« — Io non posso dirlo, signore, risposi, non avendo mai osato nessuno

di darmene.

« — Ebbene, ascoltatemi, signore; se voi ritornate nella casa ove vi ho

incontrato adesso, l'oserò io.

«Credo che ebbi paura; divenni molto pallido, sentii le mie gambe

piegarsi sotto, cercai una risposta che non trovai, e mi tacqui.

«L'ufficiale aspettava questa risposta, e vedendo che essa tardava si

mise a ridere, mi voltò le spalle, e rientrò in casa.

«Io rientrai nel mio collegio.

«Io son un buon gentiluomo ed ho il sangue vivo, come avete potuto

rimarcarlo, mio caro d'Artagnan. L'insulto era terribile, e quantunque

rimanesse sconosciuto al mondo, lo sentii vivere ed agitarsi nel fondo

del mio cuore. Dichiarai ai miei superiori che non mi sentiva ancora

abbastanza preparato per decidermi sulla scelta del mio stato, e dietro

una mia domanda si differì la decisione ad un anno.

«Andai a cercare il miglior maestro di spada che fosse in Parigi.

Combinai con lui per prendere una lezione di scherma ogni giorno,

ed ogni giorno, per un anno, presi questa lezione. Quindi il giorno

anniversario di quello in cui era stato insultato, attaccai la mia

consueta veste ad un chiodo, mi misi in abito completo da cavaliere,

e mi portai ad un ballo che dava una dama mia amica, ove sapeva che

doveva trovarvisi il mio uomo. Era nella strada dei Franchi-Borghesi

vicino alla Force.

«Infatti, il mio ufficiale vi era; io mi avvicinai a lui, e siccome

cantava un lagno d'amore, guardando teneramente una donna, lo

interruppi a bel mezzo della seconda strofa.

« — Signore, gli dissi, vi dispiace sempre che io ritorni in certa casa

della strada Pagana, e mi darete voi sempre dei colpi di canna se mi

prende la fantasia di disobbedirvi?

«L'ufficiale mi guardò con meraviglia, quindi mi disse:

« — Che cosa volete voi da me, signore? io non vi conosco.

« — Io sono, risposi, colui che legge la Bibbia e che traduce in versi

il capitolo di Giuditta.

« — Ah! ah! me ne ricordo, disse l'ufficiale sorridendo, e che volete

da me?

« — Vorrei che aveste la compiacenza di venire a fare un giro di

passeggiata meco.

« — Dommattina, se non vi rincresce, e ciò sarà col mio più gran

piacere.

« — Non già dommattina se vi aggrada, ma sul momento.

« — Se lo esigete assolutamente...

« — Sì, lo esigo.

« — Allora usciamo; signore, disse l'ufficiale; quindi voltandosi alle

signore della società: non vi disturbate; vi chiedo soltanto il tempo

di uccidere questo giovane, e ritorno subito a terminare la mia seconda

strofa.

«Noi sortimmo.

«Lo condussi in via Pagana, nel luogo precisamente ove un anno avanti e

nella stessa ora egli mi aveva fatto il complimento che vi ho riferito.

Faceva un superbo chiaro di luna. Mettemmo mano alla spada, e al primo

colpo io lo uccisi freddo.

— Diavolo! disse d'Artagnan.

— Ora, continuò Aramis, siccome le signore non videro più ritornare il

cantore, che fu trovato in via Pagana con un gran colpo di spada che

gli attraversava il petto, si pensò che era stato io che lo aveva in

tal modo accomodato, e la cosa produsse uno scandalo. Io dunque fui

per qualche tempo costretto di rinunciare alla mia carriera che voleva

intraprendere. Athos, di cui feci la conoscenza in quell'epoca, e

Porthos che mi aveva, oltre le mie lezioni di scherma, imparato qualche

botta vigorosa, mi decisero a domandare una casacca di moschettiere. Il

re che aveva molto amato mio padre, rimasto ucciso all'assedio d'Arras,

mi accordò questa casacca. Voi capirete adunque che oggi è venuto il

momento per me di riprendere il mio pristino stato, dopo la vita che ho

condotta non entrerò negli ordini, ma condurrò una vita analoga, e sarò

fatto professore di filosofia morale in qualche colleggio.

