La storia che segue mi fu raccontata dal mio amico M.
«Nel 1872 — mi diss'egli — ero praticante presso il notaio X. di
Vicenza. Una mattina di agosto, verso le dieci capitò nello studio
un contadino di Rettorgole e pregò il notaio di andar con lui a
raccogliere le ultime disposizioni di suo padre, che stava, secondo
si espresse «mal da morte.» Il notaio volle che io lo accompagnassi e
partimmo ammucchiati tutti e tre in un misero biroccino senza cuscini,
saltando, al trotto sgangherato d'una vecchia rozza, sopra un sedile
molto amaro per due notai magri e avvezzi a due poltrone eccellenti. X.
aveva il muso lungo e brontolava maledizioni ad ogni scossa, io fremevo
pure, e il contadino imperterrito ci descriveva la malattia del padre,
un tal Matteo Cucco, detto l'Orbo da Rettorgole, perchè aveva un occhio
solo «El ghe vede pi elo, sior, con quell'ocio solo — disse l'afflitto
e rispettoso figlio — co no fa nualtri tre con sìe.» Non molto fuori
della città lasciammo la strada maestra e ci cacciammo in un pantano
secco di stradicciuola affondata nei campi, dove il biroccino saltava
peggio che mai. Per fortuna si arrivò presto alla meta, una misera
casaccia piantata nel fango dove son le abitazioni del maiale e della
gente, in una mota puzzolenta; appoggiata dall'altra parte a un gran
fienile, a un portico arioso e asciutto. X. e io stavamo per entrare
in cucina, ma il nostro conduttore ci avvertì che l'ammalato non era
in casa. Il caldo e il puzzo erano tali nella sua camera che avevan
dovuto portarlo sul fienile. Sul fienile, adesso, bisognava salirci dal
portico con una scala a piuoli. X. andò sulle furie. Tempestava che mai
non gli era toccato un caso simile, che mai non avrebbe salita quella
scala. Voleva tornar subito in città. Intanto il contadino teneva la
scala ripetendo ch'era ben ferma e salda; e, sul fienile, un altro
suo simile accorso al rumore l'aveva abbrancata anche lui e aiutava
pure con la voce: «El vegna, sior! nol gai paura, sior! La xe franca,
sior!» Neppur io, che odio la ginnastica e l'alpinismo, ci avevo tutti
i gusti a quell'ascensione aerea; ma insomma un certo sentimento del
dovere misto a una certa curiosità, a una certa voglia di raccontar
poi l'avventura, mi vinse. Salii con grande prudenza e, quando fui
al sicuro, persuasi X. di salirvi anche lui. Lassù bisognava poi
guardar bene dove si mettevano i piedi, per non sprofondare. Trovammo
un giaciglio miserabile, sucido, e distesovi sopra un vecchio calvo,
smunto, dalla faccie ossuta e gialla, con un occhio chiuso e l'altro
semispento. Respirava con stento, ma non pareva però agonizzante. Aveva
due uomini accanto, uno a sinistra e l'altro a destra; due faccie rase,
magre, astute. Uno teneva in mano una frasca e cacciava le mosche dal
viso del moribondo, l'altro gli andava ficcando nella bocca sdentata
pezzetti di pane secco e pezzetti di formaggio. — Magnè, pare — diceva
— magnè, pare.» Più discosto, seduta sul fieno, una vecchia si teneva
il viso fra le mani. Da un'altra parte alcuni contadini, evidentemente
i testimoni, discorrevano fra loro sotto voce. Non mancava il tavolino,
nè il calamaio, nè la sedia. Ci fu detto subito che l'ammalato aveva
fatte le sue devozioni il giorno prima, che non parlava più, ma che
capiva tutto e poteva far segni. In queste condizioni X. non voleva
saperne di stendere il testamento. Si tentò una prova. «Pare! — gridò
curvo sul morente colui che gli somministrava il pane e il formaggio,
— me lo lassèu a mi el porco?» Il vecchio accennò col capo di no.
«Ghe lo lassèu qua a Tita?» Il vecchio accennò di sì. «E la tera de
Polegge a chi ghe la lassèu?» Il vecchio guardò l'uomo che era venuto
a prenderci. «A Gigio, no xe vero?» Il vecchio accennò di sì. «Vedelo,
sior, s'el capisse tutto» conchiuse, non a torto, l'interrogatore
volgendosi a X.
