— Ebbene! va dunque a discorrere con quel servo, disse d'Artagnan, e

nella conversazione informati se il suo padrone è morto.

Planchet discese da cavallo, camminò diritto diritto a Lubin, che,

infatti, non lo riconobbe, e i due lacchè si misero a discorrere nella

maggiore intelligenza del mondo, nel mentre che d'Artagnan spingeva i

due cavalli in un viottolo, e facendo il giro dietro una casa, se ne

ritornava ad assistere alla conferenza nascosto da una siepe.

In capo ad un istante di osservazione dietro la siepe, intese il rumore

di una carrozza, e vide la carrozza di milady fermarsi d'avanti a lui.

Non vi era ad ingannarsi, milady vi era dentro. D'Artagnan si nascose

dietro il collo del suo cavallo, affine di poter veder tutto senza

esser veduto.

Milady cavò la sua graziosa testa bionda dalla portiera, e dette degli

ordini alla sua cameriera.

Quest'ultima, bella giovinetta di ventidue anni, svelta e vivace,

vera cameriera di confidenza di una gran signora, saltò abbasso dal

montatoio sul quale stava seduta, secondo l'uso del tempo, e si diresse

verso il terrazzo su cui d'Artagnan aveva scoperto Lubin.

D'Artagnan segui la confidente con gli occhi e la vide incamminarsi al

terrazzo. Ma per caso, un ordine dall'interno aveva chiamato Lubin, di

modo che Planchet era rimasto solo guardando da tutte le parti per qual

via era scomparso d'Artagnan.

La cameriera si avvicinò a Planchet, ch'ella prese per Lubin, e

stendendogli un piccolo biglietto:

— Per il vostro padrone, diss'ella.

— Per il mio padrone? riprese Planchet meravigliato.

— Sì, e di molta premura. Prendete, fate presto.

Dopo di che se ne fuggì verso la carrozza di già rivoltata dalla parte

donde era venuta, si slanciò sul montatoio, e la carrozza ripartì.

Planchet girò e rigirò il biglietto, quindi avvezzo all'obbedienza

passiva, saltò in basso dal terrazzo, infilò dalla parte del viottolo,

e incontrò dopo venti passi d'Artagnan che, avendo veduto tutto, gli

veniva incontro.

— Per voi, signore, gli disse Planchet presentandogli il biglietto.

— Per me? disse d'Artagnan, sei tu ben sicuro?

— Perdinci! se ne son sicuro: la cameriera ha detto: «per il vostro

padrone» io non ho altro padrone che voi, così...

D'Artagnan aprì la lettera, e lesse queste parole:

«Una persona che s'interessa per voi più di quello che ella può dire

vorrebbe sapere in qual giorno sarete in istato di passeggiare nella

foresta: domani al palazzo del campo del Drappo d'Oro un lacchè nero e

rosso aspetterà la vostra risposta».

— Oh! oh! disse a se stesso d'Artagnan, ecco un'avventura un poco viva.

Sembra che milady ed io siamo in pena sulla vita della stessa persona.

Ebbene! Planchet, come sta questo buon signore de Wardes? egli dunque

non è morto?

— No, signore, sta tanto bene quanto si può stare con quattro colpi

di spada nel corpo, poichè voi, senza farvene un rimprovero, avete

allungato quattro colpi a questo caro gentiluomo; egli è ancora molto

debole, avendo perduto quasi tutto il suo sangue. Come vi aveva detto,

signore, Lubin non mi ha riconosciuto, e mi ha raccontato dal principio

alla fine la nostra avventura.

— Benissimo, Planchet, tu sei il re dei lacchè; ora rimonta a cavallo,

e raggiungiamo la carrozza.

Non vi volle molto; in cinque minuti si scoperse la carrozza fermata

all'estremità della strada: un cavaliere riccamente vestito stava allo

sportello.

La conversazione fra milady e il cavaliere era talmente animata, che

d'Artagnan si fermò dall'altra parte della carrozza senza che nessuno,

fuori della cameriera, s'accorgesse della sua presenza.

La conversazione si faceva in inglese, lingua che d'Artagnan non

capiva; ma all'accento, il giovane credè indovinare che la bella

Inglese era molto in collera; essa terminò con un gesto che non lasciò

più alcun dubbio sulla natura di questa conversazione: fu un colpo di

ventaglio applicato con tanta forza, che il piccolo arnese femminino

andò in mille pezzi.

Il cavaliere scoppiò in una risata che parve esasperare milady.