— E perchè oggi e non ieri, e perchè oggi e non domani? che cosa dunque

vi è accaduta oggi che vi consigli una simile idea?

— Questa ferita, mio caro d'Artagnan, mi è stato un avviso del cielo.

— Questa ferita! bah! ella è quasi guarita, ed io sono sicuro che oggi

non è quella la causa che vi fa soffrire di più.

— E quale è dunque? domandò Aramis arrossendo.

— Voi ne avete una nel cuore, Aramis, una più viva e più sanguinosa,

una ferita fatta da una donna.

L'occhio d'Aramis sfavillò suo malgrado.

— Ah! disse egli, dissimulando la sua emozione sotto una finta

negligenza, non mi parlate di queste cose. Io pensare a queste cose! io

avere dei dispiaceri per amore! _vanitas vanitatum!_ Avrei io forse,

a vostro parere, dato di volta al cervello? e perchè? per qualche

crestaia, per qualche figlia di un dottore, alla quale avrei fatta la

corte in una guernigione? bah!

— Perdono mio caro Aramis, io credeva che voi portaste le vostre mire

più in alto.

— Più in alto? e chi sono io per avere tanta ambizione? un povero

moschettiere, molto gonzo e molto oscuro, che odia il suo servizio, e

si trova grandemente spostato nel bel mondo.

— Aramis! Aramis! gridò d'Artagnan guardando il suo viso con aria di

dubbio.

— Polvere, continuò Aramis, io rientro nella polvere. La vita è piena

di umiliazioni e di dolori, continuò egli imbruttendosi, tutti i fili

che riattaccano la felicità si rompono volta per volta nella mano

dell'uomo, particolarmente il filo dell'oro. Oh! mio caro d'Artagnan,

riprese Aramis dando una leggera tinta d'amarezza, credetemi,

nascondete bene le vostre piaghe, quando ne avrete: il silenzio è

l'ultima delle gioie dei disgraziati; guardatevi di mettere chicchessia

sulla traccia dei vostri dolori; i curiosi succhiano le nostre lagrime,

come le mosche succhiano il sangue del daino ferito.

— Ah! mio caro Aramis, disse d'Artagnan mandando un profondo sospiro,

quella che voi dite è la mia storia.

— In che modo?

— Sì, una donna che io amava, che io adorava, mi è stata rapita dalla

forza. Io non so ove ella sia, ove l'abbiano condotta, ella forse è

prigioniera, ella forse è morta.

— Ma voi avete almeno la consolazione di dire che ella non vi ha

abbandonato volontariamente: che se voi non avete le sue notizie, è

perchè le è stata tolta ogni comunicazione con voi, nel mentre che....

— Nel mentre che?

— Niente rispose Aramis, niente.

— Così voi rinunziate per sempre al mondo; è un partito preso, una

risoluzione stabilita.

— Per sempre. Voi oggi siete mio amico, domani non sarete più per me

che un'ombra, anzi non esisterete più. In quanto al mondo egli per me è

un sepolcro, niente altro.

— Diavolo! è ben tristo ciò che voi dite.

— Che volete! è la mia vocazione che mi rapisce, è dessa che mi

trasporta.

D'Artagnan sorrise e non rispose. Aramis continuò:

— Eppure mentre appartengo ancora a questa terra, avrei desiderato

parlare di voi e dei nostri amici.

— Ed io, disse d'Artagnan, avrei voluto parlarvi di voi stesso, ma vi

vedo così staccato da tutto: con gli amori avete fatto fine, gli amici

sono ombre, il mondo è un sepolcro.

— Eh! voi lo vedete da voi stesso, disse Aramis con un sospiro.

