Stupefatto dunque Liberato, ch'un asino cosí qual uomo saputamente
parlasse, gridando disse:--Oh che cosa è questa ch'io veggio e sento?
dove son io? or dormo io ancora o son pur desto? Io, per quello me ne
paia, non so se vedo quello che vedo, né so altresí se odo quel che odo.
Sarei io mai un altro divenuto? Dimmi dunque, messer l'asino, come può
egli essere che, essendo tu una bestia la quale di grossezza ogn'altra,
quantunque grossissima ella si sia, avanzi, ora parli e ragioni non
altrimenti che se uno saggio uomo fussi e molto avveduto? Questo è
contra a la tua natura. Né di ciò è meno da maravigliare che se il fuogo
freddo divenisse e piú non rescaldasse. E qual mai fia colui sí stolto e
d'intelletto sí scemo e senza senno che, raccontandogli noi quello che
ora con gli occhi de la fronte ne pare di vedere, non ci reputi
ubbriachi ovver dormiglioni? Perché voluntieri io saperei se vano sogno
è quello che io veggio o no.--Queste ed altre simiglianti parole udendo,
messer l'asino schioppava tutto de la risa; ma aspettando poi il fine di
quelle, poi ch'egli si tacque, cosí incomenciò:
--Estimava io assai sofficiente e bastevole testimonianza avervi potuto
fare i vostri scongiuri allora quando per essi non mi mossi io punto, ma
tutto immobile mi vedeste stare. Ma egli è altrimenti avvenuto che io
avvisato non mi sono. Per la qual cosa nel rimanente di questo giorno,
che fia poco, intendo io di dimostrarvi con vere ed aperte ragioni
quello che voi vedete e udite non essere né vana spezie o sogno né
favole né alcuno inganno. E ciò di leggero mi potrá venire fatto, dove
voi vorrete con intento animo raccogliere tutte le mie parole. Però,
quando a grado vi sia, vi potrete su la verde erba porre a sedere, per
ascoltare piú agiatamente le mie ragioni, a le quali, poscia che il sole
con frettolosi passi incomencia giá traboccare da la sommitá del cielo,
tempo mi pare convenevole da dar omai principio.
Dovete adunque sapere che ogni artefice, il quale secondo il suo
arbitrio e voluntá opera, può fare ed altresí non fare uno medesimo
effetto come e quando il meglio li piace. E cotale principio è
dirittissimamente da l'empio Averoi chiamato principio di contradizione.
È un altro principio naturale, il quale è determinato ad un sol fine, e
solamente uno medesimo effetto in ogni luogo e in ciascuno tempo sempre
necessariamente produce: il che manifestamente essere veggiamo nel
fuogo, il quale è, come dicono, formalmente caldo e sempre genera il
calore e sempre scalda e non può altrimenti adoperare dove egli si
ritrove. Né sono da essere ascoltati quelli filosofi, li quali niegavano
affatto cotesto naturale principio, dicendo ogni cosa essere or buona or
rea, or dolce or amara, or calda or fredda, e brievemente ogni cosa
essere tale, quale a noi ne paia e quale le varie e diverse openioni de
gli uomini essere giudicassino. Nel vero stoltissimo fôra colui, che
dicesse le cose gravi ugualmente e senza alcuna differenza, ma secondo
la falsa openione e umano giudicio, or scendere nel centro ed or salire
a la circonferenza, conciosiacosaché qua giú sempre quelle da loro
gravezza sospinte discendano, ma lá sú mai elevare non si possino se non
per violenza e per altrui forza e contra loro natura; ancora che
altrimenti estimi la nostra openione, la quale mutare non può le nature
e proprietati de le cose, sí come colei che naturalmente seguitare dee,
e la cui veritade pende e nasce da loro veritá, come apertamente si può
vedere ne gli sopradetti esempi. Che perché noi crediamo la grave pietra
discendere, non è perciò la nostra openione cagione de la veritá de lo
scendere de la pietra; ma sí bene il discendere di quella è cagione
perché vera sia la nostra openione e credenza. Ma perché mi distendo io
in piú parole? Dico che ogni nostra openione o conoscenza, o vera o
falsa che ella si sia, viene dietro a le cose, come scrive Aristotile
nel libro _De la interpretazione_, ed ogni cosa procede e va innanzi a
la nostra scienza, sí come oggetto e cagion di quella. Ma il contrario
avviene de l'eterna ed immutabil sapienza del Padre, la quale è
principio e cagione de tutte le cose, de la quale ancora ne parlaremo
con lo aiuto di Colui che ogni cosa col suo intelletto e governa e regge
e dispone con la sua infinita vertú e provvidenza. Ma da ritornare è
(perciò che troppo dilungati siamo) lá onde ne departimmo.
