— In fede mia, rispose d'Artagnan, pare che fossi più ubriaco ancora di

voi, poichè non mi ricordo di niente.

Athos non rimase pago di queste parole, e riprese:

— Voi non siete tale da non aver rimarcato, mio caro amico, che

ciascuno ha il suo genere di ubriachezza, trista o gaia. Io ho

l'ubriachezza trista, e quando sono ubriaco ho la mania di raccontare

delle lugubri favole, di cui mi empiè il cervello la mia stupida

allevatrice. È il mio difetto, difetto capitale, ne convengo; ma se si

eccettua questo, io sono un bravo bevitore.

Athos diceva questo in un modo così naturale, che d'Artagnan fu

sconcertato della sua convinzione.

— Ah! è dunque ciò infatti, riprese il giovane tentando di riafferrare

la verità, è dunque ciò di cui mi risovvengo, come del resto uno si

risovviene di un sogno, che noi ne abbiamo parlato d'impiccati.

— Ah! vedete bene, disse Athos impallidendo, ma pure cercato di ridere;

io ne era sicuro; gli impiccati sono il mio incubo.

— Sì, sì, riprese d'Artagnan, ecco che pensandoci bene mi ritorna la

memoria; si trattava.... aspettate dunque, si trattava di una donna.

— Vedete, disse Athos diventando quasi livido; è la mia grande storia

della donna bionda, e quando racconto quella, è segno che sono ubriaco

morto.

— Si, è d'essa, disse d'Artagnan, la storia della bionda, grande e

bella, dagli occhi azzurri.

— Sì, ed impiccata.

— Da suo marito, ch'era un signore di vostra conoscenza, continuò

d'Artagnan guardando fissamente Athos.

— Ebbene! guardate un poco come si può facilmente compromettere

un uomo, quando uno non sa più quello che si dica, riprese Athos

stringendosi nelle spalle, come se lo avesse preso pietà di se stesso.

Decisamente non voglio più ubriacarmi, d'Artagnan; è una troppo cattiva

abitudine.

D'Artagnan rimase silenzioso; allora cambiando ad un tratto la

conversazione.

— A proposito, disse Athos, io vi ringrazio del cavallo che mi avete

condotto.

— È di vostro gusto?

— Sì, ma non è un cavallo di fatica.

— V'ingannate, io con lui ho fatto dieci leghe in meno di un'ora e

mezzo, e dopo sembrava che non avesse fatto che il giro della piazza di

S. Sulpizio.

— Con ciò, voi mi date un forte dispiacere.

— Un forte dispiacere?

— Sì, perchè me ne sono disfatto.

— In che modo?

— Ecco il fatto, questa mattina mi sono svegliato a sei ore, voi

dormivate come un tasso, e io non sapeva che fare; era ancora tutto

instupidito dalla nostra crapula di ieri a sera: sono disceso nella

sala grande ed ho veduto uno dei nostri Inglesi che mercanteggiava

un cavallo, essendogli morto ieri il suo per uno sbocco di sangue.

Mi avvicinai a lui, e siccome vedeva che offriva cento luigi per un

ronzino bruciato; «perdinci, gli dissi, mio gentiluomo, io pure ho un

cavallo da vendere».

— «Ed anche bellissimo, diss'egli, l'ho veduto ieri, il servo del

vostro amico lo teneva a mano.

« — Ritrovate voi ch'egli valga cento doppie?

« — Sì, e volete voi darmelo per questo prezzo?

« — No, ma io me lo giuoco.

« — A che?

« — Ai dadi.

— Detto, fatto, e ho perduto il cavallo. Ah! ma io ho riguadagnato la

gualdrappa e le redini.

D'Artagnan fece una fisonomia spiacevole.

— Vi dispiace forse? disse Athos.

— Sì, ve lo confesso, replicò d'Artagnan, questo cavallo doveva

servire a farci riconoscere in un giorno di battaglia, era un pegno, un

ricordo. Athos, voi avete avuto torto.

— Eh! amico mio, mettetevi al mio posto, riprese il moschettiere; io mi

annoiava a morte; e poi, parola d'onore, io non amo i cavalli inglesi.

