove convien) modo e misura.
Non esce mai di corte se non quando
del popol manda una gran parte in bando.
E se a tardarla fusse allor men tosta
qualche armonia di ferro o d'altro sòno,
l'impulsa torma irebbe assai discosta.
Cosí dal rege suo guidate sono:
però Natura vòl che senza sosta
lor di concento arresti qualche tono,
e 'nsieme le raguni a nova tomba,
in guisa de' soldati al sòn di tromba.
Ma s'io non voglio che 'l mio popol n'esca
di sue contrade per migrar altrove,
un'ala tronco al capo de la tresca,
la qual non senza lui mai fuga move.
S'ei langue infermo, dangli bere ed esca;[318]
chi 'l porta, chi 'l sostien, chi 'n grembo il fove;
s'anche smarrito errando va per caso,
vien cònto, qual patron da' cani, a naso.
[318] «Inexpugnabile munimentum est amor civium:
quid pulchrius quam vivere optantibus cunctis?». SEN.
E se di qua di lá trovar nol sanno,
allora per consiglio si delibra
condurse ad altro duca, e for sen vanno
a la cittade altrui, né alcun si vibra
de' cittadini contra e fa lor danno,
anzi nel tetto si compensa e libra
di quanta plebe sia capace; dopo
né piú né men li accettan che li è uopo.
Tal volta ch'egli morto caschi occorre:
pensi chi ama il suo rege qual supplizio!
Di tutte bande al corpo si concorre,
gittate a terra l'util esercizio;
con lagrime non san elle giá sporre
lor gran cordoglio al funeral uffizio;
dirò ben veramente aver udito
strepito d'ale con vocal ruggito.
Se d'ordinato e regolar costume
giammai l'uso mortal restasse privo,
puoterlo aver da l'api si presume,
né l'uomo forse l'averebbe a schivo;
ché, stando elle di notte ne' lor piume
si il stato per servar sí il rege vivo,[319]
la vigil guarda sempre a l'uscio ascolta,
cascando a queste e quelle la sua volta.
[319] «Nunquam oportet domum esse sine custode».
ARIST.
Ma de l'augel cristato non sí presto
s'annunzia giá spuntarse nova luce,
ecco di tromba un sòno manifesto
fa dar per le contrate il pronto duce.
S'ode di par il sòno: è il volgo desto,
al solito lavor che si riduce,
o lieto ch'in cospetto al rege primo
va fuora e riede carco sol di timo.
La verde giovenezza è che sen fugge
a la ricolta in bande assai longinque.
Chi qua la rosa, chi lá il giglio sugge;
chi assale questo fior e chi 'l relinque.
Fassi gran preda, ed Ibla si distrugge
co' l'altre terre che vi son propinque;
la turba d'ogn'intorno succia e lambe,
né cessan riportar l'enfiate gambe.
Ma de le piú attempate un storno arguto
col suo signor in ròcca stassi a l'ombra,
cui per ufficio vien locar in tuto
la roba che, portata, il tetto ingombra:
depor i fasci a parte dan aiuto,
parte, giá leve, a la campagna sgombra.
Tanto al divin servigio, a l'uman gusto[320]
di piacer brama un vermo si robusto!
[320] «Iustus ac honestus labor honoribus,
praemiis, splendore decoratur». CIC.
Talora un vento subito (quantunque
del tempo sian presaghe) di tranquillo
cosí molesto vien, che scossa ovunque
si pascon elle in fin l'umil serpillo.
Ecco la madre le ha provviste dunque;
ché, toltosi ne' piedi alcun lapillo,
van elle poco del gran vento in forza,
librando qual nocchier il volo ad orza.
Ed anco se la notte per la loro
molta ingordigia d'acquistar le assale,
raccolte insieme quasi in concistoro
le gambe al ciel e 'n terra posan l'ale;
ché de le stelle il rugiadoso coro
le avvinge sí che poco il volo vale,
se non s'industran starsene sopine
tutta la notte ad aspettar il fine.
Taccio le ultrici guerre, ch'a le volte
tra l'un vicino rege e l'altro fansi.
Tu vedi tante squadre intorno accolte,[321]
che poscia a tôr la vita irate vansi,
e se ritornan parte in fuga vòlte,
ritrandosi lor duci fiacchi ed ansi,
parte seguendo vittoriosa gode,
né altro che plausi e voci liete s'ode.
[321] «Iamque faces et saxa volant, furor arma
ministrat. | Tum pietate gravem ac meritis si forte virum
quem | Conspexere silent arrectisque auribus adstant».
VIRG.
Indi iattura tal (se non dissolve
l'agricola prudente lor litigi
co' l'importuno fumo e secco polve)
vi nasce, che la morte ai campi stigi
la parte vinta e la vittrice involve.
O grandi spesso al stato uman prodigi!
ché de lor code mandon l'alte spine,
cui per grand'ira seguon l'intestine!
La vile mandra de' pannosi fuchi
trovan sovente starsen al presepe,
ove cosa non è che non manuchi;
ma poi nel faticarse, pegra, tepe.
Tu vedi lor scacciati esser da' buchi,
e morti far in cerco folta sepe;
e il simil fan de l'apa tarda e pigra,
che uccisa vien s'occulta non sen migra.
Tra gli diversi lor nemici e morbi
come vespe, crabroni e rondinelle,
ragni, lacerte, acqua de stagni torbi,
puzzo de cancri, culici, mustelle,
par che la rana piú le affanni e storbi;
perch'ella contra i brandi lor ha pelle
non men sicura e di maggior fiduccia,
del ferro al colpo, d'una fral cannuccia.
Ecco mirabil vermo, che disopre
li altri animali (non pur dico insetti,
ma quanti piuma, squame e lana copre)
esser fatto mirai per santi effetti,
tra' quai conobbi le lodevol opre
di cera, dentro ai cristiani tetti,
ove non ben di notte Dio si cole,
se máncavi di cere acceso il sole.
D'altri animali, dicovi seguendo,
tenni le cause d'infallibil prova;
ma quante rimembrar in me contendo
e porle inanzi a voi, nulla mi giova.
Cosí volse il mio fallo che, s'io spendo,
per risaper ciò ch'in natura cova,
il tempo invan, ne pianga giustamente
e faccia come quel che tardo pente!
Di poggio in piano, di campagna in selva,
giravami qual spirto che di gioia
pascendosi lá su per l'ampio ciel va,
né mai cosa v'incontra che lo annoia.
Qual orso, qual leon, qual altra belva
restò venirmi (non che desse noia)
scherzar intorno, e dentro le lor sanne
prendermi leggermente ambo le spanne?
Palpava il dorso al tigro, come solsi
far d'un cagnolo o d'altro picciol pollo.
Comai le sete a li apri e mi ravvolsi
le vipere a le braccia, al capo, al collo,
li augelli al pugno e' pesci al lido accolsi,
né de mirarli venni unqua satollo.
Poscia mi volsi a la man dritta, come
sopra mi disse quel dal dolce nome.[322]
[322] «Nomen Iesu lucet praedicatum, pascit re
cogitatum, lenit invocatum, roborat virtutes, vegetat bonos
mores, castas fovet affectiones». BERN.