I.

La _Società per l'acquisto e tutela delle opere drammatiche_ ha dato

commissione al signor Pietro Calvi di un dramma intitolato _Bianca

Capello_. La cecità umana è grande, lo sapevo; e il pervertimento del

buon gusto e del buon senso in Italia è giunto a tale, che la nozione

del bello e del brutto, del buono e del cattivo, diventa una cosa ogni

dì più disperata. Tuttavia io non credeva che il naufragio del senso

comune fosse tanto irreparabile. Questa associazione sòrta d'improvviso

in mezzo alla crescente attività della nostra Roma monarchica e

constituzionale, questa associazione che nata appena apparve viva e

forte, dava buone speranze di sè. Erano clericali, ma le preoccupazioni

politiche cedevano dinanzi all'amore dell'arte drammatica; erano ricchi

e spendevano liberalmente. I primi tentativi furono felici: l'area

desiderata per l'edifizio del teatro fu concessa; i migliori attori

d'Italia volentieri disertarono le irrequiete compagnie di ventura per

prender soldo in questo esercito stanziale; i critici più rabbiosi, come

per miracolo, o applaudirono o, almeno, assentirono. Io stava a vedere e

silenziosamente applaudiva anch'io, maravigliandomi forte che in Italia

si facesse in fine una cosa per bene. Ed ecco, veggo che a

quest'associazione nata con auspizi così felici manca una piccola cosa:

una persona di buon gusto che guidi con qualche intelligenza la scelta

dei lavori drammatici. Se il signor Calvi fosse un giovine in tutto

ignoto e avesse presentato all'associazione una _Bianca Capello_

qualunque, l'associazione avrebbe fatto opera onesta accogliendola e

pagandola; ma questo signor Calvi ci è già apparso nei calori d'una

estate alla ribalta del _Costanzi_ tra le carnosità della signora Ruta e

le carnosità di Ponzio Pilato. Faceva molto caldo quelle sere al

_Costanzi_, e Maria Magdalena e Ponzio Pilato e il cavaliere Alamanno

Morelli davano al pubblico plaudente uno spettacolo miserando della

nostra abiezione drammatica. Faceva molto caldo quelle sere al

_Costanzi_, eppure io mi sentivo filtrar dai pori della pelle un sudor

freddo; e ogni volta che il signor Calvi piccinino e mingherlino si

prostrava alla ribalta dinanzi al pubblico, un senso di raccapriccio e

di pietà e di paura mi prendeva in mezzo a tutto quel fuoco della

illuminazione e della respirazione e dell'ammirazione.

E ripensavo al buon tempo goldoniano, quando la comedia sboccò

d'improvviso in piazza di San Marco dalla riva degli Schiavoni con un

bel coro intorno di risate umane; e ripensavo al buon tempo della

comedia dell'arte, quando i nostri comici se ne andavano pel mondo

recitando e fabbricando comedie a braccia; e alla età dell'oro del Lasca

e del Bibbiena e del Machiavelli e di messer Lodovico Ariosto; e alle

rappresentazioni sacre che empivano le chiese di diavoli e di fiamme

sulfuree; e alle processioni di flagellanti che passavano per le vie

cantando laudi spirituali. E invocavo la congregazione dei flagellanti

di Gubbio che venisse là nel teatro _Costanzi_ cantando laudi, e

cacciasse dal tempio a staffilate quel mercante di mitologia biblica che

faceva parlare Ponzio Pilato come un cavalier medievale della fabbrica

Giacosa, e Maria Magdalena come una carcassa femminile piena del fumo di

stoppa di Vittoriano Sardou e del vapore di acido nitrico di Alessandro

Dumas.

Non ci vorrebbe meno di una compagnia di flagellanti bene armata di

staffili e di verghe per spazzar via questa pietosa ignominia dal nostro

palcoscenico; ma forse anche basterebbe una legge del parlamento che

ordinasse i teatri interdetti per dieci anni almeno, finchè i nostri

fabbricanti di cose drammatiche non abbiano bene confitta nella mente

questa persuasione, che a scrivere un dramma occorra un po' più

d'ingegno e un po' più di coltura che a cucire un paio di scarpe. Ma

quale delle nostre comedie in prosa e dei nostri drammi in versi mostra

che questa persuasione sia entrata nell'animo dei nostri dramaturghi?

Dalla _Speronella_ del primo Marenco — pur tanto migliore del secondo —

sino al _Conte Rosso_, io li ho non già uditi recitare sulla scena, ma

letti quasi tutti, pazientemente; e ancora le mascelle mi dolgono dagli

sbadigli. E questa persuasione, che a far qual cosa di vivo e di

durevole nell'arte occorra, oltre alla forza dell'ingegno, una larga

nutrizione dei pensieri e delle forme e delle cose altrui, è tanto

lontana dall'animo non pur degli scrittori ma dei lettori e degli

spettatori, che quando alcuno si attenta a dirlo pubblicamente con

qualche calore, quelli s'indispettiscono come d'una scempiaggine

fastidiosa e questi scoppiano a ridere come d'una scempiaggine allegra.