Vediamo, se non si tratta che di essere riconosciuti da qualcuno,

la sella e le briglie basteranno, sono abbastanza rimarchevoli. In

quanto al cavallo noi ritroveremo qualche scusa per giustificare la

sua sparizione. Che diavolo, un cavallo è mortale, mettiamo che al mio

fosse venuto la morva o il cimurro.

D'Artagnan continuava ad essere corrucciato.

— Ciò mi fa dispiacere, continuò Athos, che sembriate essere tanto

attaccato a questi animali, perchè io non sono ancora alla fine della

mia storia.

— Che avete voi dunque fatto ancora?

— Dopo aver perduto il mio cavallo, nove contro dieci (vedete il

colpo!) mi venne l'idea di giuocare il vostro:

— Sì, ma spero bene che vi sarete fermato alla sola idea.

— No, io l'ho messa in esecuzione sull'istante.

— Ah! per esempio! gridò d'Artagnan inquieto.

— Giuocai, e perdei.

— Il mio cavallo?

— Il vostro cavallo, sette contr'otto; per colpa di un punto... Voi

conoscete il proverbio?...

— Athos, io vi giuro che voi non avete il vostro buon senso.

— Mio caro, era ieri, quando vi raccontava quelle pazze storie, che

bisognava dirmi così, e non questa mattina. Io dunque l'ho perduto con

tutta la sella ed i finimenti possibili.

— Ma questo è orribile!

— Aspettate dunque, non siamo ancora alla fine; io sarei un eccellente

giuocatore se non mi ostinassi, ma io mi vado ostinando; è come quando

bevo. Io dunque mi ostinai a giuocare.

— Ma che cosa potevate voi giuocare, sè non vi restava più nulla?

— Sia pure, sia pure, ma restava a voi questo diamante che brilla al

vostro dito, e che ieri aveva rimarcato.

— Questo diamante! gridò d'Artagnan portando vivamente la mano sul suo

anello.

— E siccome io sono conoscitore, avendone avuto qualcuno per conto mio,

l'ho stimato mille doppie.

— Spero bene, disse d'Artagnan mezzo morto dallo spavento, che non

avrete menomamente fatta menzione del mio anello?

— Al contrario, amico caro; voi capirete, questo diamante diventava

la nostra sola risorsa, con esso io poteva riguadagnare le nostre

gualdrappe e i nostri cavalli, ed anche del danaro pel viaggio.

— Athos! voi mi fate fremere! gridò d'Artagnan.

— Parlai dunque del vostro diamante al mio tenitore, che lo aveva

egli pure rimarcato. Che diavolo! mio caro, voi portate al vostro

dito una stella del cielo, e non volete che vi si faccia attenzione?

impossibile!

— Terminate, mio caro, terminate, disse d'Artagnan, poichè in parola,

col vostro sangue freddo mi fate morire.

— Noi dividemmo dunque il vostro diamante in dieci parti di cento

doppie l'una.

— Ah! voi volete ridere, o provarmi, disse d'Artagnan, che cominciava

ad essere preso pei capelli dalla collera, come Minerva prendeva

Achille nella Iliade.

— No, io non ischerzo, per bacco! avrei voluto vedervici! Erano

quindici giorni che non aveva veduto faccia umana, e che stava là ad

imbestialirmi ricreandomi colle bottiglie.

— Questa non è una ragione per giuocare il mio diamante! rispose

d'Artagnan, stringendo il suo pugno con un fremito nervoso.

— Ascoltate dunque la fine. Dieci parti di cento doppie l'una e dieci

colpi senza rivincita. In tredici colpi, ho perduto tutto. Il numero

tredici mi è sempre stato fatale; fu il tredici luglio che...

— _Ventrebleu!_ gridò d'Artagnan alzandosi da tavola; la storia di

quella mattina gli faceva dimenticare quella della sera innanzi.

— Pazienza, disse Athos. Io aveva il mio piano. L'Inglese era un

originale. Io lo aveva veduto di buon mattino parlare con Grimaud, e

Grimaud mi aveva avvertito che gli aveva fatte delle proposizioni per

entrare al suo servizio. Io gli giuocai Grimaud, il silenzioso Grimaud

diviso in dieci parti.

