— Spiegatevi, Mousqueton, la vostra conversazione è piena di cose

istruttive.

— Ecco signore, ii caso ha fatto che io incontrassi nelle mie

peregrinazioni uno Spagnuolo che aveva veduti molti paesi, e fra gli

altri il nuovo mondo.

— Che cosa ci ha che fare il nuovo mondo con le bottiglie che sono su

questo segreter e su questo comodino?

— Pazienza, signore, ciascheduna cosa verrà a suo tempo.

— È giusto, Mousqueton, io sono del vostro avviso, e ascolto.

— Questo Spagnuolo avea al suo servizio un lacchè, che lo aveva

accompagnato in un suo viaggio al Messico. Questo lacchè era mio

compatriota, dimodochè noi legammo amicizia tanto più rapidamente in

quantochè vi era molta analogia fra i nostri caratteri. Noi amavamo

entrambi particolarmente la caccia, dimodochè egli mi raccontava in

che maniera nelle pianure di Pampas, gli indigeni del paese davano la

caccia alle tigri ed ai torretti con dei semplici nodi scorsoi, che

gettavano al collo di questi terribili animali. Sulle prime, io non

voleva credere che si potesse giungere a questo grado di destrezza, di

gettare a venti o trenta passi l'estremità di una corda ove si vuole,

ma dopo la pruova, bisognò ben riconoscere la verità del racconto.

Il mio amico situava una bottiglia a trenta passi, e a ciaschedun

colpo egli prendeva il collo nel nodo scorsoio. Io mi abbandonai a

questo esercizio, e siccome la natura mi ha dotato di certe facoltà,

oggi io getto il laccio tanto bene quanto un uomo del mondo nuovo.

Ebbene! capite voi ora? il nostro albergatore ha una cantina molto ben

guernita, ma non ne lascia mai la chiave; questa cantina ha soltanto

uno spiraglio, ora, da questo spiraglio, io getto il laccio, e siccome

so adesso dov'è l'angolo buono, vi do la caccia. Ecco, signore, in che

modo il nuovo mondo si trova in rapporto con le bottiglie che sono su

questo marmo e sul secreter. Ora, volete voi gustare il nostro vino? e

senza prevenzione, ci direte ciò che ne pensate.

— Grazie, amico mio, grazie; disgraziatamente ho fatto colezione in

questo momento.

— Ebbene! disse Porthos, prepara la tavola, Mousqueton, e mentre noi

faremo colezione, d'Artagnan ci racconterà ciò che gli è accaduto nei

dieci giorni da che ci siamo lasciati.

— Volentieri disse d'Artagnan.

Nel mentre che Porthos e Mousqueton facevano colezione da

convalescenti, con quella cordialità che riavvicina gli uomini nelle

disgrazie, d'Artagnan raccontò in che modo Aramis ferito era stato

obbligato di fermarsi a Creve-Coeur, come aveva lasciato Athos battersi

in Amiens, fra le mani di quattro uomini che lo accusarono essere un

falso monetario, ed in che modo, egli stesso, era stato obbligato

di passare sul ventre del conte de Wardes per giungere fino in

Inghilterra.

Ma là si fermò la confidenza di d'Artagnan; egli annunziò soltanto

che al suo ritorno dalla Gran Brettagna aveva condotto seco quattro

magnifici cavalli, dei quali uno era per lui, e un altro per ciascuno

dei suoi compagni; quindi terminò annunziando a Porthos che quello che

gli era destinato era già insellato nella scuderia dell'albergatore.

In questo momento entrò Planchet: egli avvisava il suo padrone che i

cavalli erano sufficientemente riposati, e che sarebbe stato possibile

di andare a dormire a Clermont.

Siccome d'Artagnan era quasi rassicurato su Porthos, e che gli premeva

di avere le notizie degli altri due amici, stese la mano al malato,

e lo prevenne che andava a mettersi in viaggio per continuare le sue

ricerche. Del resto, siccome contava di ritornare per la stessa strada,

se, fra sette o otto giorni, Porthos era sempre all'albergo del Gran S.