D'Artagnan pensò che quello era il momento d'intervenire; si avvicinò

all'altra portiera, e levandosi rispettosamente il cappello:

— Signora, diss'egli, mi permettete voi di offrirvi i miei servigi?

mi sembra che questo cavaliere vi abbia fatto andare in collera! Dite

una parola, signora, ed io m'incarico di punirlo della sua mancanza di

cortesia.

Alle prime parole, milady si era voltata guardando il giovane con

meraviglia; e quando ebbe finito:

— Signore, diss'ella in ottimo francese, sarebbe con grandissimo

piacere che io mi metterei sotto la vostra protezione, se la persona

che mi ha mosso questione non fosse mio fratello.

— Oh! scusatemi allora, disse d'Artagnan, voi capirete che io lo

ignorava, signora.

— Di che cosa dunque si immischia questo stornello? gridò abbassandosi

all'altezza della portiera, il cavaliere che milady aveva designato

come suo parente, e perchè non continua egli la sua strada?

— Siete voi uno stornello, disse d'Artagnan, abbassandosi a sua volta

sul collo del cavallo, e rispondendo dalla sua parte della portiera. Io

non continuo la mia strada, perchè mi piace di fermarmi qui.

Il cavaliere indirizzò qualche parola in inglese a sua sorella.

— Io vi parlo francese, disse d'Artagnan, fatemi dunque il piacere, vi

prego, di rispondermi nella stessa lingua. Voi siete il fratello della

signora, sia, ma voi non siete mio fratello, fortunatamente.

Si sarebbe potuto credere che milady, timorosa come sono ordinariamente

tutte le donne, si fosse interposta a questo principio di provocazione,

affine d'impedire che la questione andasse più avanti; ma, tutto al

contrario, ella si gettò in fondo alla carrozza, e gridò freddamente al

cocchiere:

— Andate al palazzo.

La giovane cameriera gettò uno sguardo di inquietudine sopra

d'Artagnan, la di cui buona fisonomia sembrava aver prodotto in essa il

suo effetto.

La carrozza partì, e lasciò i due cavalieri in faccia l'uno dell'altro.

Nessun ostacolo materiale li separava più.

Il cavaliere fece un movimento per seguire la carrozza; ma d'Artagnan,

la di cui collera di già bollente si era ancora aumentata, riconoscendo

in lui l'Inglese che in Amiens gli aveva vinto il suo cavallo, e poco

non avea mancato vincesse ad Athos il suo diamante, gli saltò alla

briglia, e lo fermò.

— Eh! signore, diss'egli, voi mi sembrate anche più stornello dì me,

poichè mi fate l'effetto di dimenticare che si è intavolata fra noi una

piccola questione.

— Ah! ah! disse l'Inglese, siete voi, mio padrone! con voi bisogna

dunque sempre giuocare un giuoco o un altro?

— Sì, e ciò mi ricorda che ho da prendermi una rivincita. Noi vedremo,

mio caro signore, se voi maneggiate tanto destramente la spada quanto

il bussolo dei dadi.

— Vedete bene che io non ho spada, disse l'Inglese; volete voi fare il

bravo contro un uomo disarmato.

— Spero bene che ne avrete una a casa vostra, disse d'Artagnan, in ogni

caso, io ne ho due, e se voi volete, ve ne cederò una.

— È inutile, disse l'Inglese, io sono sufficientemente munito di questa

sorta di utensili.

— Ebbene! mio degno gentiluomo, riprese d'Artagnan, scegliete la più

lunga, e venite a mostrarmela questa sera.

— Ove, se vi piace?

— Dietro il Luxembourg; questo è un grazioso quartiere per le

passeggiate del genere che vi propongo.

— Sta bene; io vi sarò.

— La vostra ora?

— Sei ore.

— A proposito, voi avete pure probabilmente uno o due amici?

— Io ne ho tre, che saranno molto onorati di giuocare la stessa partita

che giuocherò io.

— Tre, a meraviglia! come si combina bene, disse d'Artagnan, è

precisamente il mio conto.

— Ora chi siete voi? domandò l'Inglese.

— Io sono il signor d'Artagnan, gentiluomo guascone, servo nelle

guardie e sono nella compagnia del sig. des Essarts. E voi?

— Io sono lord de Winter, barone de Scheffield.

— Ebbene! io sono vostro servitore, signor barone, disse d'Artagnan,

quantunque abbiate dei nomi molto difficili a ricordarsi.

E pungendo il suo cavallo, si mise al galoppo, e riprese la strada di

Parigi.