— Ah! per bacco! disse d'Artagnan scoppiando dalle risa.

— Grimaud stesso, intendete voi? e colle dieci parti di Grimaud, che

tutte assieme non valgono un ducatone, riguadagnai il diamante. Ditemi

ora che la persistenza non è una virtù?

— In fede mia, questa è bellissima! gridò d'Artagnan consolato, e

tenendosi le coste dal ridere.

— Voi capirete che, sentendomi in vena, mi rimisi subito a giuocare sul

diamante.

— Ah? diavolo? disse d'Artagnan imbruttito di nuovo.

— Ho riguadagnato i finimenti del vostro cavallo, poi il vostro

cavallo, poi i finimenti del mio, poi il mio cavallo, quindi ho

riperduto. In poche parole: ho riguadagnati i finimenti del mio cavallo

e del vostro. Ecco a che punto sta la cosa. È stato un colpo superbo,

per cui mi sono fermato là.

D'Artagnan respirò come se gli fosse stata tolta l'osteria di sopra al

petto.

— Infine, il diamante mi resta, si, o no? diss'egli timidamente.

— Intatto, mio caro amico, e di più gli arnesi del vostro bel cavallo e

del mio.

— Ma che faremo noi degli arnesi senza cavalli?

— Io ho un'idea sovr'essi.

— Athos, voi mi fate fremere.

— Ascoltate, voi non avete giuocato da lungo tempo d'Artagnan?

— E non ho neppure volontà di giuocare.

— Non giuriamo di niente. Voi non avete giuocato da lungo tempo, diceva

io. Voi dunque dovete avere la mano buona.

— Ebbene! e poi?

— Ebbene! l'Inglese ed il suo compagno sono ancora là, ho rimarcato che

ad essi dispiace molto non avere gli arnesi.

— Voi sembrate esser molto affezionato al cavallo. Al vostro posto io

giocherei gli arnesi contro il vostro cavallo.

— Ma egli non vorrà giuocarlo per un solo arnese?

— Giuocateli tutti e due, perdinci! io non sono un egoista come voi.

— Voi fareste così? disse d'Artagnan indeciso, tanto la confidenza di

Athos lo andava guadagnando senza che se ne accorgesse.

— Parola d'onore, nel vostro caso farei così, e in un sol colpo.

— Il mal è che, avendo perduto i cavalli, mi premeva enormemente di

conservare almeno gli arnesi.

— Allora, giuocate il vostro diamante.

— Oh! quest'è un altro affare, giammai, giammai.

— Diavolo! disse Athos, voi non volete arrischiare niente! io vi

proporrei di giuocare Planchet, ma siccome questo giuoco è già stato

fatto, l'Inglese forse non vorrà rifarlo più.

— Decisamente, mio caro Athos, amo meglio di non arrischiar niente,

disse d'Artagnan.

— Mi dispiace, disse freddamente Athos. Quegli Inglesi sono imbottiti

di doppie. Eh! mio Dio tentate un colpo: un colpo è presto fatto.

— E se perdo?

— Se perdete, cederete gli arnesi.

— Vada per un colpo, disse d'Artagnan.

Athos si mise in cerca dell'Inglese; lo ritrovò in scuderia, ove

esaminava gli arnesi con occhio cupido; l'occasione era buona. Furono

fatte le condizioni, i due finimenti completi contro un cavallo, o

cento doppie. L'Inglese calcolò presto; i due finimenti valevano bene

trecento doppie. Si misero a tavolino.

D'Artagnan gettò i dadi tremando, e ne sortì il numero tre; il suo

pallore spaventò Athos che si contentò di dire:

— Ecco un colpo tristo, compagno; voi, signore, avrete i cavalli bene

insellati e imbrigliati.

L'Inglese trionfante non si dette neppure la pena di scuotere i dadi,

li gettò sulla tavola senza guardarli, tanto era sicuro della vittoria.

D'Artagnan si era voltato per nascondere il suo cattivo umore.