Martino, lo riprenderebbe passando.

Porthos rispose che secondo tutte le probabilità, la sua stravoltura

non gli avrebbe permesso di alzarsi prima di quell'epoca. D'altronde

gli abbisognava di restare a Chantilly, per aspettare aria risposta

dalla sua duchessa.

D'Artagnan gli augurò questa risposta pronta e buona, e dopo aver

raccomandato di nuovo Porthos a Mousqueton, e pagata la sua spesa

all'oste, si rimise in viaggio con Planchet, di già sbarazzato di uno

dei suoi cavalli a mano.

CAPITOLO XXVI.

LA TESI D'ARAMIS

D'Artagnan non aveva detto niente a Porthos, nè della ferita, nè della

procuratrice di lui; il nostro Bearnese era un giovane saggio: per

quanto fosse giovane, in conseguenza aveva fatto sembiante di credere

a tutto ciò che gli aveva raccontato il glorioso moschettiere, convinto

che non vi poteva essere amicizia che reggesse ad un segreto scoperto,

particolarmente quando questo segreto interessa l'orgoglio, poichè si

ha sempre una certa superiorità morale su quelli di cui si conosce la

vita; e d'Artagnan, nei suoi progetti d'intrighi futuri, deciso come

egli era di farsi dei tre suoi compagni altrettanti istrumenti della

sua fortuna, d'Artagnan non era dispiacente di raccogliere nelle sue

mani le fila invisibili coll'aiuto delle quali contava di guidarli.

Frattanto, lungo tutta la strada una profonda tristezza gli stringeva

il cuore; egli pensava a quella bella e giovane signora Bonacieux

che doveva dargli il premio dal suo attaccamento. Ma affrettiamoci

di dirlo, questa tristezza meno veniva nel giovane dal dispiacere

della sua felicità perduta, che dal timore che provava che potesse

accadere qualche disgrazia a questa povera donna. Per lui non vi era

dubbio, ella era vittima di una vendetta del ministro, e, come si

sa, le vendette di Sua Eccellenza erano terribili. In che modo egli

aveva ritrovato mercè davanti agli occhi del ministro, era quello che

ignorava egli stesso, e senza dubbio quello che gli avrebbe rivelato

il sig. de Cavois, se il capitano delle guardie lo avesse ritrovato in

casa.

Niente fa tanto correre il tempo ed abbrevia la strada, quanto un

pensiero che assorbe in se stesso tutte le facoltà dell'organizzazione

di quello che pensa. L'esistenza esterna rassomiglia allora ad un sonno

di cui questo pensiero è il sogno; per mezzo della sua influenza, il

tempo non ha più misura, lo spazio non ha più distanza: si parte da un

luogo e si arriva in un altro, ecco tutto. Dell'intervallo percorso non

rimane nulla nella nostra memoria, se non che una vaga nebbia, nella

quale si presentano mille immagini confuse di alberi, di montagne e

di paesaggi. Fu in preda ad una simile allucinazione che d'Artagnan

percorse, col passo che volle prendere il suo cavallo, le sei od otto

leghe che dividono Chantilly da Creve-Coeur, senza che, giungendo

in questo villaggio, si ricordasse di alcuna delle cose che aveva

incontrate sulla sua strada.

La memoria gli ritornò soltanto nel giunger là; egli scosse la testa,

riconobbe la bettola ove aveva lasciato Aramis, e mettendo il suo

cavallo al trotto si fermò davanti alla porta.

Questa volta non fu un oste, ma un'ostessa che lo ricevette. D'Artagnan

era fisonomista; egli circondò con un colpo d'occhio la grossa figura

gioiosa della padrona del luogo, sì che egli giudicò che non aveva

bisogno di dissimulare con essa, e che non vi era niente da temere per

parte di questa contenta fisonomia.