Come aveva l'abitudine di fare in simili occasioni, d'Artagnan discese

direttamente alla casa di Athos.

Trovò Athos steso sopra un gran sofà, ove aspettava, come lo aveva

detto, che il suo equipaggio fosse venuto a ritrovarlo.

Egli raccontò ad Athos quanto gli era accaduto, meno la lettera al

signor de Wardes.

Athos fu consolato allorquando seppe che doveva battersi contro un

Inglese. Noi abbiamo detto che questo era il suo trasporto.

Fu mandato a cercare sull'istante medesimo Porthos ed Aramis per mezzo

dei lacchè, e furono messi al corrente della situazione.

Porthos cavò fuori la sua spada dal fodero; e si mise a squadronare

il muro rinculando di tempo in tempo, e facendo delle pieghe come un

ballerino. Aramis che lavorava sempre nel suo poema, si chiuse nel

gabinetto di Athos, e pregò di non essere disturbato fino al momento di

sguainare la spada.

Athos con un segno domandò a Grimaud un'altra bottiglia.

Fra se stesso d'Artagnan combinò un piccolo piano di cui vedremo

in seguito l'esecuzione, e che gli prometteva una qualche graziosa

avventura, come si poteva vedere dai sorrisi, che di tempo in tempo

passavano sul suo viso, di cui rischiaravano il sogno.

CAPITOLO XXXI.

INGLESI E FRANCESI

Venuta l'ora, si portarono coi quattro lacchè dietro al Luxembourg,

in un recinto abbandonato alle capre. Athos regalò una moneta al

capraio perchè si allontanasse. I lacchè furono incaricati di fare la

sentinella.

Ben presto una truppa silenziosa si avvicinò allo stesso recinto,

vi penetrò e raggiunse i moschettieri; quindi, secondo gli usi

d'oltremare, ebbero luogo le presentazioni.

Gl'Inglesi erano tutte persone della più alta società; i nomi bizzarri

dei tre amici furono dunque per essi un soggetto, non solo di sorpresa,

ma ancora d'inquietudine.

— Con tutto ciò, disse lord de Winter, quando i tre amici si furono

nominati, noi non ci battiamo con tali nomi di pastori.

— Così, come voi lo supporrete bene, milord, questi sono nomi falsi,

disse Athos.

— Cosa che non ci dà che un desiderio maggiore di conoscere i veri

nomi, rispose l'Inglese.

— Voi però avete giuocato contro di noi senza conoscerli, disse Athos,

a tal segno che ci avete vinti i nostri due cavalli.

— È vero; ma noi allora non arrischiavamo il nostro sangue. Si giuoca

con tutti, non si combatte che coi suoi uguali.

— È giusto, disse Athos.

E prese in disparte quello dei quattro Inglesi col quale doveva

battersi, e gli disse il suo nome a bassa voce; dal canto loro Porthos

e Aramis fecero altrettanto

— Ciò vi basta, disse Athos al suo avversario, e mi ritrovate voi

abbastanza nobile per farmi la grazia di incrociare la vostra spada

meco?

— Sì, signore, disse l'Inglese inchinandosi.

— Ebbene, volete ora che io vi dica una cosa? riprese freddamente Athos.

— E quale? domandò l'Inglese.

— È che voi avreste fatto meglio a non esigere da me che mi facessi

conoscere.

— Perchè?

— Perchè mi si crede morto, ed ho delle ragioni per desiderare che non

si sappia che io sono vivo, e che quindi sarò obbligato di uccidervi

perchè il mio segreto non si divulghi sul momento.

L'Inglese guardò Athos credendo che scherzasse, ma Athos non scherzava

affatto.

— Signori, disse Athos indirizzandosi ai suoi compagni e ai suoi

avversarii, siamo noi all'ordine?

— Sì, risposero tutti ad una voce Inglesi e Francesi.

— Allora, in guardia! disse Athos.

E tosto otto spade brillarono ai raggi del sol cadente, e il

combattimento cominciò con un accanimento ben naturale a persone due

volte nemiche.

Athos difendeva con tanta calma e metodo, come se fosse stato in una

sala di scherma.

Porthos, corretto senza dubbio dalla sua troppo grande confidenza

per opera della avventura di Chantilly, giuocava un giuoco pieno di

destrezza e prudenza.

Aramis, che aveva il terzo canto del suo poema da terminare, si

sbrigava come un uomo che abbia molta fretta.

Athos pel primo uccise il suo avversario. Non gli aveva portato che un

colpo, ma come lo aveva prevenuto, questo colpo era stato mortale, la

spada gli traversò il cuore.