Eppure la ragione prima e vera della nostra miseria letteraria sta

appunto nella miseria della nostra coltura. Interrogate qualcuno dei

nostri scrittori di teatro intorno alla storia del teatro italiano;

domandate loro quale intento si propongano, oltre quello di solleticare

la digestione dei droghieri fortunati e dei cavalieri della Corona

d'Italia, se e perchè e in quale maniera e in quale misura l'opera loro

si riallacci al complesso del nostro possedimento dramatico. Domandate,

domandate al commendatore Paolo Ferrari per quale odissea di accidenti

calamitosi e vergognosi la comedia italiana, che, uscita troppo

avviluppata di panni romani dalle mani dell'Ariosto era balzata viva e

verde e inghirlandata di fiori della Val di Chiana dalle mani del

Machiavelli, sia precipitata sopra un letto di Procuste tra il marchese

Colombi e Alberto Pregalli, dei quali il primo le ride con certe goffe

contorsioni della faccia di fauno ripulito e l'altro le empie gli

orecchi con le sue tirate ventose di predicatore spostato; ma nè l'uno

nè l'altro ha tanto vigore di nervi e tanto ardore nel sangue da

prenderla pei fianchi e soggiogarla.

Ovvero domandate al commendatore Giuseppe Giacosa la storia del teatro

tedesco. Certo egli non la sa, perchè se la sapesse non avrebbe tratto

fuori dal suo cervello d'avvocato un medio evo mezzo da melodramma e

mezzo da litografie per le scatolette di fiammiferi. Certo nessuno di

quelli che in Italia scrivono cose dramatiche sa che il teatro tedesco è

sorto per opera di un cattivo scrittore di drammi e di comedie, che

studiò assai Aristotele e un poco anche la letteratura scenica inglese.

Il Manzoni, che lo sapeva, scrisse due tragedie che non hanno rallegrato

nessun droghiere, ma di cui i nostri discendenti potranno accettare

l'eredità senza il benefizio dell'inventario. Ma vorranno essi accettare

i martelliani del Giacosa, e gli endecasillabi del Marenco, e la prosa

del Ferrari, del Montecorboli, del Castelvecchio, del Castelnuovo, del

Chiaves, dell'Interdonato e di tutta la infinita turba che insulta la

comedia e il dramma e il buon senso e la grammatica italiana? Non credo;

e già i fatti si accordano col mio pensiero. Il Giacometti, che pure non

fu in tutto un volgare costruttore di materiale rappresentabile, è morto

da un anno, e già l'opera sua è sepolta con lui. Tommaso Gherardi del

Testa, che pure più degli altri ebbe vivacità di scena e di lingua

toscana, è morto da due anni, e invano gli amici suoi si adoperano a

tenerne viva la memoria. Il fatto è triste, ma è evidente: tutte le cose

drammatiche che appaiono sul palcoscenico da venti anni in qua, sono

polvere e in polvere ritorneranno. Quando io vidi rappresentare al

_Valle_ il _Conte Rosso_ di Giuseppe Giacosa, mi turai forte il naso con

le dita, perchè sentivo nell'aria un gran fetore di putrefazione.

Chi dia un'occhiata complessiva alla massa della nostra produzione

drammatica dal '60 in poi, dovrà subito stornarne lo sguardo con un

sentimento misto di paura e di orrore, tanto è il guazzabuglio delle

forme e degli intendimenti e delle inclinazioni. Qualunque sforzo di

unificazione è vano: pare che, chetate le preoccupazioni politiche del

'60, trasportata a Firenze la capitale d'Italia, si aprissero le porte

di un ospedale di pazzi, e una gran turba di imbecilli e di furiosi e di

allucinati se ne sparpagliasse per tutto il novissimo reame. Da tutte le

parti sorsero dramaturghi: la più parte venne su dalla classe degli

avvocati, molti anche ne sbocciarono fra mezzo il pecorame dei

filodramatici, e non ne mancarono tra gli studenti di ostetricia, tra

gl'impiegati al Debito pubblico, tra i maestri elementari e tra i

sottotenenti di fanteria. Era come una frenesia furibonda che colpì un

quarto almeno dell'Italia nuova. L'Italia era fatta, si doveva fare il

teatro italiano. Da principio il fuoco maggiore di questa grande

irradiazione di luce dramatica fu Firenze, ove, come dice il Costetti,

«c'era di autori, tra giornalisti-autori e attori-autori, un visibilio:

da Alessandro Salvini, noto per i suoi drammi scritti in una notte sul

tavolone dell'osteria, al cav. Gaetano Gattinelli autore di ponderosi

drammi storici, e ad Achille Montignani reo del _Vizio di Educazione_; e

da Giovanni Sabbatini babbo degli _Spazzacamini di Aosta_, a Ferdinando

Martini ond'erano ancor freschi gli allori di _Fede_ e dei _Nuovi

ricchi_.» C'erano anche Luigi Gualtieri, il Bellotti-Bon, il Coletti, il

Costetti medesimo. Più tardi, rivendicata Roma all'Italia, la frenesia

non che cedere crebbe; ma accaddero due fatti strani: l'empirismo e il

macchinismo, che sino al '70 erano stati norma quasi universale della

molta produzione dramatica, accennarono a scemare, e quell'ombra di

accentramento che s'era fatta in Firenze intorno al _Cocomero_

ribattezzato nel nome del Niccolini non si potè rifare intorno al

_Valle_; ma cominciò uno sminuzzamento e uno sparpagliamento dell'arte

scenica intorno a tanti piccoli centri quante sono le città d'Italia;

sminuzzamento che a molti parve una ruina e a molti una cosa utile, e a

me non pare nè un bene nè un male, perchè io credo che le ragioni della

nostra abiezione dramatica si debbano cercare più in alto, e, dove si

debbano cercare, l'ho detto.

Dopo il '70, dunque, prevalse un più alto concetto dell'arte scenica: i

macchinismi antichi, le antiche tiritere di moralità imbottite di

paroloni grandi e variate di colpi di scena e di cannonate secondo i

precetti di Vittore Ducange, o le antiche tirate storiche rosse ancora

di riverberi alfieriani, gli antichi pasticci malamente imbastiti alla

maniera di Scribe, caddero: l'orizzonte si rasserenava. Ferdinando

Martini, il quale già con le sue comedie aveva mostrato, se non una via

nuova, certo nuovi e migliori modelli, diede co' suoi proverbi derivati

dal De Musset forse il primo esempio di una cosa dramatica fatta con

intendimento d'arte; Paolo Ferrari, che s'era venuto via via rinnovando

e migliorando e liberando dalle vecchie scorie filodramatiche, spiegava

le ali a un volo più alto; altri minori spuntavano o si maturavano al

calore della nuova scuola dramatica francese: ogni nuova comedia nervosa

di Dumas, ogni nuovo dramma ventoso di Sardou, generavano qualche nuovo

acolito del palcoscenico. I molti centri dramatici si facevano la

concorrenza: a Milano il Ferrari e i ferraristi; a Napoli una stella

nuova subitamente sòrta all'orizzonte e subitamente accennante a

declinare, Achille Torelli; a Torino un'altra stella improvvisa, anzi un

fungo di settembre cresciuto e accarezzato e levato su gli scudi troppo

presto, Giuseppe Giacosa; a Roma, maggiore di tutti e unico veramente

grande, Pietro Cossa. Il Martini, come subito aveva veduto di non esser

nato per la comedia e pel dramma, così intese che i suoi scherzi in

versi potevano bensì far la delizia di un salotto e piacere anche a una

platea, ma non mai essere opera seria e durevole, e disertò dal

palcoscenico: restarono, eminenti su la turba infinita, il Ferrari, il

Giacosa, il Cossa.

Paolo Ferrari si è gittato da ultimo alla comedia a _tesi_ e, dicono i

molti suoi ammiratori, tiene il campo coi maggiori comici francesi del

nostro tempo: Dumas, Sardou, Augier. Questa opinione dei troppi

ammiratori di Paolo Ferrari ha urtato i nervi di molti che non adorano

soverchiamente il dramaturgo modenese, e Luigi Lodi scrisse un libretto

caldo e vivace per dimostrare che il Ferrari è lontano dai tre francesi,

quanto una bertuccia da un uomo. In questa questione io non voglio

entrare; io dico solamente che ciò che avvelena senza speranza di salute

l'opera dramatica di Paolo Ferrari è appunto questa sua derivazione dal

francese. Tracce dell'Augier nel Ferrari è inutile cercarne: si trovano

bensì, e profonde e larghe, tracce del Dumas e del Sardou, si trova qua

e là sparpagliata la retorica romantica del Dumas e la retorica

declamatoria e la festività superficiale del Sardou. Di proprio

veramente il Ferrari nelle sue comedie non ha messo nulla: ci ha messo

delle persone impagliate come quelle del Sardou e delle persone

putrefatte come quelle del Dumas, ma nemmeno una persona viva ci è in

mezzo a quella moltitudine: gli ammiratori sdegnati mi spingeranno

addosso il marchese Colombi, ma il marchese Colombi non è un uomo, è un

fantoccio di Norimberga che fa delle contorsioni, come Rabagas. Queste

persone, è vero, vanno e vengono e s'intrecciano e s'accapigliano e

s'accoppiano con abbastanza di disinvoltura; ma parlano con una

goffaggine così bestiale un italiano così pretensioso nella sua

spropositata semplicità, che a leggerlo non si resiste.