— Guarda, guarda, guarda? disse Athos colla sua voce tranquilla, questo

colpo di dadi è straordinario, e non l'ho veduto che quattro volte in

vita mia: due assi!

L'Inglese guardò, preso da meraviglia: d'Artagnan divenne rosso del

piacere.

— Sì, continuò Athos, quattro volte soltanto; una volta presso il sig.

Crépuy, un'altra volta in campagna nel mio castello di... quando avevo

un castello; la terza volta dal sig. de Tréville, che ci sorprese

tutti; finalmente la quarta in una cena.

— Il signore riprende il suo cavallo? disse l'Inglese.

— Certamente! disse d'Artagnan.

— Allora non mi dà rivincita?

— Le nostre condizioni dicono senza rivincita; ve ne ricordate voi?

— È vero. Il vostro cavallo sarà restituito al vostro lacchè, signore.

— Un momento, signore, disse Athos; vi chiedo il permesso di dire una

parola al mio amico.

— Dite pure.

Athos tirò in disparte d'Artagnan.

— Ebbene, gli disse d'Artagnan che volete ancora da me, tentatore? tu

vuoi ch'io giuochi, non è vero?

— No, io voglio che voi riflettiate.

— A che?

— Voi riprendete il vostro cavallo?

— Senza dubbio.

— Avete torto, io prenderei le cento doppie: voi sapete che avete

giuocato i finimenti contro il cavallo o cento doppie, a vostra scelta.

— Sì.

— Io prenderei le cento doppie.

— Ed io prendo il cavallo.

— Voi avete torto, vi dico e vi ripeto. Che faremo noi di un cavallo in

due? io non posso montare in groppa. Noi avremo l'aspetto di due figli

d'Aimone che hanno perduti i loro fratelli; voi non vorrete umiliarmi

cavalcando vicino a me sopra quel magnifico cavallo. Io, senza esitare

un solo istante, prenderei le cento doppie; noi abbiamo bisogno di

danaro per ritornare a Parigi.

— Io ho molto affetto per questo cavallo, Athos.

— E voi avete torto, amico mio; un cavallo può prendere una sfiancata,

può mangiare ad una rastelliera ove ha mangiato un cavallo incimurrito,

ed ecco un cavallo, o piuttosto cento doppie perdute; poi bisogna

che il padrone nutrisca il cavallo, mentre al contrario cento doppie

nutriscono il padrone.

— Ma in che modo ritorneremo noi?

— Perdinci! sopra i cavalli dei nostri lacchè. Si conoscerà sempre dal

nostro aspetto che siamo persone di condizione.

— La bella figura che ci faremo sopra dei ronzini, nel mentre che

Aramis e Porthos, cavalcheranno i loro destrieri!

— Aramis! Porthos! gridò Athos, e si mise a ridere.

— Che? domandò d'Artagnan che non capiva niente della ilarità del suo

amico.

— Niente, niente. Continuate, disse Athos.

— Così il vostro consiglio?..

— È di prendere le cento doppie, d'Artagnan; colle cento doppie noi

possiamo far festa fino alla fine del mese; noi abbiamo sofferte molte

fatiche, e sarà bene che ci riposiamo un poco.

— Riposarmi? Oh! no, Athos. Subito che sarò a Parigi, mi metterò in

traccia di quella povera donna.

— Ebbene! credete voi che il vostro cavallo vi sarà più utile in questo

che i buoni luigi d'oro? prendete le cento doppie, amico mio, prendete

le cento doppie.

D'Artagnan non aveva bisogno che di una ragione per arrendersi; questa

gli parve eccellente. D'altronde, resistendo più lungamente temeva di

comparire un egoista agli occhi di Athos. Accettò, dunque, e scelse le

cento doppie che l'Inglese gli contò una sull'altra nel momento.

Quindi non si pensò più che a partire. La pace fermata

coll'albergatore, oltre il vecchio cavallo di Athos, costò sei doppie.

D'Artagnan e Athos presero i cavalli di Planchet e Grimaud; i due

camerieri si misero in istrada a piedi, portando sulle loro teste gli

arredi del cavalli perduti.