Porthos, pel secondo, stese il suo sull'erba; gli aveva traversata la

coscia. Allora, siccome l'Inglese gli aveva resa la spada, Porthos lo

prese fra le sue braccia, e lo portò nella sua carrozza.

Aramis spinse il suo avversario così vigorosamente, che dopo averlo

fatto rompere soltanto una cinquantina di passi, finì col metterlo

fuori di combattimento.

In quanto a d'Artagnan, egli aveva fatto semplicemente e puramente un

giuoco difensivo, quindi, quando vide il suo avversario bene stanco,

gli dette una vigorosa fianconata, e gli fece balzare la spada dalle

mani. Il barone vedendosi disarmato fece due o tre passi addietro, ma

in questo movimento il suo piede scivolò, e cadde rovescione.

D'Artagnan fu sopra di lui e puntandogli la spada alla gola:

— Io potrei uccidervi, signore, diss'egli all'Inglese, e voi siete

realmente nelle mie mani: ma io vi regalo la vita per amore di vostra

sorella.

D'Artagnan era al colmo della sua gioia; aveva realizzato il piano

stabilito in antecedenza; ed il cui pensiero aveva fatto apparire sul

suo viso quei sorrisi di cui abbiamo tenuto parola.

L'Inglese, incantato di avere a che fare con un gentiluomo tanto facile

a ricomporsi, strinse d'Artagnan fra le sue braccia, fece mille carezze

ai tre moschettieri, e siccome l'avversario di Porthos era già stato

messo in carrozza, e l'avversario di Aramis se l'era data a gambe, non

si pensò più che al morto.

Siccome Porthos e Aramis si accinsero a spogliarlo, nella speranza che

la sua ferita non fosse mortale, sfuggì dal cinto una grossa borsa.

D'Artagnan la raccolse e la stese a lord Winter.

— E che diavolo volete voi ch'io mi faccia di questa? disse l'Inglese.

— La restituirete alla sua famiglia, disse d'Artagnan.

— La sua famiglia si cura ben poco di questa miseria! essa eredita

quindici mila luigi di rendita. Ritenete questa borsa pei vostri

lacchè.

In questo mentre Athos si era avvicinato a d'Artagnan.

— Sì, diss'egli, diamo questa borsa, non ai nostri lacchè, mai ai

lacchè inglesi.

— Così, dicendo, Athos prese la borsa e la gettò nelle mani del

cocchiere.

— Per voi e pei vostri compagni, gridò egli.

Questa grandezza di modi, in un uomo interamente sprovvisto, colpì

lo stesso Porthos, e questa generosità francese, ripetuta poscia da

Winter, fece ovunque grande incontro, eccetto che nei signori Grimaud,

Planchet, Mousqueton e Bazin.

— Ed ora, mio giovane amico, poichè mi permetterete, lo spero, di

chiamarvi così, disse lord Winter; fino da questa sera se volete, vi

presenterò a mia sorella milady Clarick, poichè voglio ch'essa pure

vi accetti nella sua buona grazia, e siccome ella non è del tutto mal

veduta in corte, così, un giorno, una sua parola potrà non esservi

inutile.

D'Artagnan arrossì dal piacere, e chinò la testa in segno di

assentimento.

Lord Winter, nel lasciare d'Artagnan, gli dette l'indirizzo di sua

sorella; essa abitava nella piazza Reale, che allora era il quartiere

di moda, al n. 6. D'altronde egli si esibiva di andarlo a prendere per,

presentarlo. D Artagnan gli dette appuntamento per le otto in casa di

Athos.

Questa presentazione in casa di milady occupava molto là testa del

nostro Guascone. Si ricordava in quale strana maniera questa donna

era stata mischiata fino allora nel suo destino. Secondo la sua

convinzione, essa doveva essere una creatura del ministro, e ciò non

ostante si sentiva invincibilmente trascinato verso di lei da uno

di quei sentimenti dì cui nessuno può rendersi ragione. Il suo solo

timore era quello che milady non riconoscesse in lui l'uomo di Méung

e di Douvres. Allora ella saprebbe ch'egli era fra gli amici del sig.

de Tréville, e che per conseguenza apparteneva in corpo ed anima al

re, cosa che allora gli farebbe perdere una parte dei suoi vantaggi,

poichè conosciuto da milady come egli la conosceva, ella giuocherebbe

con lui a giuoco uguale. In quanto a questo principio di intrigo fra

lei ed il conte de Wardes, il nostro presuntuoso non se ne occupava che

mediocremente, quantunque il marchese fosse giovane, bello, ricco, e

molto avanti nei favori del ministro. Non è per niente che si ha venti

anni, e soprattutto che si è nati a Tarbes.