— Non ne parliamo dunque più, disse d'Artagnan, e bruciamo questa

lettera, che, senza dubbio, vi annunzierebbe qualche nuova infedeltà

della vostra crestaia, o della figlia del vostro dottore.

— Qual lettera? gridò vivamente Aramis.

— Una lettera che era stata diretta a casa vostra nella vostra assenza,

e che mi fu consegnata per rimettervela.

— Ma di chi è questa lettera?

— Ah! di qualche cameriera, di qualche crestaia in disperazione: forse

della cameriera della sig. de Chevreuse, che sarà stata obbligata di

ritornare a Tours colla sua padrona, e che per farsi sentimentale, avrà

presa una carta profumata e avrà sigillata la sua lettera con la corona

della duchessa.

— Che dite voi dunque?

— Osservate... l'avrei io perduta!... disse d'improvviso il giovane;

fingendo di cercare. Fortunatamente che il mondo è un sepolcro, che gli

uomini, e per conseguenza anche le donne, sono ombre, che l'amore è un

sentimento cui avete dato fine.

— Ah! d'Artagnan! gridò Aramis, tu mi fai morire.

— Eccola finalmente, disse d'Artagnan.

E cavò la lettera di saccoccia.

Aramis fece uno sbalzo, afferrò la lettera, la lesse o per dir meglio

la divorò, il suo viso divenne raggiante.

— Sembra che la cameriera abbia un bello stile, disse con non curanza

il messaggero.

— Grazie, d'Artagnan, grazie, gridò Aramis quasi in delirio. Ella

è stata sforzata di ritornare a Tours; ella non mi è infedele, ella

mi ama sempre. Vieni amico, vieni che io ti abbracci: la felicità mi

soffoca!

E i due amici si misero a ballare intorno all'ammasso dei venerabili

autori di filosofia di cui era coperta la tavola, calpestando

bravamente i fogli della tesi, che erano caduti sul pavimento. In

questo momento entrò Bazin cogli spinaci e la frittata.

— Fuggi disgraziato! gridò Aramis gettandogli in viso il suo berretto,

ritorna donde ne vieni, riporta questi orribili legumi, e questa

spaventosa frittata! Domanda una lepre picchettata, un cappone grasso,

un pasticcio e quattro bottiglie di vecchia borgogna.

Bazin che guardava il suo padrone senza capir niente di questo

cambiamento, lasciò malinconicamente scivolare la frittata sugli

spinaci, e gli spinaci sul pavimento.

— Ecco il momento di consacrare la vostra esistenza al re di Francia,

disse d'Artagnan, se avete interesse di fargli una gentilezza: _non

inutile desiderium in oblatione._

— Andate al diavolo col vostro latino! mio caro d'Artagnan, beviamo,

perdinci! beviamo, e raccontatemi ciò che si fa laggiù.

CAPITOLO XXVII.

LA MOGLIE DI ATHOS

— Ora mi resta a sapere le notizie d'Athos, disse d'Artagnan dopo che

ebbe messo Aramis al corrente di quanto era accaduto nella capitale

dalla loro partenza, e dopo che un eccellente pranzo ebbe fatto

dimenticare all'uno la sua tesi, all'altro la stanchezza.

— Credete voi dunque che gli sia accaduta qualche disgrazia? domandò

Aramis. Athos è così freddo, così bravo, maneggia tanto bene la spada.

— Sì, senza dubbio: e nessuno conosce meglio di me il coraggio e

l'astuzia di Athos; ma io desiderava piuttosto sentire intorno a lui

il rumore delle spade e delle lance, che dei bastoni. Dubito che Athos

non sia stato strigliato dalla canaglia di servitorame. I servitori

sono gente che batte forte e non finisce presto. Ecco perchè, ve lo

confesso, vorrei ripartire il più presto possibile.

— Vorrei potervi accompagnare, ma sono ancora molto debole... e voi

quando partirete?

