CORONA. Or su, non motteggiamo, prego![3]

[3] Sales animo languenti amarae sunt.

PAOLA. In che modo gli sei dunque doppia sorocchia?

CORONA. Carnale e spirituale.

PAOLA. Carnale sí bene, spirituale non piú giá.

CORONA. La cagione?

PAOLA. S'ha gittato il basto da dosso l'asinello.

CORONA. E rottosi 'l capestro.

LIVIA. E tratto di calzi.

PAOLA. Or cangiamo cotesto ragionamento in altro. Hai tu letto

l'_Orlandino_?

CORONA. Letto? trista me! appena veduto.

PAOLA. Come? ti vien interdetto forse che da te con l'altre tue sorelle

non si poscia leggere?

CORONA. Sí.

PAOLA. Chi fu questo pontifice?

CORONA. La ragione.

PAOLA. Perché cosí la ragione?

CORONA. La quale m'avvisava dover essere peggior Limerno che Merlino.

PAOLA. Leggerlo almanco voi dovevati.

CORONA. A che perder il tempo?

PAOLA. Taci, ché d'ogni libro qualche cosa s'impara.

CORONA. Questo è falso.

PAOLA. È sentenzia di Plinio.

CORONA. Vada con le altre sue menzogne!

PAOLA. Negarai tu che d'ogni libro non s'impari qualche cosa?

CORONA. Anzi, piú de li tristi e disonesti che de li boni.

PAOLA. Or basta: non sai che 'n doi mesi, e non piú, sotto il titolo di

Limerno l'ha composto?

CORONA. E' viemmi detto che, tutto a un tempo che lo componeva, eragli

rubato da gli impressori.

PAOLA. Cotesto è piú che vero; ché ove interviene stimulo di sdegno,

spizziano versi senza alcun ritegno.

CORONA. Potrebbe forse pentirsene, credilo a me.

PAOLA. Di che?

CORONA. Dir tanto male.

PAOLA. Anzi solamente si dole che non pur Merlino, ma Limerno compose

cosí precipitosamente che li stampatori non poteano supplire a

l'abbondanzia e copia de' suoi versi; laonde pargli un errore

grandissimo non aver servato lo precetto oraziano.[4]

[4] Carmen reprehendite quod non | multa dies et

multa litura coërcuit etc.

CORONA. Doverebbe via piú tosto il meschino piangere e crucciarsi aver

consumato il tempo circa tanta liggerezza.

PAOLA. Non dir liggerezza, figlia, ché non per cosa liggera simulossi

giá Ulisse devenuto essere pazzo.

CORONA. Troppo son certa io de la lui malizia, il quale fingesi

«pitocco» e furfante per dar bastonate da cieco.

PAOLA. Tu non sai la cagione.

CORONA. Cosí non la sapessi!

PAOLA. Dimmi, qual è?

CORONA. Per farci morir tutti spacciatamente di doglia, acciò piú oltra

non avesse chi gli gridasse in capo.

PAOLA. Tu te 'nganni grossamente.

CORONA. Anzi pur tu te 'nganni.

PAOLA. Come?

CORONA. In creder alcuno dir male a bon fine.

PAOLA. Che male dice?

CORONA. Non voglio parlarne.

PAOLA. Perché?

CORONA. Temerei di qualche maladizione.

PAOLA. Or su confortati, figliuola, ché al poledro fu sempre concesso

puoter fin a doi capestri rumpere.[5]

[5] «Iuvenile vitium est, regere non posse impetum». SEN.

CORONA. Non rumpa giá lo terzo.

PAOLA. Anzi totalmente nel ternario numero fermatosi, ha messo a luce il

_Caos del triperuno_.

CORONA. Qual _Caos del triperuno_?

LIVIA. El pare che non ti sovvegna!

CORONA. Non mi sovviene per certo.

LIVIA. Le tre «selve», le quali heri legessimo, e, per segno di ciò, una

allegoria bellissima tu di quelle saggiamente cavasti, quantunque io sia

di senso molto dal tuo discosto.

CORONA. O smemorata me, ch'ora me lo ricordo! Ma dimmi: è di Teofilo?

LIVIA. Non sai che solamente vi si fa menzione di Merlino, Limerno e

Fúlica?

CORONA. Troppo me lo ricordo! Ma che fusse di tuo fratello Camillo mi

pensava.

LIVIA. Tu non pensasti dritto: è di Teofilo.

PAOLA. Cosí è; ma ditemi ambe dua lo argomento vostro che imaginato vi

avete sopra questo _Caos_, ché ancora io lo sentimento mio vi narrerò.

Comincia tu, Livia.

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 11 / 222 题