Dissi che duo erano gli principi, l'uno libero e voluntario, l'altro
naturale, necessario e determinato. Iddio dunque, il quale (come
cantando dice il profeta) criò e produsse tutto ciò che egli volle e
fece i cieli e la terra con l'intelletto, non è da dire che egli sia
alcuno naturale principio o determinato, ma del tutto libero e
voluntario, anzi essa prima ed eterna voluntá e potentissimo arbitrio
senza principio e sopra ogni principio, come piú pienamente dimostraremo
quando ragionare ne converrá de la creazione di questo mondo sensibile
contra a gli naturali filosofi, e massimamente contra al principe de li
peripatetici e contra[257] al suo ostinato commentatore, gli quali
vogliano questo mondo[258] sempre essere stato senza mai comenciare e
sempre dovere durare senza mai finire. Non è dunque gran maraviglia,
nonché impossibile, purché a Dio piaccia, che uno asino parli e ragioni
cosí come un uomo d'alto ingegno dotato ragionarebbe. Or non può egli
fare ciò che egli vole? è forsi egli cosí infermo ed impotente che
adempire egli non possa ogni sua voglia e sodisfare a ogni suo appetito
e desiderio? Il che se fare non può, ov'è la sua onnipotenza? ove è la
sua infinita vertú? ove è la sua perfettissima beatitudine e felicitá?
Nel vero, io non so come egli possa cosí agevolmente a uno sasso, non
pur a uno animale come l'asino è, dare la vita e l'intelletto, come
liberalissimamente a gli uomini dare gli piace. Né veggio
simigliantemente alcuna differenza tra 'l nostro e vostro corpo, e
perché piuttosto il vostro possa ricevere tanta nobile forma quanto è
l'intelletto, che non possa ancora il nostro. Ma lasciamo ora alquanto
le ragioni ne' loro termini stare, e produciamo in mezzo le sacre e
veracissime istorie, e manifestamente vedremo nessuna cosa essere a Dio
faticosa e impossibile.
[257] Aristotile.
[258] Averroi.
Leggiamo nel _Genesi_ che la verga, la quale teneva Mosé in mano, d'uno
legno, per divina potenza, divenne uno serpente e ritornò poi di
serpente ne la sua primiera forma. Ecco chiaramente veggiamo che puote
Egli le spezie mutare e le forme de le nature de le cose, sí come colui
nel cui arbitrio è dare e tôrre ogni essere ed ogni vita ed ogni
intelletto. Leggiamo ancora che molte statue o idoli di metallo o di
pietra per diabolica virtú parlavano e rispondevano a coloro che gli
domandavano. Che direte voi qui? niegarete voi non potere Iddio operare
in uno asino quello che gli diavoli hanno potuto operare in uno
insensibile marmo o metallo? Questo certamente non niegarete voi, ché
niegare non si dee il vero né a quello mai contrastare, ma dargli
perfetta e piena fede. Taccio io Lazzaro e molti altri da Cristo e da'
suoi santi risuscitati, taccio altresí molti ciechi alluminati, taccio
gli attratti dirizzati, taccio e' leprosi mondati, taccio finalmente
tutti gl'infermi da lunghe e mortifere infermitati con la sola parola
curati e a perfetta ed intera sanitá renduti, i quali tutti senza alcun
dubbio ne mostrano la divina potenza e vertú. Ora vengo a piú aperto
argomento di quella; e dico che niuno è il quale non sappia che l'asino,
o asina che ella si fusse, di Balaam profeta non solamente parlò ma,
profeta ancora divenuto, profetò e predisse quelle cose le quali da Dio
gli erano state rivelate. Che piú dunque m'affatico di volere ciò piú
apertamente dimostrare? Chiarissimo argomento è quella cosa essere
possibile, la quale alcuna volta è ovvero fu giá buono tempo passato. Né
mi fa qui ora mistieri di produrre l'_Asino_ d'Apuleio, anzi di Luciano,
stimolo de tutti i filosofi e morditore d'ogni laudevole openione, per
ciò ch'io non intendo né voglio ora dimostrare come possino gli uomini
in uno asino o in qualunque altro animale mutarsi; di che io non ho
dubbio alcuno. E volesse Iddio che pochi fussero quelli, li quali
sovente di uomini divengono crudelissime fiere e, rivolgendosi ne la
bruttura de tutti e' vizi e peccati, sono vie piú peggiori de le bestie,
le quali buone sono per ciò che vivono secondo la loro natura, la quale
buona fu dal sapientissimo ed ottimo Maestro criata. Né altro forsi
Pitagora, divinissimo matematico, volse intendere per lo trasmigrare
d'uno in uno altro animale: il che ancor mi pare che abbia confermato il
principe de tutti e' filosofi, Platone dico, il quale di gran lunga
avanza e trapassa d'ingegno ogni altro filosofo che mai fusse o sará nel
mondo, togliendo dal nuovero quelli solamente li quali alluminati furono
da la vera fede, o saranno, per opera del Spirito Santo, il quale per
tutte le cose averá scienza. Io credo fermamente avere sodisfatto
secondo il mio giudizio a le vostre quistioni: ora intendo piú
dimesticamente con voi ragionare e ricontarvi le piú maravigliose cose
del mondo.