— Domani alla punta del giorno, riposatevi in questa notte il meglio

che vi sarà permesso, e domani, se lo potrete, partiremo assieme.

— Addio dunque a domani, poichè per quanto siate di ferro, dovete aver

bisogno di riposo.

La mattina dipoi, quando d'Artagnan ritornò in camera di Aramis, lo

ritrovò che stava guardando fuori della finestra.

— Che cosa guardate? domandò d'Artagnan.

— In fede mia, ammiro questi tre magnifici cavalli che lo stalliere

tiene per le redini. È un piacere da principe il viaggiare con simili

cavalcature.

— Ebbene, mio caro Aramis, voi proverete questo piacere, perchè uno di

quei tre cavalli è vostro.

— Ah! ah! e quale?

— Quello dei tre che voi vorrete, io non ho preferenza.

— E la ricca gualdrappa che lo ricopre è pur mia?

— Senza dubbio.

— Ma voi volete ridere, d'Artagnan?

— Io non rido più dal momento che voi non parlate più latino.

— Sono per me quei fondi, le pistole dorate, la gualdrappa di velluto,

quella sella colle borchie d'argento?

— Per voi stesso come quel cavallo che scalpita è per me, e quell'altro

che fa salti, è per Athos.

— Per bacco! questi sono tre superbi animali.

— Sono contentissimo che sieno di vostro gusto.

— È dunque il re che vi ha fatto questo regalo?

— Per cosa certa non è stato il ministro; ma non v'inquietate sulla

provvenienza, e pensate soltanto che uno dei tre è vostro.

— Io prendo quello che è là.

— A meraviglia!

— Viva Dio! gridò Aramis, ecco ciò che mi fa passare il resto del mio

dolore; vi monterei sopra con trenta palle in corpo. Ah! sull'anima

mia, le belle redini, le belle staffe! Olà! Bazin, venite qui, e

sull'istante.

Bazin comparve tetro e melanconico sul limitare della porta.

— Forbite la mia spada, raddrizzate il mio cappello, spazzolate il mio

mantello, e caricate le mie pistole! disse Aramis.

— Quest'ultima raccomandazione è inutile interruppe d'Artagnan, nei

fondini della sella vi è già un paio di pistole cariche.

Bazin sospirò.

— Andiamo, maestro Bazin, tranquillizzatevi disse d'Artagnan, in tutti

gli stati si può guadagnare l'eterna salvezza.

Così dicendo i due amici discesero le scale seguiti dai lacchè.

— Tienmi la staffa, Bazin disse Aramis.

E si slanciò in sella colla sua grazia e la sua leggerezza ordinaria;

ma, dopo qualche volata e qualche corvettata del nobile animale, il suo

cavaliere risentì dei dolori talmente insopportabili, che impallidì

e vacillò. D'Artagnan che aveva preveduto quest'accidente, non lo

aveva perduto di vista un momento, per cui si slanciò verso di lui, lo

ritenne fra le sue braccia, e lo ricondusse nella sua camera.

— Sta bene, mio caro Aramis; curatevi, diss'egli, io anderò solo a

ricercare Athos.

— Voi siete un uomo di bronzo, gli disse Aramis.

— No, io ho fortuna; ecco tutto; ma come vivrete voi aspettandomi? Non

più cattedra, non più colleggio, non più tesi!

Aramis sorrise.

— Farò invece dei versi.

— Sì, dei versi profumati coll'odore del biglietto della cameriera

della duchessa di Chevreuse. Insegnate dunque la prosodia a Bazin, ciò

lo consolerà; quanto al cavallo, montatelo un poco tutti i giorni, e

ciò vi farà riprendere l'abitudine alle manovre.

— Ah! in quanto a questo siate tranquillo, disse Aramis, voi mi

ritroverete pronto a seguirvi.

Si dissero addio, e dieci minuti dopo, avendo prima raccomandato il

suo amico a Bazin e all'ostessa, d'Artagnan trottava nella direzione

d'Amiens.