D'Artagnan cominciò dall'andare in casa sua a fare una sfolgorante

toaletta; quindi ritornò da Athos, e secondo la sua abitudine, gli

raccontò tutto. Athos ascoltò i suoi progetti, quindi scosse la testa,

e gli raccomandò la prudenza, con una specie d'amarezza.

— Come mai! voi avete perduta or ora una donna che dicevate buona,

graziosa, perfetta, ed eccovi già a correre dietro un'altra?

D'Artagnan senti la verità di queste parole.

— Io amo la signora Bonacieux col cuore, nel mentre che amo milady

colla testa; e facendomi condurre da lei, io cerco di rischiararmi

sulla parte ch'ella rappresenta alla corte. — La parte che rappresenta,

perdinci! non è difficile a indovinarsi, dopo tutto quello che avete

detto. Ella è un qualche emissario del ministro, una donna che vi

tenderà un laccio ove voi lascerete bonariamente la vostra testa.

— Diavolo! mio caro Athos, voi vedete le cose molto nere a quanto

sembra.

— Caro mio, io diffido delle donne; che volete? io sono pagato per

questo, e particolarmente delle donne bionde. Milady è bionda; non me

lo avete detto?

— Ella ha i capelli del più bel biondo che si possa vedere.

— Ah! mio povero d'Artagnan! fece Athos.

— Ascoltate: io voglio illuminarmi, quindi come saprò ciò che desidero,

mi allontanerò.

— Illuminatevi! disse flemmaticamente Athos.

Lord Winter giunse all'ora indicata, ma Athos, avvisato in tempo, passò

nell'altra camera.

Trovò dunque solo d'Artagnan, e siccome erano vicino le otto, condusse

subito via il giovane.

Milady de Winter ricevette graziosamente d'Artagnan. Il suo palazzo

era di una sontuosità rimarchevole, e quantunque la maggior parte degli

Inglesi, scacciati dalla guerra, lasciassero la Francia o fossero sul

punto di lasciarla, milady aveva fatto di recente nuove spese nei suoi

appartamenti, cosa che provava che la misura generale che allontanava

gli Inglesi non la risguardava.

— Voi vedete, disse lord de Winter presentando d'Artagnan a sua

sorella, un giovane gentiluomo che ha tenuto la mia vita fra le sue

mani, e che non ha voluto usare dei suoi vantaggi, quantunque noi

fossimo doppiamente nemici, poichè sono io che l'ho insultato, ed io

son Inglese. Ricevetelo dunque, signora, se avete qualche amicizia per

me.

Milady aggrottò leggermente le sopracciglia; una nube appena visibile

passò sulla sua fronte, e apparve sulle sue labbra un sorriso talmente

strano, che il giovane, che aveva seguito ogni di lei moto, ne provò

come un fremito.

Il fratello non vide niente, si era voltato per giuocare colla scimmia

prediletta di milady, che lo aveva tirato pel suo vestito.

— Siate il ben venuto, signore, disse milady con una voce, la cui

singolare dolcezza faceva contrasto coi segni di cattivo umore che

aveva rimarcati d'Artagnan, poichè oggi avete acquistati dei diritti

eterni alla mia riconoscenza.

L'Inglese allora ritornò a voltarsi, e raccontò il combattimento senza

nascondere nessuna circostanza. Milady l'ascoltò colla più grande

attenzione; ciò non ostante si vedeva facilmente qualunque si fossero

gli sforzi per nascondere le sue impressioni, che questo racconto non

le riusciva aggradito: il sangue le salì alla testa, ed il suo piccolo

piede si agitava sotto la sua veste.

Lord de Winter non si accorse di niente, quindi, quando ebbe finito,

si avvicinò ad una tavola su cui era preparata in una sottocoppa una

bottiglia di vino di Spagna, e empì due bicchieri e con un segno invitò

d'Artagnan a bere.

D'Artagnan sapeva che sarebbe stato un disgustarsi l'Inglese

rifiutandosi di bere con lui. Si avvicinò adunque alla tavola, e prese

il secondo bicchiere. Egli non aveva perduto di vista milady, e dallo

specchio si accorse del cangiamento che si era operato sul suo viso.

