LIMERNO E MERLINO

LIMERNO. Or ecco, Merlino, che a tempo questo gentil musico porsemi bona

cagione di dirti lo giá mio promesso a te concetto. Per qual dunque

ragione tu, omai attempato, di questo tuo paese di Carossa, paese dico

da ubriachi, parassiti,[214] lurconi, crapuloni, oggi mai non ti svelli?

perché pur anco vi dimori tu? Qual foggia di vita potrai tu forse in

questa regione de lupi adoperare, la quale posciati con la utilitade

insieme recarti qualche onorevol fama in questo mondo e removerti

finalmente quel nome di Cocaio; nome, dico, di somma leggerezza, sí come

il nome di Pitocco ancor io spero di lasciare?

[214] Crapula.

MERLINO. De l'onorevol fama tanta io me ne acquisto col mio botiro e

lardo, quanto tu con quelli toi zibetti e ambracani. Ma de l'utilitade

io t'ho saggiamente da rispondere: niuna cosa essere piú utile che 'l

mangiare e bere. Non dicoti le antiche giande da tutti lodate e non

toccate se non da' porci, anzi parlo di questi miei delicatissimi

liquori, ove la vera e dritta via di ben vivere giá molti anni passati

mi ricondusse.

LIMERNO. Qual immortalitade di animo vi consegui tu per bere o mangiare?

MERLINO. Or come potrai tu, grossolano che tu ti sei, vivere senza

queste due parti?

LIMERNO. Anzi tu vivi allora sol per mangiare, e questa è vita bestiale.

MERLINO. Va' al diavolo! Vivi tu forse senza mangiare?

LIMERNO. Ben mangio, ma sol per vivere.

MERLINO. Ed io vivo per mangiare.

LIMERNO. Grandissima differenzia è cotesta.

MERLINO. Anzi è una istessa cosa, ma non la comprendi.

LIMERNO. Ben io la conosco, ché assai ti fôra meglio mangiare per vivere

che vivere per mangiare.

MERLINO. Ed io quell'istesso ti replico: che meglio sarebbeti mangiare

per smaltire che smaltire per mangiare.

LIMERNO. Qual fama, qual gloria, qual immortalitade ne averai poi? non

ti reuscirebbe meglio mangiar per vivere e, vivendo, acquistarti

perpetuitade di gloria?

MERLINO. Di qual gloria intendi tu?

LIMERNO. Di questo mondo.

MERLINO. Aspettava che mi parlassi del cielo.

LIMERNO. Mi pensi tu forse cosí pazzo ch'io creda sopra la luna?

MERLINO. Ed io di te assai manco credo; ché, volendo una fiata salir un

arbore di fico ad empirmene de le sue frutta, per mia sventura venendovi

abbasso, ruppimi una spalla, onde d'allora in qua non ho mai voluto piú

credere sin a l'altezza de li arbori. Ma qual è questa gloria del mondo

c'hai detto?

LIMERNO. Innamórati, raccendati, affócati, impazzisceti di qualche bella

donna!

MERLINO. Con diavolo impazzirmi? dòlti forse d'essere solo pazzo che me

in compagnia cerchi di aver ancora? Ben doppia saria cotesta mattezza,

che io omai vecchio ribambito mi cacciassi in cotal impresa. E quando

pur io lo facessi, qual fama onorevole, come hai tu detto, ne

conseguisco poi?

LIMERNO. O dolce, o soave mattezza di questo tenero Cupidine, lo quale

di tanta virtude si rende ne gli amanti cagione! Voglio primeramente che

a grande contento siati lo gire non[215] pur de fini e strafoggiati

panni ma de costumi e gesti lascivi ornato, perfumarti le mani, lo viso,

le labbra, li capelli sovente di zibetto, muschio ed altri unguenti con

acque di grato odore, sforzarti di sapere ogni arte, ogni astuzietta con

qualche simulata invenzione di farti o pur conservarti grato a la tua

madonna, non perdonar a la borsa in feste, danze, conviti, notturne,

mattinate, e qualche dono per truzzimani a lei celatamente dricciato. Ma

sopra tutto per il sprono e dolce incarco di questo amoroso affetto tu

sempre averai lo componer arguti versi pronto e dilettevole; laonde

voglio che totalmente a la musica vocale tu[216] ti abbandoni, cantando

le cortesie, gli sdegni, gli atti, le parole, o in lira o in laúto o in

altro soave strumento, de la tua diva.

