Io ben intesi di tal voce il sòno;
ma, lasso, che servarla fui poi tardo!
E so che quanto tuttavia ragiono
non vien inteso; ma sotto 'l stendardo
de l'Orso grande, ove posto mi sono,
spero dir chiaro senza alcun risguardo.
Or dunque in una grotta entrai soletto,
con passo lento e colmo di sospetto.
Qui la piú bella, onesta, saggia, umile[142]
donna che mai Natura, col sopremo
suo sforzo e col di rado usato stile,
finger potesse in questo ben terreno,
avea sul strame, in loco abbietto e vile
(trovavasi al bisogno troppo estremo)
riposto un suo nasciuto allor infante,
nudo, a la rabbia d'aquilon tremante.
[142] Omnium miraculorum praestantissimum est quum
virgo sine floris virginei detrimento Deum hominem parit,
qui complectens universum angusto praesepio patitur
includi.
E se d'un bianco e liggiadretto velo,
levandosi 'l di testa, non fatt'ella
qualche riparo avesse al crudo gelo,
pensato avrei che 'l parvolino in quella
paglia mancar dovesse, e lui, che 'n cielo
volge coi giri soi ciascuna stella,
stringesse la stagion orribil: tanto
prender gli piacque di miseria il manto!
Con quel contratto volto ed alto ciglio
ch'alcuno mira cose strane e nove,
stavami prono a contemplar quel figlio,
sí di me stesso for, che men del bove,[143]
de l'asinelio men, ebbi consiglio
di riconoscer lui che 'l tutto move
essersi carne fatto, non per boi,
non altri bruti, no, ma a servar noi.
[143] «Cognovit bos possessorem suum et asinus
praesepe domini sui, Israël ante me non cognovit». ESAIAS.
Un for di stile e d'uso uman sembiante,
una celeste angelica figura
di quel nasciuto allor allor infante
fu, ch'al veder mi tolse ogni misura.
Ché s'al visibil sol non è costante,
or che al divin potea nostra natura?
Bench'era in carne ascoso, pur non pote
di fora non aver de le sue note.
Non che 'ntendessi allora la cagione
ch'io fussi in quel fanciullo sí conquiso;
ma, vinto da non so qual passione,
piú tosto che ritrarmi dal bel viso
lasciato avrei non pur le belle e bone[144]
cose del mondo, ma anco il paradiso.
E finalmente io, sciocco (temo a dirlo!),
stetti piú volte in voglia di rapirlo;
[144] «Unguentum suave et optimum est amor summi
boni, quo pestes mentis sanantur et cordis oculi
illuminantur». BASIL.
rapirlo meco in parte ove sol io,
nutrendol prima, l'adorassi dopo,
sperando non mai fôra ch'altro Dio
maggior di lui mi soccorresse a l'uopo;
quando che 'l mundo tant'era in oblio,
che l'indo, il mauro, il scito e l'etiòpo
cingevan il gran spazio, ove chi 'l sole,
chi 'l mar, chi un sasso, chi 'l suo rege cole.
Ma, forse accorta del pensier mio folle
in far tal preda, la pudica donna,
levatolo di paglie, sí sel tolle
in grembo e 'l ricoperse ne la gonna;
ché esser d'uomo veduta giá non volle
mentre li porge il latte. Poi l'assonna,[145]
ed assonnato il bascia, e tornal anco
sul strame, a lato un vecchio grave e bianco.
[145] «Lacta, mater, cibum nostrum; lacta panem de
coeli arce venientem et pone in praesepium velut piorum
cibaria iumentorum». AUG.
Ma non sí tosto giú posato l'ave,
ch'un giovenetto a lato, in veste bruna,
qui sotto entrando porta un grosso trave
di ponderosa croce, ed altri d'una
colonna carco; e dopo loro grave
e longa tratta d'angioli s'aduna
intorno del presepio, lagrimosa,
ciascun in man avendo una sol cosa:
questo di spine una corona, quello
sopra la canna una spongia bibace;
chi un chiodo, chi una sferza, chi 'l martello,
chi l'asta, chi la fune, chi la face.
La donna, quando i vide, in atto bello
presto si leva e vereconda tace.
Quelli non men di lei onor le fanno,
poi taciti al fanciullo intorno stanno
(dorm'egli) in atto di basciarlo mille
e mille volte, né esserne satollo:[146]
par che nettar, ambrosia e manna stille
da gli occhi soi, dal mento, fronte e collo!
Eran le cose in modo allor tranquille,
ch'al mondo non sentivi un picciol crollo,
come se con la notte l'universo
stesse nel sonno, co' l'infante, merso.
[146] «O iugum sancti amoris, quod dulciter capis,
gloriose laqueas, suaviter premis, delectanter oneras,
fortiter stringis, prudenter erudis!». BERNARD.
Ma dopo alquanto indugio, ecco 'l piccino
subitamente non so chi disturba.
Egli alza il guardo e vedesi vicino
cinger intorno la celeste turba,
ch'ognun sta penseroso e 'n terra chino,
con quelle orribil armi; onde si turba
nel volto il bel sembiante e di spavento
piange, tremando come fronda al vento.
Sí come al vento foglia, trema e piange,
né 'l viso piega mai da quella croce;
e mentre qui si dole, cruccia ed ange,
quattro angioletti in lagrimosa voce
incomenciar un inno detto il _Pange_;[147]
il qual pensando, ancor m'incende e cuoce
de l'amoroso foco, il cui soggetto
spezza di fiera non che d'uom un petto.
[147] Divi Ambrosii hymnus.
Non fu giá pietra in quelle mura (pensi
un cor gentil ch'esser dovea la madre!)
che non s'intenerisse ai forti intensi
gemiti del fanciullo, a le leggiadre
rime di que' cantori. Ond'io con densi
sospiri m'avvicino al bianco padre,
col qual piangendo mi proposi allotta
non mai distormi piú di quella grotta.
Grotta gioiosa, che degnossi 'l cielo
partir de le sue cose in mia salute!
grotta felice in cui di carne il velo
intorno vidi aver l'alta virtute!
grotta salúbre, ove servato il stelo
di pudicizia nacque, tra le acute[148]
mondane spine, il fior tant'anni occulto,
di terra uscito senza umano culto!
[148] «Veritas de terra orta est et iustitia de
coelo prospexit». DAVID.
Poscia che i quattro spirti bianchi fine
poser al _Pange lingua gloriosi_,
quel da la croce, c'ha l'aurato crine,
d'avolio il viso e gli occhi sí amorosi,
l'ale tessute d'oro e perle fine,
dritto si leva in piedi con ritrosi
guardi ver' me, stendendo la man destra,
e la croce sostien con la sinestra.