Per quanto fossero mal montati, i due amici presero ben presto un gran

vantaggio sopra i loro lacchè e giunsero a Creve-Coeur. Di lontano

scopersero Aramis malinconicamente appoggiato alla sua finestra

guardando come _mia sorella Anna_ la polvere dell'orizzonte.

— Olà! Eh! Aramis! che diavolo fate dunque là? gridarono i due amici.

— Ah! siete voi, d'Artagnan? siete voi, Athos? disse il giovane. Io

pensava con quale rapidità se ne vanno i beni di questo mondo, il

cavallo inglese, che si allontanava, e che scomparì fra un nembo di

polvere, mi era un vivo simbolo della fragilità delle cose umane. La

vita stessa può risolversi in tre parole: _erat, est, fuit._

— In fondo, che cosa volete dire?... domandò d'Artagnan che cominciava

a dubitare della verità.

— Ciò vuol dire che ho fatto una convenzione da imbecille. Sessanta

luigi un cavallo che, dal modo con cui trotta, può fare cinque leghe

l'ora.

D'Artagnan e Athos scoppiarono dalle risa.

— Mio caro d'Artagnan, disse Aramis, non lo abbiate troppo a male,

ve ne prego; necessità non ha leggi. D'altronde, io sono il primo ad

essere punito, poichè questo infame stoccatore mi ha rubato almeno

cinquanta luigi. Ah! voi siete bravi economi, voi altri; voi venite sui

cavalli dei vostri lacchè, e vi fate condurre a mano i vostri cavalli

di lusso, dolcemente e a piccole giornate.

Nel medesimo istante, un furgone, che da qualche momento era spuntato

sulla strada di Amiens, si fermò, e si videro uscire da questo

Planchet, e Grimaud, colle loro selle sulla testa. Il furgone ritornava

vuoto a Parigi, e i due lacchè si erano impegnati, mediante il loro

trasporto, a mantenere il vetturale lungo tutto il viaggio.

— Che significa ciò, disse Aramis vedendo ciò che accadeva. Nient'altro

che le selle?

— Capite voi ora? disse Athos.

— Amici, miei, ciò è esattamente quello che è accaduto a me. Io ho

conservato gli arnesi per istinto. Olà! Bazin, portate i finimenti

nuovi vicino a quelli di questi signori.

— E che avete voi fatto dei vostri dottori? domandò d'Artagnan.

— Caro mio, li ho invitati a pranzo l'indomani, disse Aramis; qui vi

è del vino squisito; ciò sia detto passando; io li ho ubriacati alla

meglio, allora il curato mi ha proibito di lasciare la casacca, ed il

direttore mi ha pregato di farlo ricevere fra i moschettieri.

— Senza tesi, gridò d'Artagnan, senza tesi! io domando la soppressione

delle tesi!

— Da quel momento, continuò Aramis, io vivo aggradevolmente. Ho

cominciato un poema in versi di una sillaba, ciò è molto difficile,

ma il merito in tutte le cose sta nella difficoltà. La materia ne

è galante; io vi leggerò il primo canto; è composto di quattrocento

versi, e dura un minuto.

— In fede mia, mio caro Aramis, disse d'Artagnan, che gustava i versi

quasi quanto il latino, aggiungete al merito della difficoltà quello

della brevità, e sarete sicuro che il vostro poema avrà almeno due

meriti.

— Quindi, continuò Aramis, egli respira tutte passioni oneste, voi

vedrete. Ma veniamo a noi! amici miei, noi dunque ritorneremo a Parigi?

bravo, io sono all'ordine! noi andremo a ritrovare il buon Porthos?

tanto meglio! voi non credete che sembra mancarmi qualche cosa,

mancandomi quel furbo. Io amo di vederlo contento di se stesso, e ciò

mi accomoda con me medesimo. Non sarà certamente lui che avrà venduto

il suo cavallo, fosse pure contro un regno! vorrei già vederlo sulla

sua bestia e sulla sua sella. Egli avrà, ne son sicuro, l'aria del gran

Mogol.