[215] Vanitas instruit crapulam.

[216] Delectatione opus perficitur.

MERLINO. Non mi fa mistiero lo giá perfettamente imparato imparare di

novo. Pensi tu forse, o Limerno, ch'io non sappia le passioni di quello

arciere, per cui giá tanto cantai ch'ora ne son roco e imbolsito?

LIMERNO. Troppo til credo, ché 'l fiasco per soverchio bere[217] consuma

un corpo.

[217] «Copia vini et tentat gressus debilitatque |

pedes». VIRG.

MERLINO. Anzi lo bere fa bona ed espedita voce.

LIMERNO. Ed anco li quattro fa parerti otto. Ma dimmi: soni tu d'altro

instrumento che di fiasco?

MERLINO. Ecco lo sacco.

LIMERNO. Per la croce di Dio! tu déi essere un boia.

MERLINO. Che voi dir boia?

LIMERNO. Un mastro di giustizia, al quale si dá per sua mercede tre

libre di piccioli e un sacco.

MERLINO. Ma non gli dánno però la piva drento.

LIMERNO. Tu dunque vi tieni drento la piva?

MERLINO. Eccola.

LIMERNO. Gonfia, ti prego!

MERLINO. _Lirum bi lirum._ Vuoi ch'io ti mostri s'io so meglio di te

cantare?

LIMERNO. Aspetta, prego, ch'io prima dirò ne la cetra, e tu con la piva

mi succederai.

MERLINO. Io ne son molto ben contento. Ma dimmi in lombardo stile, ché

non t'intenderei toscano.

LIMERNO. Farollo veramente. Odi un endecasillabo del sonno:

Huc, huc, noctivage pater tenebrae;

huc som.....

MERLINO. Taci lá! questo mi par latino, e non lombardo.

LIMERNO. Anzi e' lombardi fanno pessimamente, partendosi elli da gli

antiqui soi maestri di lingua latina, quando che lo materno parlare

tanto rozzo e barbaro gli sia. Onde s'io considero chi di Mantoa, chi di

Verona e altri luoghi di Lombardia nacque,[218] dirò che 'l proprio

parlare de' lombardi saria lo latino.

[218] Virgilio, Catullo, Plinio.

MERLINO. Or ben conosco che sei uomo vano e smemorato,[219] ch'ora

contradici a la openione tua innanzi detta. Anzi lo proprio de' lombardi

è lo barbaro, da' longobardi derivato: ma di' meglio (forsennato che tu

ti sei!), che 'l proprio idioma de gli abitatori di Lombardia sarebbe lo

latino, perché Lombardia non fu Lombardia se non dapoi che i longobardi

la barbarie cosí del parlare come de' costumi portarono in quelle parti.

Li costumi se ne sono in sua malora partiti, e lo parlare vi è restato;

e però confermarotti quello che giá sopra dissi: che tu, essendo

lombardo, piú presto avvezzarti doveressi a la paterna tua lingua latina

che a la pellegrina a te toscana; ché molto piú di fama e gloria

conseguiranno per lo avvenire li scrittori latini che li toscani,

quantunque oggidí a molti lo contrario appaia, servando però sempre la

dignitade de la mia macaronesca. Or dunque, mentre io m'apparecchio

responderti, di' suso quel tuo promesso endecasillabo: o latino o

lombardo che si sia, non voglio di cotesto piú teco disputare.

[219] Proprium vanitatis.

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 99 / 222 题