Come, mai andare in traccia di Athos, e poi come ritrovarlo?

La posizione, nella quale l'aveva lasciato d'Artagnan, era critica,

e forse aveva ancora potuto soccombere. Quest'idea oscurò la fronte

di d'Artagnan e gli fece formulare sotto voce qualche giuramento di

vendetta. Dei suoi amici, Athos era il più attempato, e in apparenza

sembrava quello che meno si accostasse ai suoi gusti ed alle sue

simpatie. Però egli portava a questo gentiluomo una preferenza

notevole. L'aria nobile ed il portamento distinto di Athos, i suoi

lampi di grandezza che brillavano di tratto in tratto fra l'ombre

entro cui si riteneva volontariamente racchiuso, quella inalterabile

uguaglianza d'umore che ne formava il più comodo compagno della terra,

quell'allegrezza forzata e mordente, la sua bravura che si sarebbe

detta cieca se non fosse stata il risultato del più gran sangue

freddo: tante qualità si attiravano più che la stima e l'amicizia di

d'Artagnan, la sua ammirazione.

In fatti, considerato ancor vicino al sig. de Tréville l'elegante

e nobile cortigiano, Athos, nei giorni del suo buon umore, poteva

sostenere con vantaggio il confronto; egli era di mezzana statura, ma

questa era così regolare e ben proporzionata, che più di una volta,

nelle sue lotte con Porthos, aveva fatto piegare il gigante, la di

cui forza fisica era divenuta proverbiale fra i moschettieri. La sua

testa con gli occhi scrutatori, col naso aquilino, mento ben disegnato

come quello di Bruto, aveva un carattere indefinibile di grazia e

grandezza; le sue mani, di cui non prendeva mai alcuna cura, facevano

la disperazione di Aramis che coltivava le sue con una grande quantità

di pasta di mandorle e olio profumato; il suono della sua voce era ad

un tempo penetrante e melodioso, e poi ciò che vi era d'indefinibile

in Athos, che sempre si faceva oscuro e piccolo, era quella delicata

conoscenza del mondo e degli usi della più elevata società, quelle

abitudini di buona famiglia, che spiccavano anche senza volerlo nelle

sue più piccole azioni.

Se si trattava di un pranzo, Athos l'ordinava meglio di qualunque

altro, situando ciascun convitato al suo posto a seconda del rango in

cui era stato trasmesso dai suoi antenati o che si era procacciato da

se stesso. Se si trattava di scienza araldica, Athos conosceva tutte

le famiglie nobili del regno, le loro genealogie, le loro alleanze, i

loro stemmi e l'origine dei loro stemmi; l'etichetta non aveva minuzie

che gli fossero estranee; sapeva quali erano i diritti dei grandi

proprietarii e della nobiltà, conosceva a fondo le leggi e le regole

della caccia, e un giorno parlando su questo argomento, aveva fatto

meravigliare il re Luigi XIII, che pure passava per maestro; come tutti

i gentiluomini di quell'epoca, montava a cavallo, e maneggiava le armi

con tutta la perfezione: vi è di più, la sua educazione era stata

così poco negletta, anche sotto il rapporto degli studi scolastici,

tanto raramente coltivati dai gentiluomini di quell'epoca, ch'egli

sorrideva ai testi latini che stillava Aramis, e che Porthos faceva

mostra di capire. Anzi, due o tre volte, con gran meraviglia dei suoi

amici, che Aramis inciampò in qualche errore di rudimenti, egli rimise

il verbo al suo tempo, o il nome al suo caso. Inoltre, la sua probità

era inattaccabile; in quel secolo ove gli uomini d'arme transigevano

tanto facilmente colla loro religione e la loro coscienza, e i poveri

col settimo comandamento di Dio. Athos dunque era un uomo molto

straordinario.

