Eran le dua sorelle omai sí d'ira,[106]
per la puntura di sue lingue, in cima,
che fu tra lor per esser pugna dira.
Ma grave donna di molt'altre prima,
dolce cantando, fuvvi sopraggiunta,
la cui beltá non quanta sia s'estima.
Un'arpa con sua voce ben congiunta
fece che da le dua giá in arme prone
la gara venne tostamente sgiunta.
Latte di tigre o sangue di dragone[107]
ben mostrarebbe aver beuto infante,
chi non saltasse udendo sua canzone!
[106] «Furor arma ministrat». VIRG.
[107] Feritas ad harmoniae concentum facile
mansuescit.
Non è di pietra cor, non d'adamante,
non di Neron, Mezenzio, Erode, Silla,
che non si dileguasse a lei davante.
Onde non pur Anchinia con Tecnilla
lasciâr l'ingiurie fattesi, ma sono
e questa e quella piú che mai tranquilla;
anzi leggiadre, al numerabil sòno
di diece corde, mosser una danza,
dandosi un bascio ad ogni sbalzo nono.[108]
Quivi Almafisa venne con l'onranza,
fra mille ninfe d'arbori e de fiumi,
ché ognun concorre a quella concoranza:[109]
né men scherzan in cielo e' chiari lumi,
nel mar e' pesci, e 'n cielo quei dal volo,
le fiere in terra e i serpi ne' lor dumi.
[108] Novem doctrinae atque scientiae nodos
intellige sub novem musarum figura.
[109] Non sine maxima proportione et harmonia orbes
coelestes invicem locati sunt.
Stavami ne le fascie stretto e solo,
sí come l'augelletto, il qual distende
l'ale, ma non s'innalza e n'ha gran dolo.
Chi su, chi giú quel tutto che s'intende
da l'uom, se non a pieno, almen in parte,
va, vien, traversa, corre, monta e scende.
--Ciascun mai d'Omonía non si diparte!--[110]
cosí la cantatrice udi' chiamare,
che i passi altrui col canto suo comparte.
Io che l'errante macchina danzare,
per quel dolce concento, vidi al moto[111]
universal e poi particolare,
di quei legami tutto mi riscuoto,
come colui che lungo indugio annoi,
dovendosi asseguir qualche suo voto.
[110] Concordantia.
[111] Deus noster gloriosus omnia in numero,
pendere et mensura creavit.
Svelsi di quelle scorze un braccio e poi,
con quella svelta man che i nodi sterpe,
tanto cercai ch'usciron ambi doi.
E con quel modo ch'un immondo serpe,
vedendo, ov'era 'l ghiaccio, nato il fiore,
si sbuca lieto d'un'angosta sterpe,
dove si spoglia il vecchio corio fore
tutto d'argento, ed or fassi piú cinte[112]
del ventre al capo ed or segue 'l suo amore;
tal io, poi che le spoglie risospinte
m'ebbi d'addosso, per danzar su m'ersi;
ma fûrno dal desio mie forze vinte.
[112] «Nihil non tam proprium humanitatis est quam
remitti dulcibus modis astringique contrariis». BOËT.
Ché surto in piede starvi non soffersi,
anzi cascai, donde corse a comporre
Anchinia un carro, il qual meco si versi.
Su tre rotelle il carriuolo corre,
ed è, sí come io son di lui, mio guida
che al passo infermo e debile soccorre.
Di ciò par ch'Almafisa se ne rida,
che 'l legno arguto poggia ovunque poggio,
e che l'industre Anchinia è che m'affida.
Ma con le mani a lui mentre m'appoggio
ed ir con seco quinci e quindi bramo,
ecco me 'ntoppo in qualche adverso poggio;
di che sossopra il carro ed io n'andiamo:
quel resta intégro ed io n'ho rotto 'l naso,
e che ritto mi torni Anchinia chiamo.
Anchinia mi rileva, e d'ogni caso
per le percosse ch'atterrato piglio
presta ricorre de l'onguento al vaso.
Ed io, ch'oltra 'l dolor esser vermiglio
comprendo il lito del mio sangue, invoco
lei con la mano posta al pesto ciglio.
Ma quella mi risana, ed anco al gioco[113]
di quel mio tal destriero mi riduce,
in fin che da me stesso, a poco a poco,
ir poscia senza il carro ed altro duce.
[113] Nutrix itaque fidelissima datur homini
industria.