Fu fatta una fermata di un'ora per far riposare i cavalli; Aramis saltò

il suo conto, pose Bazin nel furgone coi suoi camerati, e si misero in

viaggio per andare a raggiungere Porthos.

Lo ritrovarono presso a poco guarito, e per conseguenza meno pallido

di quello che lo aveva veduto d'Artagnan nella sua visita, e assiso

davanti ad una tavola, ove quantunque fosse solo, vi figurava un pranzo

per quattro persone. Questo pranzo si componeva di vivande preparate

con galanteria, di vini scelti e di frutta superbe.

— Ah! per bacco! diss'egli alzandosi, voi giungete a meraviglia,

signori: io era precisamente alla minestra, e voi pranzerete meco.

— Oh! oh! fece d'Artagnan, non sarà stato Mousqueton che avrà preso

al laccio queste bottiglie, poi ecco una fricassea picchettata e un

filetto di bove.

— Io mi rifaccio, disse Porthos, io mi rifaccio. Niente indebolisce più

che queste diavole di stravolture. Avete mai avuto delle stravolture,

Athos?

— Giammai; soltanto, mi ricordo che, nel nostro grande affare della

strada Fèrou, ricevetti un colpo di spada che, in capo a quindici o

diciotto giorni, mi produsse esattamente lo stesso effetto.

— Ma questo pranzo non sarà stato per voi solo, mio caro Porthos, disse

Aramis.

— No, disse Porthos, aspettava alcuni gentiluomini del vicinato,

e mi si è fatto sapere momenti sono che non sarebbero venuti; voi

li rimpiazzerete, ed io non avrò perduto niente nel cambio. Olà!

Mousqueton, porta delle sedie! e che sieno raddoppiate le bottiglie!

— Sapete voi ciò che mangiamo qui? disse Athos in capo a dieci minuti.

— Perdinci! io qui mangio del vitello picchettato coi cardi, e la

midolla.

— Io! de' filetti d'agnello, disse Porthos.

— Io! del petto di volatile, disse Aramis.

— Voi vi sbagliate tutti, signori, rispose gravemente Athos; voi

mangiate del cavallo.

— Su via! disse d'Artagnan.

— Del cavallo! fece Aramis con una boccaccia di disgusto.

Porthos solo non rispose parola.

— Sì, del cavallo; non è vero, Porthos, che noi mangiamo del cavallo, e

forse bello chè insellato?

— No, signore, io mi sono conservato i finimenti, disse Porthos.

— In fede mia, disse Aramis, noi ci somigliamo tutti l'un l'altro, si

direbbe che ci siamo passata parola.

— Che volete! disse Porthos, questo cavallo faceva vergogna ai miei

visitatori, e io non no voluto umiliarli.

— Quindi, la vostra duchessa è sempre alle acque, non è vero? riprese

d'Artagnan.

— Sempre, rispose Porthos. Ora, in fede mia, il governatore della

provincia, uno dei gentiluomini che io oggi aspettava a pranzo, mi è

sembrato desiderarlo molto, e l'ho a lui regalato.

— Regalato! gridò d'Artagnan.

— Oh! mio Dio, sì, regalato; questa è la parola, disse Porthos; poichè

costava certamente cento cinquanta luigi, e il ladro non ha voluto

pagarmene che ottanta.

— Senza la sella, disse Aramis.

— Sì, senza la sella.

— Voi rimarcherete, signori, disse Athos, che Porthos è quello che ha

fatto il miglior mercato di tutti noi.

Allora successe uno scoppio di risa, dalle quali il povero Porthos

rimase sorpreso; ma subito gli fu spiegata la ragione di questa

ilarità, che divise ben presto rumorosamente, secondo il suo costume.

— Di modo che noi siamo tutti in fondi? disse d'Artagnan.

— Ma non per conto mio, disse Athos. Io ho ritrovato il vin di Spagna

di Aramis così buono, che ne ho fatto caricare una sessantina di

bottiglie nel furgone dei lacchè, per cui mi trovo un poco smonetato.