Questi volle tuttavia chiederne alla moglie dell'ammalato, la vecchia
che piangeva accoccolata sul fieno. Ella confermò, con una subita
parlantina, che Matteo era nel pieno possesso della sua mente, che solo
mezz'ora prima s'era fatto intendere di non volere, contro il consiglio
del veterinario, lasciar salassare un bue. Disse poi, quanto al
testamento, che conosceva da un pezzo le intenzioni del marito. Questo
lo disse con grande agitazione e commozione. Pareva una buona donna;
nessuno avrebbe sospettato che volesse ingannar il notaio. Infatti
questi chiese a lei le informazioni opportune sugli eredi legittimi e
sul patrimonio. V'erano soltanto tre figli maschi, tutti presenti. Il
patrimonio, molto superiore a quanto si poteva immaginare da quelle
apparenze, comprendeva una ventina d'ettari di buon terreno, parte a
Polegge, parte a Rettorgole, un'altra casa a Bertersinella, parecchi
animali, parecchi generi ancora invenduti. Quanto la vecchia disse fu
confermato dai figli e dai testimoni. Il notaio avrebbe desiderato
che si suggerisse al vecchio una disposizione sommaria, almeno un
riparto della sostanza per quote. Non fu possibile. Moglie, figli e
testimoni osservavano che la volontà fissa dell'uomo era d'assegnare
specificatamente certi dati enti a ciascuno de' suoi figliuoli. Fra i
testimoni v'era un vecchiotto alquanto rincivilito che offerse tabacco
al notaio e parlandogli con un sorriso pieno di compatimento per
l'ignoranza degli altri contadini e di soddisfazione per la propria
sapienza, lo rassicurò, prima ancora che la questione fosse sollevata,
sulla misura delle quote, rispetto alla legittima. «Matìo xe fin,»
diss'egli. Allora X. si pose a interrogare il vecchio e io mi posi a
scrivere sotto la sua dettatura. Così, a forza d'interrogazioni e di
segni, le case, i campi, i buoi, il cavalluccio, il maiale, persino il
biroccino infame, tutto passò per la mia penna a beneficio di Gigio,
di Tita e di Checco, i tre figli del testatore. «E vostra moglie? —
gridò X. — Non volete lasciar qualche cosa a vostra moglie?» Il vecchio
accennò di no, e tutti, compresa la moglie, confermarono che questa era
la sua conosciuta volontà. «Bene — brontolò X. — a questo provvede la
legge. Per questo ci rimetteremo alla legge.» «Sior, — disse la vecchia
stoica — mi no intendo che me gai da tocar gnente. La fame la go patia
prima e la patirò anca dopo.» Il mio principale non le diede retta e si
dispose a leggere il testamento ad alta voce. Io gli cedetti il posto
e stavo guardando, mentre X. leggeva, un bel gallo orgoglioso saltato
su dal portico sull'orlo del fienile. Udii qualche cosa, mi voltai e mi
vidi incontro una giovane contadina con un lattante in braccio, rossa,
scarmigliata, ansante. «Cossa fali qua, eli? — mi diss'ella piantandomi
in viso due occhi sfolgoranti. — Me sassìneli mi e la me creatura?»
Successe un trambusto, la vecchia si alzò in piedi, i suoi figli si
slanciarono contro la nuova venuta. X. balzò pure in piedi e impose a
tutti di non muoversi. «Chi è questa donna?» diss'egli imperiosamente.
Fu la madre che rispose: «Ghe lo dirò mi, sior, chi la xe. Nostra fiola
la xe, intendelo. Ma a ela, intendelo, no ghe va gnente, no ghe va.
So pare el ghi n'a dà anca massa, el ghi n'a dà. A no so...» «Anca vu,
mare! — interruppe la giovane amaramente. — Pazienza me fradei che i xe
sempre stà cani con mi; ma vu? Cossa sonti mi? no son del vastro sangue
mi, ca me gabiè da tradir anca vu? Cossa podìo dir, vu de mi? Cossa
podìo dir de me marìo?» «Basta, basta, basta! — gridò X. stracciando il
testamento. — Vergognatevi tutti quanti! E chi apre il becco lo faccio
andar in galera!»
I testimoni erano lividi di spavento, i figli erano lividi di rabbia,
la madre e la figlia si guardavano minacciose in viso; ma nessuno
proferì più parola mentre X. furibondo andava stracciando la carta in
minuti pezzi. A un tratto la giovine si scosse, e, senza che alcuno
osasse trattenerla, andò dritta al morente, gli posò accanto la sua
creatura.
«Pare — gridò ruvidamente — s'a voli ca mora de fame mi, morirò; ma
lassèghe na feta de polenta a questo chive!» Il vecchio, non potendo
fare altro segno ostile, chiuse il solo occhio che aveva. Mai non
dimenticherò il guanciale con le due teste, la testa bionda del bambino
color di latte, ridente dalle iridi azzurre alla madre, la testa calva
del vecchione arcigno, scura nell'ombra della morte. L'idea sinistra
che la Potestà delle Tenebre si aggravava su quel guanciale e stava
pigliando per sè una delle due anime, mi fece rabbrividire. Anche X.
guardava attonito ciò che mi pareva uno scherzo mostruoso del destino.
In quel punto ecco il prete, un buon uomo semplice che conosco. Vide il
bambino sul letto, capì male, si fece ilare in viso, «Oh bene, bene —
diss'egli — Dio sia lodato.» Il bambino si mise a piangere e sua madre
fece l'atto di riprenderselo, ma Don Rocco non lo permise. «Lasciate,
lasciate, — disse pigliando il polso dell'infermo. — Lasciatelo morire
con un angioletto a lato. Oramai ci siamo.» E si mise a recitar le
preghiere degli agonizzanti. X. poco amante di simili spettacoli,
preferì la scala a piuoli. Nessuno si mosse per aiutarlo e perciò
dovetti seguirlo io: ma, prima di partire a piedi con lui, tornai su,
curioso come mi conosci, un momento. Figli e testimoni erano spariti,
non so da qual parte. La giovine madre, ripreso il bambino piangente,
non si occupava che di chetarlo con baci e carezze, come s'egli
solo meritasse attenzione da lei. La vecchia, fedele fino all'ultimo
all'uomo del quale aveva divise e servite le passioni con una specie di
devozione selvaggia, pregava inginocchiata al suo letto.
Camminando poi attraverso campi di rigoglioso, lucente granturco,
attraverso prati floridi, lungo filari di grandi ontani allacciati da
festoni di viti dove l'uva già nereggiava, pensavo perchè mai tanta
bellezza innocente di natura, tanto fiore di vita, tanta benedizione di
frutti avessero ad alimentare nel cuore umano le cupidigie più bieche,
gli odii più esecrandi. «Non la intendo — conchiuse l'amico M. — Vi
dev'essere qualche sbaglio nel sistema che gli uomini hanno ideato per
servirsi di tanta grazia di Dio.»
«Lo temo anch'io — dissi. — Temo che vi sia un vizio radicale di
egoismo. Ma lasciamo fare al Padrone della terra e degli uomini che ci
troverà bene il rimedio.»