Ora ch'ella non credeva di essere più guardata, un sentimento che

rassomigliava molto alla ferocia animò la sua fisonomia. Ella mordeva

il suo fazzoletto coi denti.

Quella graziosa e piccola cameriera, che d'Artagnan aveva già

rimarcata, disse in inglese alcune parole a lord Winter, che domandò

subito a d'Artagnan il permesso di ritirarsi, scusandosi sulla urgenza

dell'affare che lo richiamava altrove, e pregando sua sorella di

ottenere il suo perdono.

D'Artagnan cambiò una stretta di mano con lord de Winter, e ritornò

presso milady. Il viso di questa donna, con una mobilità sorprendente,

aveva ripreso un'espressione graziosa; soltanto, alcune piccole

macchiette rosse, disseminate sul suo fazzoletto, indicavano che ella

si era morsicate le labbra fino a farle mandar sangue.

Le sue labbra erano magnifiche, si sarebbe detto che fossero state di

corallo.

La conversazione prese una piega allegra. Sembrava che milady si fosse

rimessa del tutto. Ella raccontò che lord de Winter non era che suo

cognato e non suo fratello; ella aveva sposato un cadetto di famiglia

che l'aveva lasciata vedova con un fanciullo. Questo fanciullo era

il solo ed unico erede di lord Winter, se il barone de Winter non

si ammogliava. Tutto ciò lasciava vedere a d'Artagnan un velo che

avviluppava qualche cosa; ma egli non distingueva nulla sotto questo

velo.

Del rimanente, in capo ad una mezz'ora di conversazione, d'Artagnan si

era convinto che milady era sua compatriota; ella parlava il francese

con una purezza ed eleganza che non lasciavano alcun dubbio sotto

questo rapporto.

D'Artagnan si estese in argomenti galanti, e in proteste di divozione.

A tutte le leggerezze che sfuggivano al nostro Guascone, milady

sorrideva con benevolenza. Finalmente giunse l'ora di ritirarsi:

d'Artagnan prese congedo da milady e uscì dalla sala che era il più

felice degli uomini.

Sulla scala incontrò la cameriera, la quale lo sfiorò dolcemente

passandogli vicino, e arrossendo fino nel bianco degli occhi, gli

domandò perdono di averlo toccato, e con una voce così dolce, che il

perdono gli fu accordato nello stesso momento.

D'Artagnan ritornò il giorno dopo, e fu ricevuto anche meglio della

sera innanzi. Lord de Winter non vi era, e questa volta fu milady che

gli fece tutti gli onori della serata. Ella parve prendere un grande

interesse a lui, gli domandò di dove era, quali erano i suoi amici, e

se qualche volta aveva pensato di mettersi al servizio del ministro.

D'Artagnan, che come si sa, era un giovane molto prudente, per non

avere che vent'anni, si risovvenne allora dei sospetti che aveva sopra

milady. Le fece un grande elogio di Sua Eccellenza, e gli disse che non

avrebbe mancato di entrare nelle guardie del ministro invece di entrare

nelle guardie del re, se avesse prima conosciuto il signor de Cavois,

per esempio, di quello che avesse conosciuto il sig. de Tréville.

Milady cambiò la conversazione senza affettazione alcuna, e domandò a

d'Artagnan nel modo il più indifferente del mondo, se era mai stato in

Inghilterra.

D'Artagnan rispose che vi era stato spedito dal sig. de Tréville, per

trattare una rimonta di cavalli, e che anzi ne aveva condotti quattro

come campioni.

Milady, nel corso della conversazione si morse due o tre volte le

labbra; ella aveva a che fare con un giovane che giocava a giuoco

chiuso.

Nella stessa ora della sera innanzi, d'Artagnan si ritirò.

Nel corridoio incontrò pure la bella Ketty, questo era il nome della

cameriera di confidenza. Questa lo guardò con una espressione di

misteriosa benevolenza. Ma d'Artagnan, era talmente occupato della

padrona, che non rimarcò assolutamente ciò che proveniva dalla

cameriera.

D'Artagnan ritornò da milady il giorno dopo e l'altro successivo, e

ciascuna volta milady gli fece un'accoglienza più graziosa.

Ciascheduna sera, sia nell'anticamera, sia sulla scala, sia nel

corridoio, egli incontrava sempre la bella cameriera. Ma, come lo

abbiamo detto, d'Artagnan non faceva alcuna attenzione a questa

persistenza strana della povera Ketty.

CAPITOLO XXXII.

UN PRANZO DAL PROCURATORE

I tre moschettieri, vol. II · 第 13 / 14 段