— Mia buona signora, le domandò d'Artagnan, potreste voi dirmi ciocchè

sia avvenuto di uno dei miei amici che fummo costretti di lasciar qui,

sarà una dozzina di giorni?

— Un bel giovane di ventitre a ventiquattro anni, dolce, amabile, ben

fatto?

— È lui.

— Di più, ferito in una spalla?

— Precisamente.

— Ebbene! signore, egli è sempre qui.

— Ah! perdinci! mia cara signora, disse d'Artagnan mettendo piede a

terra e gettando le redini del suo cavallo sulle braccia di Planchet,

voi mi rendete la vita; dove è questo caro Aramis, che io lo abbracci?

poichè, lo confesso, ho fretta di rivederlo!

— Perdono, signore; ma io dubito che egli non possa ricevervi in questo

momento.

— E perchè? è forse con una donna?

— Dio buono! che cosa dite mai? il povero giovane! no, signore, egli

non è con una donna.

— E con chi è adunque?

— Col curato di Montdidier, e col direttore del collegio d'Amiens.

— Mio Dio! gridò d'Artagnan, il povero giovane sta dunque male?

— No, signore, al contrario; ma in seguito alla sua malattia, si è

ravveduto ed ha deciso di lasciare il mondo.

— È giusto, disse d'Artagnan, aveva dimenticato che egli non è

moschettiere che provvisoriamente.

— Il signore insiste sempre per rivederlo?

— Più che mai.

— Ebbene! il signore, non ha che a montare la scala a destra nel

cortile, salire al secondo piano e portarsi al N. 5.

D'Artagnan si slanciò nella direzione indicata, trovò una di quelle

scale esterne, come in oggi ne abbiamo qualcuna nei cortili delle

vecchie osterie; ma non si giungeva così facilmente vicino al futuro

abbate. L'entrata della camera d'Aramis era sorvegliata, nè più nè

meno dei giardini d'Armida; Bazin faceva sentinella nel corridoio,

e gli barricò il passaggio con tanta maggiore intrepidezza, ove dopo

molti anni di pruova, Bazin si vedeva alfine vicino, a giungere a quel

resultato che aveva sempre desiderato.

Infatti, il sogno del povero Bazin era sempre stato quello di un

uomo lontano dagli affari mondani, e aspettava con impazienza il

momento incessantemente traveduto nell'avvenire, ove Aramis getterebbe

finalmente la casacca fra le ortiche per assumere un abito più sodo.

La rinnovata promessa fatta ciascun giorno dal giovane, che in questo

momento non poteva venir meno, lo aveva soltanto ritenuto al servizio

di un moschettiere, servizio nel quale, diceva egli, non poteva fare a

meno di dannarsi l'anima sua.

Bazin era dunque al colmo della sua gioia. Secondo tutte le

probabilità, questa volta il suo padrone non si disdirebbe. La riunione

del dolor fisico al dolor morale, avevano prodotto l'effetto da sì

lungo tempo desiderato: Aramis soffriva ad un tempo nel corpo e nello

spirito, aveva finalmente fermati sulla morale i suoi occhi e i suoi

pensieri, e aveva considerato come un doppio avviso del cielo il doppio

accidente che gli era accaduto, vale a dire la sparizione istantanea

della sua amica, e la sua ferita sulla spalla.

Si capirà facilmente che niente poteva, nella disposizione in cui

si trovava, essere più disaggradevole a Bazin, quanto l'arrivo di

d'Artagnan, il quale poteva gettare il suo padrone nei vortici delle

idee mondane in cui era stato per sì lungo tempo trascinato. Risolse

adunque di difendere coraggiosamente la porta; e siccome, tradito

dalla padrona dell'albergo, egli non poteva dire che Aramis era

assente, tentò di provare al nuovo arrivato, che sarebbe il colmo

dell'indiscretezza il disturbare il suo padrone nella morale conferenza

che aveva intavolata fin dalla mattina, e che, al dire di Bazin, non

poteva esser terminata prima di sera.

Ma d'Artagnan non tenne alcun conto dell'eloquente discorso di mastro

Bazin: e siccome non si curava di ingolfarsi in una polemica col

cameriere del suo amico, lo allontanò semplicemente con una mano, e

coll'altra girò la maniglia della porta al N. 5.

La porta s'apri, e d'Artagnan entrò nella camera.

Aramis, in soprabito nero, colla testa accomodata con una specie di

berretto rotondo, era assiso davanti ad una tavola oblunga, coperta

da un fascio d'enormi libri in foglio: alla sua destra era assiso il

direttore del collegio, alla sua sinistra il curato di Montdidier; le

tende erano per metà abbassate, e non lasciavano penetrare che una luce

misteriosa. Tutti gli oggetti mondani che potevano colpire l'occhio,

quando si entra nella camera di un giovane, e soprattutto quando questo

giovane è moschettiere, erano scomparsi come per incanto; e per paura,

senza dubbio, che la loro vista non riconducesse il padrone alle

idee militari, Bazin aveva fatto man bassa sulla spada, le pistole,

il cappello a piume, i galloni e i merletti di ogni genere e di ogni

specie.

Al rumore che fece d'Artagnan aprendo la porta, Aramis alzò la testa

e riconobbe il suo amico; ma, a grande meraviglia del giovane, la sua

vista non parve produrre una grande impressione sul moschettiere, tanto

il suo spirito era in quel momento lontano dalle cose guerresche.

— Buon giorno, caro d'Artagnan, disse Aramis; credete che io sono ben

contento di rivedervi.

— Ed io pure, disse d'Artagnan, quantunque non ben sicuro che sia ad

Aramis cui parlo.

— A lui stesso, amico a lui stesso. Ma che cosa ve ne può far

dubitare...?

— Aveva paura di essermi sbagliato di camera, e a prima vista ho

creduto di essere entrato nella camera di qualche ecclesiastico;

quindi mi ha preso un alto spavento, trovandovi in compagnia di questi

signori, quello cioè che foste gravemente malato.

I due uomini vestiti di nero lanciarono sopra d'Artagnan, di cui

capirono le intenzioni, uno sguardo quasi minaccioso, ma d'Artagnan non

se ne inquietò.

— V'incomodo forse caro Aramis? continuò d'Artagnan; mentre, a

quanto mi pare, io sono portato a credere che voi facciate la vostra

confessione.

Aramis arrossì impercettibilmente.

— Voi incomodarmi? oh! al contrario, amico caro, ve lo assicuro; ed in

pruova di ciò ch'io dico, permettetemi di rallegrarmi con voi, poichè

vi vedo sano e salvo.

— Ah! ritorna finalmente, pensò d'Artagnan; non vi è male!

— Perchè il signore, che è un mio amico, ha sfuggito un gran periglio,

continuò Aramis, mostrando colla mano d'Artagnan ai due seduti.

— Lodate Iddio, signore, risposero, questi inchinandosi all'unisono.

— Non ho mancato di farlo, rispose il giovane restituendo loro il

saluto.

— Voi giungete a proposito, d'Artagnan, disse Aramis: e voi, prendendo

parte alla discussione, vorrete rischiararla coi vostri lumi. Il

sig. direttore del collegio d'Amiens, il sig. curato di Montdidier

ed io eravamo occupati ad argomentare sopra certe questioni di

filosofia morale, il di cui interesse ci occupa da molte ore. Io sarò

contentissimo se avrò un vostro parere.

— Il parere di un uomo di spada è privo di autorità, rispose

d'Artagnan, che cominciava ad inquietarsi del giro che prendevano

le cose, e voi potete attenervi, credetemi, alla scienza di questi

signori.

I due uomini neri salutarono a loro volta.

— Al contrario, rispose Aramis, il vostro avviso sarà prezioso; ecco

di che si tratta. Il sig. direttore vorrebbe che sostenessi la mia tesi

filosoficamente, mentre io bramerei meglio esporla oratoriamente.

— La vostra tesi! voi dunque fate una tesi?

— Senza dubbio, rispose il direttore, per l'esame di accettazione una

tesi è di tutto rigore.

— L'accettazione! gridò d'Artagnan che non capiva niente, e dove dunque

vi volete fare accettare?

— Al posto vacante di professore del collegio d'Amiens. Ora, continuò

Aramis prendendo sul suo seggio la stessa posizione che se fosse

stato sopra una cattedra, esaminando con compiacienza la sua bella

mano bianca e paffuta, come una mano di donna, ch'egli teneva quasi

sempre in aria per farne discendere il sangue; ora, come vi ho detto,

il signor direttore vorrebbe che la mia tesi fosse una serie di

sillogismi, mentre che io bramerei che fosse oratoria. L'argomento,

sebbene non nuovo, si può trattare magnificamente in ambi i modi,

eccolo: _Non dantur effectus sine causa._

D'Artagnan, di cui noi conosciamo l'erudizione, non inarcò meno le

sopracciglie di quello che aveva fatto alla sentenza del capitano

Tréville, sul proposito del regalo che si credeva che d'Artagnan avesse

ricevuto da Buckingham.

— Che è quanto dire, riprese Aramis per dargli una maggior facilità

d'intendere, che non si dà effetto senza causa.

— Argomento ammirabile, fecondo delle più utili deduzioni e

conseguenze! gridò il direttore.

— Ammirabile e filosofico, ripetè l'altro, ch'era circa della forza di

d'Artagnan nell'intendere il latino, e aveva per massima di ripetere

sempre come un eco le parole del direttore per non impegnarsi in

discussioni.

In quanto a d'Artagnan, egli rimase perfettamente indifferente

all'entusiamo dei due uomini in abito nero.

— Oh! ammirabile! _prorsus admirabile!_ continuò Aramis, e che esige

la conoscenza di tutte le diverse sette filosofiche per prevenire e

abbatterne tutte le false teorie, e che non si estende dalla prima

causa, _causa causarum_, fino all'ultimo effetto. Io mi troverei però

più comodo, _facilius natas_, trattandole in un discorso accademico

oratorio, di quello che con una serie di scolastiche argomentazioni

sillogistiche. Poichè l'arte oratoria somministra fonti per le quali

l'avversario viene dolcemente condotto alla persuasiva, anche negli

argomenti filosofici, _ratione et convinctione_.

— No rispose il direttore, il sillogismo circonda, allaccia, incatena

l'avversario in modo che non possa più fuggire da nessuna parte, e sia

costretto a cedere alla forza dell'argomentazione _velis, nolis_.

Aramis gettò un colpo d'occhio dalla parte di d'Artagnan e s'accorse

che andava sbadigliando.

— Parliamo in francese, sig. direttore, il sig. d'Artagnan gusterà

meglio le nostre parole, disse Aramis.

— Sì, io sono stanco... dal viaggio, disse d'Artagnan, e tutto questo

latino mi sfugge.

— Siamo d'accordo, disse il direttore, un poco sconcertato nel mentre

che il curato, messo in più comoda via, voltava verso d'Artagnan uno

sguardo pieno di riconoscenza. Ebbene veniamo ad una decisione.

— Ebbene! sig. direttore, io tratterò la questione secondo il vostro

aggradimento: _Argumentum omnidenudatum ornamento._

— Ora sta bene, e la vostra docilità mi è di felice augurio. Venghiamo

ora alla seconda tesi. Voi sapete che, per entrare professore nel

nostro colleggio, fa d'uopo rinunciare ad ogni relazione mondana, e

sebbene non sia il nostro istituto una corporazione che leghi con voti,

pure bisogna fare il sacrifizio del mondo, farlo _animo alacre_...