— Ed io; disse Aramis, immaginatevi che aveva regalato fino all'ultimo

mio saldo al curato di Montdidier, e ai collegiali d'Amiens, e aveva

preso inoltre un impegno che mi è toccato di mantenere.

— Ed io, disse Porthos, credete voi che la mia stravoltura non mi sia

costata niente? senza contare la ferita di Mousqueton, per la quale

sono stato obbligato di far venire il chirurgo due volte il giorno.

— Andiamo andiamo, disse Athos ricambiando un sorriso con d'Artagnan

e Aramis, io vedo che vi siete condotto molto galantemente col vostro

povero servitore. Ciò è prova di essere un buon padrone

— Alle corte, continuò Porthos, pagate le spese, mi resterà appena una

trentina di scudi.

— E a me una diecina di doppie, disse Aramis.

— Sembra, disse Athos, che noi siamo i Cresi della società. Quanto vi

resta sulle vostre cento doppie, d'Artagnan?

— Sulle mie cento doppie? primieramente, io ne ho date a voi cinquanta.

— Voi credete?

— Per bacco!

— Ah! sì è vero, me ne ricordo.

— Quindi ne ho pagate sei all'oste.

— Che animale è quest'oste! Perchè gli avete dato sei doppie?

— Siete stato voi che mi avete detto di dargliele.

— È vero, io sono troppo buono. Alle corte, che cosa rimane?

— Venticinque doppie, disse d'Artagnan.

— Ed io disse Athos cavando alcune piccole monete di saccoccia, ecco

qua.

— Voi niente?

— In fede mia, è così poca cosa che non val la pena di metterlo in

massa.

— Ora, calcoliamo bene quanto possediamo: Porthos?

— Trenta scudi.

— Aramis?

— Dieci doppie.

— E voi d'Artagnan?

— Venticinque.

— In tutto che cosa fa? disse Athos

— Quattrocento settantacinque lire disse d'Artagnan, che faceva i conti

come un Archimede.

— Giunti a Parigi, noi ne avremo ancora quattrocento, disse Porthos;

senza calcolare gli arnesi dei cavalli venduti.

— Ma i nostri cavalli del reggimento, disse Aramis.

— Ebbene! dei quattro cavalli dei nostri lacchè noi ne faremo due da

padroni, che tireremo a sorte; colle quattrocento lire, se ne farà un

mezzo per uno dei smontati, quindi daremo gli avanzi delle nostre borse

a d'Artagnan, che ha una buona mano, e che andrà a giuocarli al primo

ridotto che si trova. Ecco fatto!

— Pranziamo dunque, disse Porthos; poichè la seconda portata si

raffredda.

E i quattro amici, oramai più tranquilli sul loro avvenire, fecero

onore al pranzo, di cui furono abbandonati gli avanzi ai signori

Mousqueton, Bazin, Planchet e Grimaud.

Giungendo a Parigi, d'Artagnan ritrovò una lettera del signor des

Essarts che lo preveniva, che era ferma risoluzione di Sua Maestà

di aprire la campagna il primo di maggio, e che dovesse preparare

incontanente i suoi equipaggi.

Corse subito da' suoi camerati, che aveva lasciati da una mezz'ora, e

che ritrovò molto tristi, o per meglio dire preoccupati. Essi tenevano

consiglio presso Athos, cosa che indicava sempre una circostanza di

qualche entità.

Infatti, essi avevano ricevuto, ciascuno al loro domicilio, una lettera

simile dal signor de Tréville.

I quattro filosofi si guardarono pieni di meraviglia; il signor de

Tréville non scherzava sotto il rapporto della disciplina militare.

— E quanto stimate voi che costino questi equipaggi? disse d'Artagnan.

— Oh! non vi è niente che dire; riprese Aramis, noi abbiamo fatto

i conti con una lesina di Spartani, ci abbisogna almeno mille e

cinquecento lire per ciascheduno.

— Quattro volte mille e cinquecento, fanno sei mila lire, disse Athos.

— A me sembra, disse d'Artagnan che, mille lire per ciascuno dovrebbero

bastare. È vero che io non parlo da lesinante, ma da procuratore...

I tre moschettieri, vol. II · 第 11 / 14 段