LIMERNO. Dirotti la veritade, o Triperuno: questi capoversi, non usati
mai da valentuomo veruno, poco a me sono aggradevoli e a gli altri
sodisfacevoli, imperocché altro non vi si trova se non durezza di senso
ed un impazzire di cervello. Ma ragionamo d'un'altra cosa di assai piú
importanza di questa. Confessati meco, e non vi aver un minimo
risguardo. Chi fu lo compositore di que' versi, li quali oggi furono da
tutta la corte in una querza letti e biasmati?
TRIPERUNO. Perché, caro maestro? sapeno forse come gli altri miei?
LIMERNO. Di che?
TRIPERUNO. Di mastro di scola.
LIMERNO. Perché cosí dí': «mastro di scola»?
TRIPERUNO. Li quali, per la varietá de' stili da loro adoperati
pedantescamente, come voglio dire, scrivono e fanno un Caos non men
intricato del mio.
LIMERNO. Io bene di cotesto tuo ravviluppato _Caos_ mi sono
maravigliato, lo quale potrebbe a gli uomini dotti forse piacere; ma non
lo credo, e spezialmente per cagione di quelle tue postille latine suso
per le margini del libro sparse.
TRIPERUNO. Io per confonderlo piú, come la materia istessa richiede,
volsivi ancora la prosa latina in aiuto de lo argomento porre.
LIMERNO. Lasciamo in disparte lo stile tuo, o sia pedantesco o triviale;
ma peggio è, che sono quelli versi mordaci de la fama di tale che
leggermente potrebbeti offendere. Tu non conosci ancora, buono uomo, la
rabbia d'una adirata ed orgogliosa donna, la quale tengasi da qualcuno
oltraggiata e sprezzata.
TRIPERUNO. Qual bene o male posso io sperare o temere da questa larva o
volsi dire Laura?
LIMERNO. Voglia pur Iddio che tu non ne faccia veruna isperienza!
TRIPERUNO. In qual modo un sacco di carcami, una cloaca di fango, una
stomacosa meretrice del dio Sterquilinio è per vendicarse di me?
LIMERNO. Con mille modi, non che uno.
TRIPERUNO. Come?
LIMERNO. È peritissima vindicatrice.
TRIPERUNO. Qual sí terribile ruffiano d'una trita bagascia prenderia
giammai la difesa?
LIMERNO. Non vi mancano gli affamati al mondo. Ma sei male, Triperuno,
su la via di conoscere, in cui posciati ella danneggiare.
TRIPERUNO. Avvelenarmi?
LIMERNO. No.
TRIPERUNO. Farmi con ferro uccidere?
LIMERNO. Né questo ancora.
TRIPERUNO. Tôrmi la fama?
LIMERNO. Non ha credito.
TRIPERUNO. In qual foggia dunque?
LIMERNO. Trasformarti in uno asino.
TRIPERUNO. Che dite voi?
LIMERNO. Un asino, sí; tu ti maravigli dunque?
TRIPERUNO. Ho ben io piú volte inteso queste donne aver possanza, con
non so che unguenti, voltar gli uomini in becchi.
LIMERNO. Anzi, assai piú becchi fanno che castroni. Quanti oggidí
conosco io, li quali giá per violenzia de suffumigi da queste maghe
adoperati furono in bovi, buffali ed elefanti conversi!
TRIPERUNO. Questo saria ben lo diavolo! Se questa Laura mi trasfigurasse
in un becco, vorrebbemi piú oltra bene Galanta?
LIMERNO. Piú che mai.
TRIPERUNO. Come? io sarei pur un becco?
LIMERNO. Ed ella una capra.
TRIPERUNO. Cambiarebbe ancora lei?
LIMERNO. Che 'n credi tu?
TRIPERUNO. Io giá comincio temere.
LIMERNO. Tien stretto.
TRIPERUNO. Forse che non sa ella ancora chi sia lo autore?
LIMERNO. Tu sei pazzo persuadendoti una malefica non sapere quello che a
tutta la corte giá divolgato leggesi.
TRIPERUNO. Lasso! ch'io me ne doglio.
LIMERNO. Tu vi dovevi piú per tempo considerare e prenderne[248] da me
consiglio.
[248] «Consilium post factum, imber post tempora
frugum».
TRIPERUNO. Non l'ho fatto, in mia malora!
LIMERNO. Se tu sapessi la importanza di questo scrivere e lo mandar cosí
facilmente a luce le cose sue, vi averessi meglio pensato; ché pagarei
un tesoro di Tiberio, non mai ne gli occhi de tanti valentuomini una mia
operetta scoperta si fusse.
TRIPERUNO. Come farò io dunque, misero me? ch'io debbia un asino
devenire?
LIMERNO. Or va' piú animosamente! tu giá sei vòlto in fuga, e niuno ti
caccia: non ti partirai da me se non bene consigliato e consolato. Ma
pregoti, Triperuno mio, non t'incresca sotto l'ombra di quel platano
corcarti, fin che io faccia la prova di alquanti versi con la cetra, da
essere in questa sera da me recitati avanti la regina; e veramente assai
averò che fare, se li quattro sonetti da lei richiesti aggradirla
potranno.
TRIPERUNO. Questo tal comporre a l'altrui petizione difficilmente può
sodisfare a coloro li quali non vi hanno parte alcuna. Ma ditemi, prego,
avanti che da voi mi parta, lo soggetto de' quattro sonetti.
LIMERNO. Dirottilo ispeditamente. Giá la signora non è cagione propria
di questi: ma heri Giuberto e Focilla, Falcone e Mirtella mi condussero
in una camera secretamente, ove, trovati ch'ebbeno le carte lusorie de
trionfi, quelli a sorte fra loro si divisero; e vòlto a me, ciascuno di
loro la sorte propria de li toccati trionfi mi espose, pregandomi che
sopra quelli un sonetto gli componessi.
TRIPERUNO. Assai piú duro soggetto potrebbevi sotto la sorte che sotto
lo beneplacito del poeta accascare.
LIMERNO. E questa tua ragione qualche bona iscusazione appresso gli
uomini intelligenti recarammi, se non cosí facili, come la natura del
verso richiede, saranno. Ora vegnamo dunque primeramente a la ventura
ovvero sorte di Giuberto; dopoi la quale, né piú né meno, voglioti lo
sonetto di quella recitare, ove potrai diligentemente considerare tutti
li detti trionfi, a ciascaduno sonetto singularmente sortiti, essere
quattro fiate nominati sí come con lo aiuto de le maggiori figure si
comprende: