TRIPERUNO

A li alti accenti d'un tal sòno eroico,

del quale ne tremai com'uom frenetico,

vennemi voce altronde:--A che esser stoico,

miser, ti giova né peripatetico?

che ti val fra l'un mar e l'altro euboico

pigliar oracli e ber fiume poetico?

a che spiar la veritá da gli uomini,[277]

che di menzogna furon mastri e domini?--

[277] «Sapientia carnis inimica est Deo». PAUL.

Io, che sculpito in cuor le note aveami

d'un sí bel viso, d'un parlar sí altiloquo,

a poco a poco gli occhi aprir vedeami

al sòno di colui tanto veriloquo.

Pur tal era l'error ch'anco teneami,

che a pena svelto fui; perché 'l dottiloquo

gioven mi sciolse, onde ciò che anti nubilo

mi parve intendo, ed intendendo giubilo.

Giubilo perché intendo (intenda e Plinio,

ch'or vive morto!) viver sempre l'anima;

non sí però, ch'i' stia sotto 'l dominio

di chi 'l tegume d'uman spirto inanima.

Stetti gran tempo in tale sterquilinio,

nel qual concedo ben che l'alma exanima

la troppo vaga ed addolcita letera,[278]

e molti uccide il canto d'esta cetera.

[278] Litera enim occidit animam.

Qual è chi 'l creda, ch'oggi tanta insania

la nostra veritá sí prema e vapoli?

S'io mi diparto a l'umile Betania

per alto mar da Roma o sia da Napoli,

ecco a man manca dal Parnasso Urania

scopremi l'Elicona, ove mi attrapoli.[279]

Ben sa che a lei m'avvento, benché 'l Tevere

lasciassi per Giordan, quell'acque a bevere.

[279] Metaphorice.

Acque sí dolci! quanto piú bevémone,

piú a la tantalea sete si rinfrescano!

Quivi l'argute ninfe lacedemone[280]

a gli ami occulti nostre voglie adescano;

cosí non mai dal bianco il negro demone

sceglier mi so, non mai l'onde si pescano,

cui trasser a la destra del navigio

Piero e Gioan de' pesci il gran prodigio.

[280] «Qui addit scientiam addit dolorem». _Eccl._

Però dal mio Iesú se detto fiami

giammai:--Di poca fede, or perché dubiti?--

scusarmi non saprò, quando che siami

concesso por le dita fin ai cubiti

nel suo costato e trarvi 'l ben, che diami

fidi pensieri e al vero creder subiti.

Non lece dunque piú d'Egitto in gremio

starsi, ma gir con Móse al certo premio.

Assai d'oro forniti e gemme carichi,[281]

di Faraon scampiam omai la furia;

né sí men gravi paran i rammarichi

e pene che ci dava l'empia curia,

che nel deserto alcun de noi prevarichi,

dicendo in faccia a Móse questa ingiuria:

--Mancaron entro Egitto forse i tumuli,

ché morir noi per queste valli accumuli?--

[281] Spoliant Aegyptum qui e libris philosophorum

eloquentia tantum eligunt.

Ma non cosí l'alma gentil improvere

a chi oltra 'l mar asciutto mena un popolo;

ché nel primo sentier, quantunque povere

sian le contrate, ove sol giande accopolo

per cibo, al fin vedrassi manna piovere,

sorger un largo rio di nudo scopolo,

che cominciando a ber nostri cristigeni[282]

san quanto noccia usar co' li alienigeni.

[282] Sermo incultus divinarum scripturarum

principio eloquentibus horret.

Deh! non ci chiuda il passo ai rivi, ch'ondano

di latte e mèle, nostra ingratitudine:

rivi che noi di lepra e scabbia mondano,

contratta dianzi ne la solitudine.

O di qual mèl e' nostri petti abbondano,

ch'assaggiâr pria di fèl l'amaritudine!

Ma ciò non prima seppi, che 'n cuor fissemi

Iesú questi sí dolci accenti e dissemi:

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 178 / 222 题