Il Giacosa poi, dopo avere anch'egli fatto movere sopra un teatrino di

marionette alcuni fantocci di Norimberga vestiti da cavalieri antiqui,

ha voluto tentare in grande l'impresa; e — lo ha mostrato il Carducci —

senza aver letto mai una canzone di gesta nè una canzone trobadorica e

senza sapere di storia e di costumanze medievali e di usi cavallereschi

se non quanto ne sanno i parrucchieri e le bambinaie, ha voluto fare nè

più nè meno che il dramma medievale. E cent'anni dopo che il _Goetz von

Berlichingen_ e la prima parte del _Faust_ erano apparsi come un

corollario dramatico della _Divina Comedia_, il signor Giuseppe Giacosa,

che sarebbe forse diventato col tempo un buon avvocato, ci ha voluto

anche dare lo spettacolo pietoso di un'Arcadia medievale savoiarda; ha

voluto versare nelle piccole forme de' suoi pupazzetti tutta la mannite

del romanticismo aleardiano e tutti gli sbuffi delle sue affezioni

monarchiche.

Resta Pietro Cossa, l'unico nome che si pronunzi con qualche rispetto,

l'unico nome che accenni a resistere alla morte. Quando una buona

ventata avrà spazzato via tutto il mondo di cartone fabbricato dal

Ferrari e tutto il mondo di pasta frolla fabbricato dal Giacosa, due

figure dramatiche se ne andranno belle e vive e palpitanti tra la ruina

dei nostri ignobili teatri: Messalina e Nerone. Di tutta la moltitudine

che appena si può numerare, solamente il Cossa ebbe veramente intelletto

dramatico; e oltre all'intelletto una coltura non comune delle cose

latine e delle cose italiane. Egli potè proporsi un intento e in gran

parte raggiungerlo, perchè sapeva d'onde pigliava le mosse e dove voleva

arrivare. Egli non andò brancicando da Alessandro Dumas a Vittoriano

Sardou come il signor Ferrari, e non s'attentò ad entrare nel mondo

romano senza nemmeno sapere il latino, come fa il signor Castelvecchio e

come farebbe il signor Giacosa se non si fosse invece buttato in pieno

medioevo. Egli infine — oh miracolo inaudito! — dando alla forma del

dramma qualche varietà, a queste innovazioni sue cercò una ragione e una

scusa nell'arte; e si prese una cura infinita di foggiarsi una forma di

endecasillabo adattata al dialogo. Ma quale dei nostri comediografi,

oltre il Martini, ha voluto o saputo fare in prosa un dialogo

sopportabile?

Se non che, dell'abiezione nostra io mi conforto nella miseria

universale. Pare che il dramma in Europa sia finito col Goethe e con lo

Schiller, con questi due che raccogliendo l'eredità del Lessing seppero

celebrare i mistici sponsali di Faust con Elena e fondere insieme il

succo di betulla della poesia di Shakespeare col succo di lauro della

poesia di Sofocle. Dopo il _Goetz_, dopo il _Guglielmo Tell_, dopo il

_Wallenstein_ il dramma è finito: ha ripalpitato debolmente negli

alessandrini dell'_Hernani_, nei cori delle tragedie manzoniane, negli

endecasillabi della _Messalina_; ma sono i palpiti dell'agonia. Si

rinserri il gran cadavere in un'urna d'oro, con molti unguenti preziosi;

e intorno all'urna ogni popolo d'Europa inchiodi, come barbagianni su le

porte delle stalle, i suoi ciarlatani del palcoscenico. La Francia

inchioderà Alessandro Dumas e Vittoriano Sardou, noi inchioderemo il

Ferrari e il Giacosa, gli altri popoli inchioderanno altri: poichè non

c'è paese d'Europa ove non siano barbagianni.

E poichè la vigliaccheria italiana, non pure in politica ma in arte, è

tale, che non si può senza suscitare un senso misto di ribrezzo e di

terrore accusare un francese di barbagianneria, prendiamo una delle

migliori comedie francesi ed esaminiamola, vincendo la nausea che la

lettura di tali sconcezze desta in ogni animo non volgare.

Il libro di Don Chisciotte · 第 39 / 71 题