A l'increpar umíle del mio Apollo,
come uom che cade e sú vergogna l'erge,
mi rilevai, mirando quanto armollo
di sua potenzia Dio, che, ovunque asperge
li aurati raggi, il mondo fa satollo[303]
di caldo lume, e ratto che s'immerge
a l'altro uscito giá d'un emispero,
imbianca quello, e questo lascia nero.
[303] Dies et nox.
Ma non sí tosto il giorno fu dal lume
solar causato e nanti mi rifulse,
che lá una fonte, qua bagnar un fiume
vidi le ripe sue da l'onde impulse:
parte stagnarsi e mitigar lor schiume,
parte volgersi al mar e l'acque insulse
far salse, ove l'orribil Oceáno
distende l'ampie braccia di luntano.
In mille parti ruppesi la terra,
donde montagne alpestri al ciel ne usciro.
Quinci una valle, quindi un lago serra
de' colli e piagge qualche aprico giro.
L'alto profundo mar giá non pur erra
la sua consorte che rotonda miro,
anzi, fatta la via per calle stretto,
in grembo a lei si fece agiato letto.
Giá d'erbe, fiori, piante e de' virgulti
la terra d'ogn'intorno si verdeggia;
quai poggi erbosi, e quai lor gioghi occulti
han di frondose cime, e qual pareggia
monte le nebbie. Ma de' boschi adulti
ecco giá sbuca l'infinita greggia
de gli animali: chi presto, chi pegro,
chi fier, chi mansueto, o bianco o negro.
Anco d'augelli un'alta copia vidi
sciolti vagar per l'aere, ed altri tanti
su per le frondi e macchie tesser nidi
o rassettar col becco li aurei manti
(non è poggetto e riva, che non gridi
lor vari e ben proporzionati canti),
altri lasciare il volo e al nuoto darsi
e, in acque scesi, d'augei pesci farsi.
Stavami affiso, e nel mirar un dolce
pensier alto diletto m'apportava:
gran cosa il mondo, e piú chi 'l guida e molce
troppo mi parve allor, e ch'ei non grava
né l'un né l'altro polo che lo folce,
e ch'un sí magno artefice l'inchiava!
Né fu mirabil men, che de niente
pender lo vidi ad alto incontanente.[304]
[304] Subita rerum creatio.
«Nemo quaerat ex quibus ista materiis tam magna tamque
mirifica opera Deus fecerit. Omnia enim fecit ex nihilo».
LACTANT.
Tra nulla e tutto 'l mondo alcun indugio,
quantunque pargoletto, in Dio non cape.
Or stracco di stupir non piú m'indugio:
ma, vòlto il passo ad un pratel che d'ape
tutto risona, dando a lor rifugio
sí l'aura dolce come i fior le dape,
mi si presenta ratto in bella gonna,
ch'esce d'un bosco, sola e grave donna.
Presta ne' gesti, e di sguardo matura,
ma piú d'augello ne l'andar spedita,
ha vesta bianca, gialla e di verdura,
e ciò che 'ncontra tocca e dálle vita.
Che nulla a drieto lasciasi procura;
e sopraggiunta ov'era l'infinita
mandra de l'ape, tutte le raguna,
e fece lor non so che, ad un' ad una
Vago di lei saper, non che la causa
perché sí or questa or quella cosa tocchi,
vadole contra; e poi, di farle nausa
temendo, mi ritraggo e basso gli occhi.
Ella che accorto m'ebbe fece pausa
con le man giunte al ciel e li ginocchi
piegati in terra, e tal parole sciolse,
che poi finite, a me lieta si volse: