Se non che, è accaduta una cosa buffa. La rovina del teatro, rovina
materiale procedente dal lungo sfacelo morale, è diventata così
manifesta, che il Ministro della istruzione pubblica del regno d'Italia
ha chiamato a consulto intorno al letto dell'infermo scrittori e critici
dramatici d'ogni parte d'Italia, ma più delle parti settentrionali.
Cattivi medici, per dio, che sino a ieri non s'avvidero del male e
cantavano l'inno della salute — non quello di Gioacchino Du Bellay, per
altro — sulla carogna tutta fracida per la cangrena! Cattivi medici, che
sino a ieri si compiacquero del puzzo del moribondo, e affondarono le
dita nelle sue piaghe! Ora il Ministro li ha chiamati a Roma per
provvedere. E via. Volete che il signor Giacosa salvi il dramma dalla
morte? Ma non sono stati gli sciroppi martelliani del signor Giacosa una
fra le molte cause del male? Volete che il signor Leone Fortis consigli
un rimedio? È strano; perchè il signor Leone Fortis ha portato per dieci
anni sopra gli scudi della sua critica sfarfalleggiante Paolo Ferrari in
trionfo: or come potrebbe consigliare un empiastro per le piaghe che il
contatto di Paolo Ferrari ha aperte nei tessuti del dramma? Volete che
il buon Yorick figlio di Yorick ordini un metodo di cura ricostituente?
Ma non lo seccate, quel burlone di Yorick! Egli ha la barzelletta pronta
e l'umore ilare e una grande provvista di piacevoli facezie nella
memoria; e se ne infischia del ministro, delle commissioni e del teatro
italiano. Egli è monarchico e avvocato, e lascia la medicina ai
repubblicani come il dottor Bertani e il dottor Falleroni.
Lasciateli in pace tutti, questi cerusici improvvisati. Che volete che
facciano? Non hanno nemmeno una patente di flebotomia; e portano seco
tutto il bagaglio del loro campanilismo, tutta la merce avariata della
loro esperienza scenica, tutto il frascume della loro coltura dramatica.
Hanno scritto molti martelliani e molte cronache teatrali e hanno udito
recitare molte comediole italiane e francesi: hanno già peccato a
bastanza: debbono proprio diventare pendagli di forca? È troppo, perchè
sono brava gente in fondo e per dieci anni hanno levato sopra le cime
dell'entusiasmo la gloria del teatro italiano risorto; e per dieci anni
con le trombe alla bocca e col mazzuolo della gran cassa in mano hanno
chiamato il popolo all'ammirazione. Deve proprio questa buona gente
rimediare alle colpe sue? Deve confessare in conspetto della moltitudine
che quel rimbombo di gran cassa e quello strepito di trombe hanno
inacerbito il male? Deve il signor Giacosa consigliare un antidoto
contro il dolciume dissolvente del medio evo martelliano?
È una pretensione pazza. E poi, a che serve? Questo povero dramma non ha
più una goccia di sangue nelle vene; e non ci è virtù medica che possa
salvarlo. Emilio Zola consigliò cordiali darwiniani e bistecche
scientifiche e clisteri sperimentali; e volle in sostanza dar ad
intendere che ci è un talismano capace di salvare il moribondo, un
talismano perduto nelle più profonde viscere del palcoscenico e non
ritrovato ancora da niuno esploratore dramatico, la _verità_; e gli
parve che, se si popolasse la scena di alberi e di case vere, il dramma
rinascerebbe più forte che mai. Vanitas vanitatum! Il teatro è per sè
stesso una finzione, o una convenzione, come osservò benissimo il
Goncourt, e se ne vola alle altezze dell'Olimpo con la leggenda, coi
miti, con tutte le creazioni fantastiche della mente umana. Chi è che
pretende di trattenerlo? Forse il signor Giacosa, che ho visto effigiato
giorni a dietro sulla coperta d'un libriccino, reggendo i fili d'un
teatrino di marionette? Chi è che deve curarlo? Forse Leone Fortis? Ma
non ha egli accompagnato al cimitero la salma del Bellotti-Bon? E non
gli pareva di accompagnare il cadavere del dramma?
Accennare ai peccati maggiori e ai più profondi mali del teatro moderno
non serve; e poi l'ho già fatto: ho già detto che la causa della nostra
abiezione dramatica, come di tutta la bella nostra miseria letteraria,
sta nel fatto innegabile, che tutti quanti scriviamo siamo un branco di
asini. L'arte scenica secondo le consuetudini moderne è, più che altro,
un mestiere. Sudicio mestiere, che serve a speculare sul cattivo gusto,
sull'ignoranza, sulla pazienza del pubblico, come una volta si speculava
sulla dabbenaggine e sulla paura dell'inferno. E non sono io che lo
dico; è Sardou in persona, il padre eterno del dramma moderno, del quale
Augier è il figliuolo e Dumas lo spirito santo. È il dramma medesimo che
lo grida al popolo, stendendo le braccia dall'alto del palco scenico,
invocando un qualche messia che discacci i mercatanti dal tempio. Or
dove troverà esso questo messia, se il marchese Colombi non glie ne
intagli uno dalla carta del _Pungolo della domenica_? Il Marchese
Colombi è famoso per le messiadi, ed è ben capace di sforbiciarne uno
per settimana; e i buoni milanesi attendano pazientemente, e si
consolino dell'esposizione fallita nell'aspettazione di questo cristo
dramatico. Esso si adergerà forse dai tetti della Galleria alle nuvole,
e toccherà col capo le sfere armoniose, e spiegherà sul capo della gente
un largo _Pungolo_ istoriato di pupazzetti e di critica; e urlerà con
una gran voce fatidica:
— «In principio era il caos; e tutte le cose dramatiche roteavano
disperse pel gran mare del nulla;
Ed ecco dal fondo del caos balzò un dramma; ed era di Leone Fortis; e il
nome suo era _Cuore ed arte_; e le genti ascoltando lodavano il nome di
Leone Fortis;
Ed ecco nacquero di poi nel paese di Francia altre cose; e tutte erano
drammi; e il numero ne era senza fine; e furono tripartite in tre tribù;
E la tribù prima si disse di Sardou; e venne dal ventre del Signore,
senza genitori mascolini o femminini; e lo spirito del Signore si posò
in lui; e benedisse alla sua discendenza, che fu numerosa come le arene
del mare;
E la seconda tribù si disse di Dumas; e venne dalla mente del Signore,
senza genitori mascolini o femminini; e lo spirito del Signore si posò
in lui; e benedisse alla sua discendenza, che fu numerosa come le stelle
del cielo;
E la terza tribù si disse di Augier; e venne dai polmoni del Signore,
senza genitori mascolini o femminini; e lo spirito del Signore si posò
in lui; e benedisse alla sua discendenza, che fu numerosa come le pulci
della terra;
Ed ecco i maschi della tribù di Fortis videro le femmine della tribù di
Sardou;
E della tribù di Dumas;
E della tribù di Augier;
E fornicarono insieme in conspetto del Signore.
Allora il Signore Iddio disse: Siano questi accoppiamenti fecondi;
E nasca una gran generazione sopra la terra; e tutti abbiano in faccia i
segni del peccato; e cantino le lodi del Signore; e scrivano comedie
insino che non venga il messia sopra la terra;
E sarà questo messia concepito senza peccato d'amore; e nascerà in una
stalla del paese di Milano detta _Teatro della compagnia stabile _; e i
re magi Fortis, Giacosa e Yorick verranno ad offrirgli oro incenso e
mirra; e il profeta Colombi ne annunzierà la venuta agli uomini della
terra.»
Tale, pur troppo, è la storia dramatica che i critici insegnano alle
turbe, che gli scrittori comici tengono per conto di vangelo. Come
volete che l'ammalato guarisca? L'empirismo il ciarlatanismo il
campanilismo hanno trovato in tutte le arti, e più in quella del
palcoscenico, un letto comodo e ampio ove si sdraiano ruttando gli
sbuffi della loro ignoranza. Che ci vuol fare il Ministro della
istruzione pubblica? Non ci è stabilimenti di bagni marini, nè ospedali,
nè compagnie stabili, nè teatri nazionali che possano giovare alla
salute del dramma. Specialmente quando Milano, per dispetto di Roma,
manda Leone Fortis a chiedere al Governo una compagnia stabile per uso e
consumo suo.
Ho nominato Luigi Bellotti-Bon, la cui morte veramente dramatica deve
avere conferito non poco alla determinazione del Ministro di chiamar
gente in aiuto del teatro morente. Ma e la catastrofe della compagnia
Moro-Lin, che pare proprio il finale d'una bella comedia, dove la
lascio? Povero Moro-Lin! Si mosse da Venezia con una compagnia giovine,
bene constituita, bene educata, e viaggiò l'Italia diffondendo come un
riverbero di luce goldoniana. Pareva che le ultime speranze del nostro
teatro comico riposassero in lui; pareva che Giacinto Gallina fosse
l'ultimo erede della nostra scarsa sostanza comica. E veramente l'ultimo
sano concetto dell'arte dramatica indugiava a perdersi nel gran
naufragio di tutti i criteri artistici per virtù di quei veneziani. Il
dramma in lingua italiana nelle mani dei ciabattini era andato via via
precipitando alla pantomima alla coreografia al funambolismo,
infronzolato e gonfiato dalle tendenze predicatorie. Il teatro
dialettale si sfasciava miseramente da tutte le parti, da che
_Piripicchio_ di su le tavole del teatro _Quirino_ recitava dei
_vaudevilles_ travestiti in vernacolo napolitano, da che il Ferravilla e
gli altri comici più popolari imprimevano all'arte comica un movimento
reazionario e antigoldoniano, soffocando la comedia a benefizio del tipo
comico. E in mezzo alla marea montante del cattivo gusto che si compiace
di tutte le più sconce e più miserabili operette, che stacca i cavalli
dalla carrozza di _Sciosciammocca_ per trascinarla in trionfo, la
compagnia Moro-Lin pareva una tavola di salvamento. E vedendola passare
acclamata di teatro in teatro, una speranza rinasceva, non forse la
comedia dialettale veneziana fosse per ripigliare l'antica via
trionfale. Ed ecco: la compagnia, per difetto di mezzi, si scioglie; e
il povero Moro-Lin dichiara nei giornali che l'arte scenica in Italia è
disperata, e ch'egli pianta il teatro e si butta a un mestiere manuale.
Il provvedimento quindi del Ministro può essere indizio di un grande
amore alle nostre sorti dramatiche; ma a che vale il coraggio contro la
morte? A che valgono le buone intenzioni ministeriali contro la morte?
Il meglio forse sarebbe di ordinare a spese dello Stato i funerali del
dramma. In quanto agli scrittori e agli attori comici, si potrebbe fare
per essi quello che Rabelais sognava per i poeti: una specie di ospizio,
ove vivessero lontano dalla gente, di cui a furia di pasticci mal fatti
e mal cotti hanno pervertito il gusto. Nelle domeniche poi e nelle altre
feste comandate si potrebbe recitare, per sollazzo loro e per penitenza
dei molti peccati, il _Cuore ed arte_ di Leone Fortis.
Io, intanto, faccio una confessione: non ho animo d'andare innanzi. La
questione del teatro è tanto oscenamente buffa e tanto pietosamente
disperata, che non si può a lungo fermarvisi intorno senza molta offesa
della carità patria. — Volevo scrivere una pubblica lettera
all'onorevole Ferdinando Martini, che dicono, se bene io non lo credo,
tutto affannato dietro a più di una comedia, per dissuaderlo da questa
pazzia; ma lasciamo correre, e auguriamoci che queste comedie abbiano la
sorte delle molte altre cose che l'onorevole Martini comincia. Anche
dicono sia prossima ad esser recitata una comediola villereccia di
Giovanni Verga. Ritorniamo dunque alla favola pastorale e alle
rappresentazioni de' Rozzi? Tanto meglio. Faccia il popolo d'Italia
quell'accoglienza che vuole all'Arcadia sperimentale e alla comedia a
dialogo indiretto: io voglio, per una volta al meno, fare il Ponzio
Pilato; — non, per altro, quello del signor Calvi.