E ciò non ostante si vedeva questa natura così distinta, questa

creatura così bella, questa essenza così fina, piegare insensibilmente

verso la vita materiale, come i vecchi piegano generalmente verso

l'imbecillità fisica e morale. Athos, nelle sue ore d'ozio, e queste

erano frequenti, spegneva affatto tutta la sua parte luminosa, e

spariva come in una profonda notte la parte brillante. Allora svaniva

il semideo e restava appena un uomo, colla testa bassa, l'occhio

truce, la parola pesante e penosa; Athos guardava per lunghe ore sia

la bottiglia, sia il bicchiere, sia Grimaud, che abituato ad obbedirlo

a segni, leggeva nello sguardo senza forza del suo padrone fino il più

piccolo desiderio, che tosto soddisfaceva. Se la riunione dei quattro

amici aveva luogo in uno di questi momenti, una parola, cavata con uno

sforzo violento, era tutto il contigente che Athos pagava al dialogo

della conversazione: in una voce Athos da se solo poteva come quattro,

e ciò senza che li producesse altra alterazione, che un aggrottamento

di ciglia più rimarcato, ed una tristezza più profonda.

D'Artagnan, di cui conosciamo lo spirito investigatore e penetrante,

non aveva, qualunque si fosse l'interesse a soddisfare la sua

curiosità su questo argomento, non aveva ancora potuto assegnare

alcuna causa di questo marasmo, nè notarne le ricorrenze. Athos non

ricercava mai lettere. Athos non faceva mai cosa alcuna che non fosse

nota ai suoi tre amici; non si poteva dire che fosse il vino che gli

procurava questa tristezza, perchè, al contrario, egli beveva soltanto

per abbattere questa tristezza, quantunque questo rimedio, come

abbiamo detto, non faceva che aumentarla. Non si poteva attribuire

al giuoco questo eccesso d'umor nero, che al contrario di Porthos,

che accompagnava ogni cambiamento di fortuna, o coi canti o colle

imprecazioni, Athos rimaneva impassibile tanto quando vinceva, che

come quando perdeva. Fu veduto una volta nel circolo dei moschettieri

vincere una sera tremila doppie, quindi riperderle, e dietro esse

perdere quanto aveva, perfino il suo cavallo e la sua bandoliera

ricamata in oro dei giorni di parata, per riguadagnare tutto al più

dugento luigi, senza che il suo sopracciglio nero si fosse alzato o

abbassato di una mezza linea, senza che le sue mani avessero perduta la

loro bianchezza d'avorio, senza che la sua faccia si fosse adombrata,

senza che la conversazione, che in quella sera era gaia ed aggradevole,

cessasse un istante di esserlo.

Non era neppure, come presso i nostri vicini, gl'inglesi, un influenza

atmosferica che rendeva tetro il suo viso, poichè in generale

questa tristezza aumentava nei più bei giorni dell'anno. Giugno e

Luglio erano i due mesi terribili per Athos. Pel presente, egli non

aveva dispiaceri, si stringeva nelle spalle quando gli si parlava

dell'avvenire; il suo segreto era dunque nel passato, come era stato

detto vagamente a d'Artagnan.

Questa tinta misteriosa sparsa sopra tutta la di lui persona, rendeva

ancora più interessante quell'uomo cui giammai nè gli occhi nè la

bocca, avevano rivelato niente nell'ubriachezza la più compiuta,

qualunque fosse stata la rivoltagli interrogazione.

— Ebbene! pensava d'Artagnan, il povero Athos è morto a quest'ora,

è morto per mia cagione, poichè sono stato io che l'ho trascinato

in quest'affare, di cui egli ignorava l'origine, di cui ignora il

resultato, di cui non avrà a ricavarne alcun profitto.

— Senza contare, signore, soggiunse Planchet, che noi gli dobbiamo

probabilmente la vita. Vi ricordate come gridava: «al largo d'Artagnan!

io sono preso.» E dopo avere scaricate le sue pistole, che rumore

orribile che faceva colla sua spada! si sarebbe detto che erano venti

uomini, o piuttosto venti diavoli arrabbiati!