— Ecco appunto l'argomento che ho prescelto, e di cui sono già molto

innoltrato nel lavoro; io voglio sostenere e provare che si può

lasciare il mondo, e farne un sacrifizio meritorio, ancorchè dispiaccia

lasciarlo.

— Disgraziato! gridò il direttore, aver dispiacere di lasciare il

mondo, è lo stesso che aver dispiacere di lasciare il demonio.

— Questa è pure la mia opinione, disse il curato.

— Ma di grazia... riprese Aramis.

— _Desideras diabolum?_ disse il direttore.

— Avete rincrescimento a lasciare il diavolo? Ah! mio giovane amico,

riprese il curato gemendo, non vi rincresca pel diavolo, sono io che ve

ne supplico.

D'Artagnan piegava all'idiotismo; gli sembrava di essere in una casa di

pazzi, e di esser vicino a divenir pazzo come quelli che vedeva.

Era però obbligato a tacersi per non sentirsi gettare in viso una

sentenza latina che non avrebbe intesa.

— Ma ascoltatemi dunque, riprese Aramis con una gentilezza, dalla quale

cominciava a trasparire l'impazienza. Io non dico che mi dispiace

di lasciare il diavolo; no, io non pronuncierò mai questa frase:

ma convenite che vi è poco merito a lasciare una cosa di cui si è

compiutamente disgustati. Ho ragione d'Artagnan?

— Io lo credo bene, perdinci! gridò questi.

— Ecco dunque il mio modo d'argomentare ed il mio punto di partenza;

è un sillogismo: il mondo non manca di attrattive, ma il volgere le

spalle alle attrattive è un sacrificio: dunque io faccio un sacrificio.

— È vero, dissero gli antagonisti.

— Nella vostra argomentazione però, riprese il direttore guardatevi

bene dai gusti profani, _severus sit sermo tuus_.

— Sì, che il discorso sia chiaro, disse il curato...

— Altrimenti, si affrettò d'interrompere il direttore vedendo il suo

compagno andar giù di strada, la vostra dissertazione piacerà soltanto

alle signore, ed ecco tutto; essa avrà lo incontro di una dissertazione

del sig. Patru.

— Piacesse a Dio! gridò con entusiasmo Aramis.

— Lo vedete! gridò il direttore battendo il pugno sulla tavola, il

mondo parla ancora in voi ad alta voce, _altissima voce_. Voi amate

ancora il mondo...

— Tranquillizzatevi, signor direttore, io rispondo di me.

— Presunzione mondana!

— Io conosco me stesso; la mia risoluzione è irrevocabile.

— E voi vi ostinate a voler continuare questa tesi?

— Io mi sento chiamato a trattar questa e non altra, io la terminerò

quest'oggi e domani, spero, sarete soddisfatto delle correzioni che vi

avrò fatte, dietro i vostri consigli.

— Lavorate lentamente, disse il curato, noi vi lasciamo in ottime

disposizioni.

— Sì, il terreno è ben seminato, voglia il cielo che non abbiamo a dire

_aves comederunt illum._

— Addio, mio figlio, disse il curato, a domani.

— A domani, giovine temerario, disse il direttore; voi promettete di

divenire un luminare del nostro collegio; voglia il cielo che la luce

non sia quella di un fuoco divoratore.

I due uomini neri salutarono e partirono.

Aramis li accompagnò fino in fondo alla scala, e rimondò tosto presso

di d'Artagnan.

D'Artagnan, la cui pazienza era arrivata al suo estremo, quando

vide rientrare l'amico fece una profonda inspirazione ed espirazione

per dilatarsi il petto, che fino a quel momento gli sembrava averlo

oppresso da un pesante macigno.

Rimasti soli i due amici, da prima conservarono un silenzio

imbarazzante; pure abbisognava che uno dei due rompesse il silenzio pel

primo, e siccome d'Artagnan sembrava deciso di lasciare questo onore al

suo amico:

— Voi lo vedete, disse Aramis, io sono ritornato alle mie idee

fondamentali: questi piani di ritiro dalle armi, per tornarmi a

dedicare agli studi serii, sono già stabiliti da lungo tempo, e voi me

ne avete udito a parlare più volte; non è vero amico mio?

— Senza dubbio; ma vi confesso che ho sempre creduto che voi scherzaste.

— Con simil sorta di cose? oh! d'Artagnan!

— Diamine! non scherziamo noi colla morte?

— E si ha torto, d'Artagnan, poichè la morte è la porta che ci conduce

alla salvezza o alla perdizione.

— Siamo d'accordo. Ma se vi piace, non filosofichiamo: voi ne dovete

avere abbastanza per quest'oggi: in quanto a me ho per fino dimenticato

quel poco di latino che non ho mai saputo; poichè, ve lo confesso,

non ho mangiato niente da questa mattina a dieci ore, ed ho una fame

diabolica.

— Noi pranzeremo or ora, caro amico; soltanto, dovete ricordarvi che

oggi è venerdì; ora, non essendo io più militare, non posso nè mangiare

nè veder mangiar carne; se volete contentarvi del mio pranzo, esso si

compone di tetragoni cotti e di frutta.

— Che cosa intendete voi per tetragoni? domandò d'Artagnan con

inquietudine.

— Intendo spinaci, riprese Aramis; ma per voi vi aggiungerò delle uova,

e questa è già una grave infrazione alla regola; a tutto rigore le uova

sono il prodotto della carne, poichè si cangiano in polli.

— Questo festino non sarà molto succolento, ma non importa; per restare

in vostra compagnia, lo subirò.

— Io vi sono riconoscente del sacrifizio, disse Aramis; ma se non

profitta al vostro corpo, profitterà certamente alla vostra anima.

— Pare dunque deciso che vogliate entrare in qualche corporazione

religiosa.

— Io non entro in alcuna corporazione religiosa, rientro in collegio

diretto da persone morali e religiose, vi rientro di mia volontà, e di

mia volontà mi attengo ai principii della vita morale e religiosa.

— Che diranno mai i vostri amici? che dirà il sig. de Tréville? Vi

prevengo che essi vi riterranno per un disertore.

— Voi sapete che io assunsi la casacca da moschettiere per violenza, e

che era moschettiere provvisoriamente.

— Io non so niente.

— Come voi non sapete in qual modo lasciai il collegio?

— Affatto.

— Ecco la mia storia: «Io era in colleggio dall'età dì nove anni

ed aveva ventun'anno; mancavano tre giorni e la mia carriera era

irrevocabilmente decisa.

«Un giorno che io mi portava, siccome alcune volte accadeva, in una

casa in cui era ricevuto con molta distinzione, un ufficiale, che per

quanto mi sembrava, mi vedeva con occhio geloso leggere la Bibbia

alla padrona di casa, entrò ad un tratto senza essere annunziato.

Precisamente quella volta io aveva tradotto il capitolo di Giuditta e

terminava di comunicarne la spiegazione alla signora che mi usava ogni

specie di riguardi, e in quel momento prestava tutta la sua attenzione

col più profondo silenzio alle mie parole, le quali, per la novità dei

miei versi che ascoltava, dovevano risvegliare in lei molto interesse.

Pare che questo trattenimento non andasse molto a genio all'ufficiale:

egli non disse niente, io lo confesso, ma quando uscii, uscì dietro di

me e mi raggiunse.

« — Signore, disse egli, voi siete amante delle bastonate?

I tre moschettieri, vol. II · 第 8 / 14 段