E queste parole raddoppiavan l'ardore di d'Artagnan, che eccitava il

suo cavallo che, non avendo bisogno di essere eccitato, trasportava il

suo padrone al galoppo.

Verso le undici del mattino si scoperse Amiens; a undici ore e mezzo

erano alla porta del maledetto albergo.

D'Artagnan aveva spesso meditato contro il perfido oste una vendetta:

egli entrò dunque nell'osteria col suo cappello di feltro sugli occhi,

la mano sinistra sul pomo della spada, e facendo fischiare il frustino

colla diritta.

— Mi riconoscete voi? disse all'oste che si avanzò per salutarlo.

— Io non ho questo onore, mio signore, rispose questi con gli occhi

ancora abbagliati dal brillante equipaggio con cui si era presentato

d'Artagnan.

— Ah! voi non mi riconoscete?

— No, signore.

— Ebbene! con due sole parole vi restituirò la memoria. Che cosa avete

fatto di quel gentiluomo al quale aveste l'audacia, sono ora circa

quindici giorni, d'intentare un'accusa di monetario falso?

L'oste impallidì, perchè d'Artagnan aveva presa l'attitudine la più

minacciosa, e Planchet si modellava sul suo padrone.

— Ah! mio signore, non me ne parlate, gridò l'oste col tuono il più

lagrimevole della sua voce. Ah! mio signore, come ho pagato questo

fallo! Ah! disgraziato che sono!

— Io vi domando che cosa è avvenuto di questo gentiluomo.

— Degnatevi di ascoltarmi, mio signore; e siate clemente; sedete per

grazia!

D'Artagnan, muto per la collera e l'inquietudine, si assise minaccioso

come un giudice. Planchet si appoggiò con orgoglio alla spalliera del

seggio di lui.

— Ecco la storia, mio signore, riprese l'oste tremando, poichè ora vi

conosco: foste voi che partiste quando ebbi quel disgraziato affare con

questo gentiluomo di cui mi parlate?

— Sì, sono io per cui non dovete aspettarvi grazia se non dite per

intero la verità.

— Ascoltatemi, e la saprete per intero.

— Ascolto.

— Io era stato avvisato dall'autorità che un famoso falsario di monete

giungerebbe al mio albergo con diversi suoi compagni, tutti travestiti

coll'uniforme delle guardie dei moschettieri. I vostri cavalli, i

vostri lacchè, voi stessi, tutto mi era stato descritto.

— Avanti, avanti: disse d'Artagnan che capì subito da dove venivano

queste così esatte informazioni.

— Io presi dunque, dietro gli ordini della autorità che mi inviò un

rinforzo di sei uomini, tutte quelle misure che credei urgenti per

assicurarmi del preteso falsario di monete.

— Avanti! disse d'Artagnan, a cui la parola di falsario corrucciava

orribilmente le orecchie.

— Perdonatemi, mio signore, di essere costretto a dire tali cose, ma

queste sono precisamente quelle che formano la mia scusa. L'autorità

mi aveva fatto paura; bisogna che un albergatore usi dei riguardi

all'autorità.

— Ma, anche una volta, questo gentiluomo dov'è, che cosa n'è avvenuto?

è morto o vivo?

— Pazienza, mio signore, ci veniamo. Accadde dunque ciò che voi

sapete, e la vostra precipitosa partenza, disse l'oste con una certa

finezza che non sfuggì a d'Artagnan, sembrava autorizzare quanto si

fece. Questo gentiluomo vostro amico, si difese da disperato. Il suo

cameriere che, per una disgrazia imprevista aveva avuto briga colle

genti dell'autorità travestiti da mozzi di stalla...

— Ah! miserabili! gridò d'Artagnan, voi eravate tutti di accordo, io

non so chi mi tenga dal non esterminarvi tutti!

I tre moschettieri, vol. II · 第 9 / 14 段